Atti de’ Santi Martiri
Taraco, Probo e Andronico
I santi martiri Taraco, Probo e Andronico soffrirono per Cristo nell’anno 304 durante la persecuzione di Diocleziano, ad Anazarbo (Anavarza) in Cilicia. Quando i pagani ordinarono loro di sacrificare agli idoli, essi rifiutarono i sacrifici di sangue alle immorali divinità pagane, offrendo i loro corpi come olocausto in testimonianza dell’unico vero Dio. Vedendo la loro fermezza nella confessione della vera fede, il proconsole diede loro tortura in tutti i modi possibili ed immaginabili, finché, dopo aver ridotti i loro corpi a carne da macello, li fece uccidere di spada nell’anfiteatro durante i giochi pubblici. I cristiani segretamente prese le loro reliquie le seppellirono poco distante dal luogo del supplizio. In seguito, riuscirono anche ad avere copia degli Atti processuali, di cui fecero copia per le altre Chiese. Gli Atti di Taraco, Probo e Andronico, eccettuate alcune aggiunte da parte dei redattori cristiani, sono stati giudicati genuini Acta Martyrum dalla critica.
Il Martirologio Romano li ricorda l’11 di ottobre, loro dies natalis; nel Sinassario Ortodosso la memoria è fissata al 12 di ottobre, giorno della loro deposizione.
Una reliquia di san Taraco è venerata presso la cattedrale romano-cattolica di Modena.
Panfilo, Marciano, Lissia, Parmenone, Diodoro, Felice, Gemello, Atenione, Taraco, e Orofio pregano salute, e pace nel Signor nostro Gesù Cristo ad Aquilo, a Basso, a Terullo, a Timoteo, e a tutti gli altri cristiani fratelli, che sono in Iconio, e sono fedeli nella verità, e santi, e concordi nel Signor nostro Gesù Cristo.
Noi abbiamo giudicato di dovervi scrivere fedelmente quello, che è avvenuto intorno ad alcuni martiri, che per la fede di Gesù Cristo sono morti nella Cilicia: e noi desideriamo, e bramiamo di partecipare della pazienza, e delle corone di questi martiri, e che per gloria del Signore, e per edificazione de’ cristiani sieno a tutti manifeste le loro gloriose azioni. Per iscrivervi con ogni fedeltà il martirio di questi servi del Signore, noi abbiamo dovuto cercare, e procurare con molto studio e diligenza gli atti publici del loro giudizio, e gli abbiamo avuti da un certo Sebasto, che è uno degli uffiziali di giustizia di questa provincia, al quale abbiamo sborsati ducento denari. Abbiamo copiati e trascritti questi atti fedelmente, gli mandiamo a voi, per glorificare in questo modo il Signore; e qui voi troverete il principio, e il fine della confessione, e del martirio di questi servi d’Iddio, e tutto quello, che si è degnato il Signore di operare intorno a loro. Noi vi preghiamo, fratelli carissimi, che vi degniate ancor voi di trascrivere questi atti, e di mandargli a quegli altri nostri fratelli cristiani, che sono nella Pisidia, e nella Panfilia, onde ancor essi sappiano quello, che è stato fatto da questi martiri invitti di Dio, e ancor essi lodino, e glorifichino il Signor nostro Gesù Cristo: e così sapendo tutti queste cose ci edifichiamo, e pigliamo coraggio per ogni qualunque battaglia del Signore: armandoci sempre più fortemente delle armi della fede, della speranza, e d’un sincero desiderio della gloria celeste indefettibile, e riempiendoci, e infiammandoci sempre più del fuoco dello Spirito Santo, acciocché possiamo così con tutta la divina virtù di lui resistere a coloro, e combattere fino alla morte tutti quelli, che sono contrari alla verità.
I. Essendo consoli Diocleziano, Massimiano ai 21 di Maggio in Tarso metropoli della Cilicia sedendo giudizialmente nel suo publico tribunale Numeriano Massimo presidente, Demetrio centurione disse: signore, Eutolmio Palladio spiculatore ha mandato da Pompejopoli alla vostra signoria alcuni pessimi ed empj cristiani, i quali non vogliono ubbidire ai comandamenti degl’imperatori Romani nostri padroni: e sono questi, che io rappresento dinanzi al tribunale della vostra signoria.
Massimo presidente si rivolse a Taraco, e gli disse: tu sei d’età più vecchio degli altri, e però si conviene, che io ti esamini il primo: dimmi dunque come ti chiami?
Taraco rispose: io sono cristiano.
Massimo disse: taci per ora di cotesta tua professione; dimmi solamente qual è il tuo nome.
Rispose Taraco: io sono cristiano.
Massimo disse ai carnefici: battetelo gravemente in faccia, e ditegli, che non risponda una cosa per un’altra, ma che risponda a quello, di cui è interrogato.
Taraco allora disse: tu m’hai domandato il mio nome proprio, e io te l’ho detto. Se poi tu vuoi sapere quella sorte di nome, di cui ogni uomo ne ha alcuno, e può dirsi nome comune; io ti rispondo, che i miei genitori mi misero nome Taraco, e quando io militava, fra soldati era chiamato Vittore.
Massimo disse: che condizione è la tua?
Rispose Taraco: io sono Romano, e soldato; e nacqui in Claudiopoli città della Isauria. E perché sono cristiano, ho lasciato il mestiere dell’armi, e la milizia.
Massimo disse: empio, tu eri indegno di militare; ma pure io voglio sapere in qual modo tu hai abbandonata la milizia Romana.
Taraco rispose: io domandai a Pullione mio capitano la dimissione, ed egli me la diede.
Massimo disse: or bene considera, che tu sei vecchio: e io voglio che sii uno di quelli, che ubbidiscono ai comandi degl’imperatori, e tu riceverai da me grand’onore. Dunque t’accosta, e sacrifica ai nostri dei, perché così comandano i nostri sovrani, ed eglino adorano questi dei, e gli fanno adorare da tutto il mondo.
Taraco rispose: e per questo essi sono in un grandissimo errore, e sono ingannati dal diavolo.
Massimo gridò ai carnefici: rompete le mascelle a questo scelerato, cha ha avuto ardimento di dire, che i nostri imperatori sono in errore.
Taraco rispose: io l’ho detto, e torno a ridirlo; gl’imperatori, adorando gli dei, sono in errore: eglino sono uomini, e possono essere ingannati, e sono ingannati grandissimamente.
Massimo disse: sacrifica agli dei, e lascia cotesti inutili raggiri di parole.
Taraco rispose: io servo, e adoro l’unico e vero Iddio, e a Lui offerisco il sacrificio del cuore, tenendomi lontano da ogni vizio, e da ogni colpa; e Iddio cerca da noi il sacrifizio d’un cuore innocente e mondo, e non il sangue degli animali; che egli non ha bisogno di queste vittime carnali[1].
Massimo disse: il riguardo, che si dee alla tua canuta età, e a cotesta tua rispettabile vecchiezza, mi contiene ancora dal punirti, come meriteresti. Io ti consiglio a lasciare cotesta pazza vanità troppo indegna d’un uomo ragionevole, e d’un vecchio grave: ubbidisci agl’imperatori, e sacrifica agli dei.
Rispose Taraco: io non caderò mai in tanta empietà: io osserverò sempre costantemente la legge del mio Signore.
Ripigliò Massimo: dunque accostati, e sacrifica.
Taraco rispose: non mai farò un’opera tanto empia, e scelerata; io onoro la legge d’Iddio.
Massimo disse: ah uomo maledetto, v’è dunque un’altra legge diversa, e contraria alla legge de’ nostri imperatori?
Taraco rispose: certo, che v’è, e questa è la legge del Signore e Dio di tutti gli uomini, e di tutte le cose, la quale proibisce, che per niuna cosa mai non si adorino come dei le pietre, i legni, e gli altri lavori delle mani degli uomini, alla quale voi, che siete empj, contravenite.
Massimo disse ai carnefici: percuotetelo in capo, e nel percuoterlo ditegli, non parlare così pazzamente.
Taraco rispose: io non lascerò mai questa pazzia, che mi fa salvo.
Massimo disse: eppure io ti caverò dal capo cotesta pazzia, e ti farò tornare in senno.
Rispose Taraco: fa quel, che tu vuoi; hai potestà sopra del mio corpo.
Massimo disse ai carnefici: spogliatelo, e battetelo colle verghe.
Taraco, essendo stato battuto, disse al presidente: ora sì, che m’hai fatto savio e prudente, perciocché m’hai confortato con queste battiture. Io desidero grandissimamente, che tu mi dii tali conforti, per poter sempre meglio sperare in Dio e in Gesù Cristo.
Massimo disse: uomo ingiusto e maledetto, e come puoi tu credere, e adorare due dei, come hai tu stesso confessato adesso colla tua bocca, e poi negare gli dei, e dire, che Iddio è uno solo?
Rispose Taraco: io confesso, e sempre ho confessato, che Iddio è uno solo.
Ripigliò Massimo: e non hai tu poco fa confessato e Cristo, e Dio?
Rispose Taraco: cotesto è vero, e io ho confessata la verità; perciocché Gesù Cristo è Figliuolo d’Iddio, ed è la speranza de cristiani, e noi patiamo per amor suo, e da Lui siamo salvati.
Massimo disse: metti fine a coteste ciarle vanissime: accostati, e sacrifica.
Taraco rispose: io non dico ciarle, ma ti dico la verità. Ho sessantacinque anni: sono vissuto fino a questa età nella fede di Gesù Cristo, e mai da questa non mi partirò.
Demetrio centurione gli disse: buon uomo abbi compassione di te stesso, e ubbidisci, e sacrifica: fa a modo mio.
Taraco gli rispose: allontanati da me pessimo consigliero, e ministro del diavolo.
Massimo disse agli uffiziali della giustizia: legate costui con grosse e pesantissime catene di ferro, e chiudetelo in prigione. Conducetemi avanti uno de’ due compagni di costui.
II. Demetrio centurione disse al presidente: signore eccolo.
Massimo gli disse: prima d’ogni cosa dimmi, come ti chiami?
Probo rispose: io dirò prima quel nome, che è mio proprio, che io stimo sommamente, e che è nobilissimo: io sono cristiano: dopo questo io ti dico, che gli uomini mi chiamano Probo.
Massimo presidente gli disse: di che condizione sei tu, o Probo?
Rispose Probo: mio padre era della Tracia: io son nato nella città di Side nella Panfilia: sono plebeo, ma sono cristiano.
Massimo disse: cotesto tuo nome di cristiano ti frutterà poco bene. Ascolta il mio consiglio: sacrifica agli dei, e sarai onorato dai nostri principi, e sarai nostro amico.
Rispose Probo: io non voglio gli onori dei principi terreni, e non desidero la tua amicizia. Il mio patrimonio, e le mie ricchezze non erano né piccole, né poche; le ho abbandonate tutte per servire all’unico e vero Iddio.
Massimo disse ai carnefici: spogliatelo: toglietegli il pallio, e legatelo, e distendetelo, e battetelo duramente con nervi crudi.
Demetrio centurione gli disse: buon uomo abbi pietà di te; e non vedi che il tuo sangue tutto si versa per terra?
Probo rispose: il mio corpo è tutto in vostro potere: i vostri tormenti sono per me come un’unzione di mio sommo conforto e piacere.
Massimo gli disse: sciagurato; ed è possibile, che tu non ti ritiri ancora da cotesta tua vanissima pazzia, e che imperversi sempre più nella tua ostinazione?
Probo rispose: io non sono né vano, né pazzo: sono molto più savio e prudente di te, e per questo non sacrifico ai demonj.
Massimo disse ai carnefici: rivoltatelo, e battetelo sopra del ventre.
Probo disse: Signore ajutate il vostro servo.
Massimo proseguì a dire a carnefici: e mentre il battete ditegli spesso: dov’è il tuo Dio[2], il tuo ajutatore, e il tuo difensore?
Probo rispose: il mio Dio mi ajuta, e sempre mi ajuterà. L’aiuto del mio Dio mi fa disprezzare tutti i tuoi tormenti, e mi fa forte e costante a contradire all’empie, e prepotenti tue voglie.
Massimo disse: infelice, guarda il tuo corpo; vedi come la terra tutta è inzuppata del tuo sangue!
Probo rispose: sappi, che quanto al mio corpo è tormentato da te, e patisce per amore di Gesù Cristo; tanto l’anima mia è corroborata da Dio, e vivificata.
Massimo disse: incatenatelo con quattro catene, due alle mani, e due a piedi, e non lasciate, che alcuno possa curarlo delle sue ferite. Conducetemi avanti il terzo.
III. Demetrio centurione disse: signore ecco il terzo.
Massimo gli disse: come ti chiami?
Andronico rispose: giacché tu vuoi sapere il mio nome; io te lo dirò chiaramente: io sono cristiano.
Massimo gli disse: que’ tuoi compagni, i quali prima di te sono stati esaminati, col nominarsi cristiani, come fai tu, ne hanno avuto tal ricompensa, che forse non è loro piaciuta gran fatto. Ma tu adesso dei rispondere a quello, che io ti domando: io voglio sapere il tuo nome.
Andronico rispose: il nome comune, che sono dagli uomini conosciuto, e chiamato, è Andronico.
Massimo disse: di che condizione se’ tu?
Andronico rispose: nobile, e sono figliuolo d’un cittadino nobile del primo rango della città di Efeso.
Massimo disse: dunque bada a parlare da par tuo, e lascia di rispondermi da pazzo e da vano; e giacché se’ giovinetto ancora, e mancante di esperienza, e di consiglio, ascoltami con attenzione, e ubbidisci con docilità a quello, che ti dico io: e sappi, che i tuoi compagni, i quali non hanno voluto sentirmi, come dovevano, se ne debbono esser pentiti, e gran male si sono tirati addosso colla loro stolta e frenetica ostinazione. Fa dunque a modo mio, e così si conviene alla tua nobiltà; onora i nostri principi, e sacrifica agli dei, che sono i nostri padri comuni.
Andronico disse: voi gentili con molta verità chiamate vostri padri gli dei: perciocché voi avete per padre il demonio; e gli dei altro non sono, che demonj dell’inferno; e voi vi siete fatti volontariamente figliuoli del demonio, coll’imitare le opere di lui, e coll’eseguire perfettamente le sue diaboliche intenzioni.
Massimo disse: io ti compatisco, e ti sopporto ancora, perché sei giovinetto e quasi fanciullo. Pure pensa, e considera, che ti sono preparati molti, e orribilissimi tormenti.
Rispose Andronico: io sono giovinetto d’anni, e d’aspetto; ma di senno, di spirto e di costanza sono uomo fatto, e robusto.
Massimo disse: metti fine una volta a coteste ciarle infinite, e scipitissime. Accostati, e sacrifica, e liberati così dai tormenti.
Andronico rispose: e pensi tu, che io voglia essere così stolto e da poco, sicché mi riduca a mostrarmi da meno de’ miei compagni? Io son pronto a sostenere animosamente tutti i tuoi tormenti.
Massimo disse ai carnefici: spogliatelo, legatelo, e sospendetelo.
Allora Demetrio centurione gli disse: Andronico, primache tu sii storpiato, e lacerato in tutta la persona, fa a modo mio, ubbidisci, e sacrifica.
Andronico rispose: è meglio che perisca il mio corpo, e si salvi l’anima mia[3]. Fa quel che vuoi.
Massimo gli tornò a dire: ubbidisci, e sacrifica, primache io ti rovini per sempre, e t’uccida.
Andronico rispose: io non ho mai sacrificato, e né adesso, né mai non sacrficherò. Quegli dei, a quali tu vorresti, che io sacrificassi, sono demonj dell’inferno.
Massimo disse ai carnefici: tormentatelo.
Allora Anastasio corniculario gli disse: Andronico ubbidisci al presidente: vedi quanto sono più vecchio di te: per età ti posso esser padre: io ti consiglio sanamente, e con amore di padre: ubbidisci, e sacrifica.
Andronico gli rispose: quietati, e levamiti davanti vecchio matto: consiglia sanamente te stesso, che ne hai necessità: tu se’ vecchio, ma non hai messo giudizio ancora. È egli consiglio da vecchio savio e prudente, lo stimolare un giovane di poca età ad offerire sacrifizio alle pietre, e a demonj dell’inferno?
Massimo disse: infelice, e non senti ancora i tuoi tormenti; ancora non ti risolvi ad avere pietà di te stesso, e a lasciare cotesta ostinata pazzia?e non conosci ancora per esperienza, che la fede cristiana è una follia, e non può salvarti?
Andronico rispose: questa mia pazzia è molto buona; e salva tutti quelli, che mettono la loro fiducia nel Signore; e la tua saviezza e prudenza mondana e carnale ti porta senza rimedio alla morte sempiterna.
Massimo disse: ma chi mai t’ha insegnate tante pazzie, e tanto stravaganti?
Rispose Andronico: il Verbo eterno, che ci vivifica, nel quale noi viviamo[4]; il quale è nostro Iddio, che è nel cielo, e pel quale speriamo e aspettiamo la nostra eterna resurrezione.
Massimo gli disse: ma lascia una volta queste pazzie, primache io ti faccia più gravemente tormentare.
Andronico rispose: il mio corpo sta totalmente nelle tue mani: puoi disporne a tuo capriccio: e fa quel, che vuoi.
Massimo disse ai carnefici: stiratelo pe’ piedi quantopiù potete gagliardamente.
Andronico disse: Signore e Dio mio riguardate il vostro servo: sono innocente, e senza motivo alcuno mi tormentano come un omicida.
Massimo disse: mentisci; tu sei colpevole e reo di gravissimo delitto, perché disprezzi i comandi degl’imperatori; e hai parlato sfacciatamente e senza rispetto alcuno della mia persona dinanzi al mio tribunale. E che ti pajo forse persona da burlare impunemente?
Rispose Andronico: io confido nella misericordia e nella verità d’Iddio; per amor suo patisco tutte queste pene.
Massimo presidente disse: tu avresti avuta misericordia, e ti saresti liberato da tutti i tormenti, se avessi onorati quelli dei, che adorano i nostri imperatori.
Andronico disse: abbandonare il vero Iddio, e adorare le pietre è il sommo dell’empietà, cui montar possa l’umana malizia.
Massimo disse: ah bestemmiatore disleale, e sacrilego, dunque saranno empj i nostri imperatori, che adorano gli dei?
Rispose Andronico: certo che sì, eglino sono empj, e io il dico apertamente. E se tu volessi giudicare sanamente, confesseresti anche tu, che è un delitto sommo sacrificare al demonio.
Massimo disse ai carnefici: rivolgetelo, e lacerategli i fianchi.
Andronico rispose: il mio corpo è tutto in balia della tua barbara crudeltà; strazialo, come ti piace più.
Massimo disse: pigliate de’ rotami, e con questi stropicciategli, e inaspritegli tutte le piaghe.
Dopo questo bestial tormento Andronico disse al presidente: tu con questo nuovo supplizio hai applicata alle mie ferite una medicina, e quasi un’unzione maravigliosissima, che mi ha confortato estremamente, e tutto ha rinvigorito il mio corpo.
Massimo gli disse: io ti farò tagliar tutto a minutissimi briccioli.
Andronico rispose: e io non temo né questa, né niuna delle tue minaccie. I miei sentimenti sono dissimili dai tuoi: tu sei pieno di malizia, e io di speranza in Gesù Cristo, e per questo disprezzo, e mi rido di tutti i tuoi tormenti.
Allora Massimo disse ai carnefici: legategli al collo, e ai piedi una pesantissima catena, e mettetelo in prigione.
IV. Il secondo esame dei predetti martiri fu fatto nella città di Siscia. Quivi Numeriano Massimo assiso giudizialmente nel suo tribunale disse a Demetrio centurione: conducimi innanzi quegli empissimi cristiani, i quali non vogliono ubbidire alla legge degl’imperatori.
Demetrio centurione disse: signore secondo il vostro comando ho condotti dianzi a voi i tre cristiani imprigionati.
Massimo disse a Taraco: la canuta età è cagione, che i vecchi sieno ordinariamente molto considerati e rispettati, perché per la lunga esperienza delle cose sogliono essere di buon senso, e accorti, e prudenti assai. Penso, che, essendo tu vecchio, abbi pensato bene a te stesso, e v’abbi proveduto con quell’accorgimento, e saviezza, che è propria dell’età tua; e che però tu ti sei moderato, e cambiato di quella ostinata, e furiosa risoluzione, che avevi presa prima. Dunque accostati, Taraco, e per dare una pubblica riprova della tua ubbidienza, e rispetto dovuto agl’imperatori, sacrifica, e averai da loro grandissimi beni, e onori.
Taraco rispose: se i vostri principi, e tutti quelli, che si accordano alla loro empietà, in sacrificando agli dei, conoscessero i veri beni, e i veri onori abbandonerebbero tosto la loro vanissima cecità, e riconoscerebbero il vero Iddio, e crederebbero nella fede di Gesù Cristo, che sola è vera, e stabile, e colla quale sarebbero da Dio vivificati.
Massimo disse ai carnefici: rompetegli la bocca co’ sassi, e nel percuoterlo ditegli: lascia cotesta tua vanità e pazzia.
E Taraco diceva al presidente: se io fossi vano e pazzo, e non pieno della prudenza di Gesù Cristo, avrei già prima d’adesso fatto quello, che fai tu, che sei insensato affatto, e sacrifichi agli dei insensatissimi.
Massimo gli disse: miserabile; e non vedi, che colle percosse t’hanno fatti cadere tutti i denti: abbi pietà di te stesso.
Taraco rispose: per niuna cosa mai non ti compiacerò delle tue sacrileghe voglie: quand’anche tu mi facessi rompere, e tritare le membra, io starò sempre forte coll’ajuto di quel Dio, che mi fa forte, e sempre più costantemente fino alla morte ricuserò di sacrificare agli dei.
Massimo disse: credi a me, pel tuo vero bene, e per la tua salute ti è necessario il sacrificare.
Rispose Taraco: se io non conoscessi quel, che richieda da me il vero bene, e la mia salute, non patirei da te tanti tormenti.
Massimo disse ai carnefici: battetelo nella bocca, e ditegli, che risponda speditamente.
Taraco gli rispose: tu m’hai rotta, e fracassata e la bocca, e le mascelle, e come vuoi, che io ti risponda, e parli meglio di quel, che fo?
Massimo presidente disse: bestia insensata, e dopo tante pene non vuoi ubbidire ancora? Accostati alla malora una volta all’altare, e sacrifica agli dei.
Taraco disse: co’ tuoi barbari tormenti hai potuto impedirmi l’uso libero della lingua, e indebolirmi la voce alta e sonora, ma non hai già punto impedita la libertà del mio spirito, o diminuita la grandezza dell’animo mio, anzi sappi, che piucché mai sono libero d’ogni timore delle tue violenze, e costantissimo nella fede di Gesù Cristo.
Massimo presidente: bestia furiosa, e maledetta, troverò bene io il modo da trarti a forza del capo cotesta frenesia.
Taraco rispose: io sono disposto e presto a tutte le tue prove: fa sopra di me tutto quel di peggio, che tu puoi immaginare: io sono certo e sicurissimo di vincerti sempre in tutte le cose coll’ajuto di Quello, che mi fa forte e invincibile, cioè nel nome del mio unico e vero Iddio.
Massimo disse ai carnefici: recate il fuoco: apritegli le mani, e mettetevi carboni accesi, e costringetelo a tenerveli.
Taraco rispose: io nulla non temo cotesto tuo fuoco temporale leggerissimo; ma temo il fuoco eterno, al quale mi condannerei da me stesso, se acconsentissi alle tue voglie nefande, e sacrificassi agli dei.
Massimo disse: ebbene che dici adesso: ecco, che le tue mani sono tutte riarse, come tizzoni, e rovinate dal fuoco. Insensato, accostati almeno adesso e sacrifica, e lascia alla fine cotesta tua portentosa vanità.
Taraco gli rispose, e gli disse: presidente tu mi parli sì, come se già mi fossi disposto a compiacerti, e mi dichiarassi abbattuto e soprafatto dalla tua crudeltà. Ma tu sbagli grandissimamente: io sono più forte, che mai; e piucche mai costante nella fede cristiana, e disposto, anzi desiderosissimo di provare e sofferire tutti gli eccessi possibili delle tua tirannia.
Massimo disse ai carnefici: legatelo, e sospendetelo in alto, e poi fategli sotto fumo grandissimo, e fetente, sicché ne resti quasi affogato.
Taraco rispose: come tu hai veduto, io mi sono riso del tuo fuoco; e pensi, che adesso abbia poi a temere il tuo fumo!
Massimo gli disse: or che ti vedi sospeso in alto, ubbidisci, e sacrifica.
Taraco rispose: presidente, sacrifica tu, che sei solito offerire gli onori agli uomini: a me non è lecito di far ciò.
Massimo disse ai carnefici: recate dell’aceto molto forte; mescolateci del sale; e in gran quantità, e a forza versateglielo nelle narici.
Taraco disse al presidente: cotesto tuo aceto, per quello, che io provo, non mi cagiona la menoma molestia.
Massimo disse ai carnefici: mescolateci anche della senapa, e tornate a versarglielo nelle narici in maggior copia di prima.
E Taraco disse al presidente: i tuoi ministri non ti ubbidiscono, o Massimo: la fragranza, e la dolcezza di quest’aceto è grandissima: eglino in vece della senapa devono averci mescolato del mele.
Allora Massimo disse: nella prossima sessione penserò ad altri tormenti, e gli troverò tali, che bene ti guariranno della tua pazzia.
Taraco rispose: e tu mi troverai disposto meglio d’oggi, e più animoso e intrepido a sostenere, e a vincere tutti gli sforzi della tua malignità.
Massimo disse ai carnefici: deponetelo dal patibolo: legatelo con forti catene di ferro; e rimettetelo in prigione. Mi si rappresenti quell’altro cristiano.
V. Demetrio centurione disse: signore eccolo.
Massimo disse: Probo hai tu pensato bene ai casi tuoi, e a liberarti, e assicurarti dai supplizj; oppure sei tuttora ostinato nella tua pazzia? Io credo, che no. Dunque accostati, e sacrifica agli dei; ai quali anche i nostri imperatori offeriscono i sacrifizj per la salute degli uomini.
Rispose Probo: un’altra volta sono stato da te esaminato, e ti risposi sempre con quella costanza, che dee un cristiano; e per questo ricevei da te una durissima flagellazione. Tu non puoi credere, quanto m’abbia incoraggiato la vittoria passata, e quanto le tue battiture m’abbiano fortificato. Questa volta sono vieppiù animoso e costante della prima volta, e ho un incredibile desiderio di provare per la fede di Gesù Cristo tutti i tuoi tormenti. E non mai né a te, né ai tuoi imperatori per niuna cosa verrà fatto, che io vi compiaccia, e voglia divenir empio per dar gusto a voi, e che sacrifichi a quelli dei, che io non conosco. Il mio Dio è quell’unico e vero Iddio vivente, che regna ne’ cieli: io conosco questo solo Iddio vero vivente, a questo solo io servo, e questo solo adoro.
Massimo disse: ah bestemmiatore maledetto, e che i nostri dei non sono dei viventi?
Rispose Probo: i vostri dei sono legni lavorati e formati dalle mani degli uomini: e ti pare che questi possano essere dei veri e viventi? Presidente tu sbagli assai, tu giaci sepolto nelle tenebre della più colpevole, e della più grande ignoranza, e sacrifichi a dei insensatissimi.
Massimo disse: ah linguaccia sfacciata e sacrilega, e hai ardire dirmi in sulla faccia, che io sbaglio sacrificando agli dei?
Probo rispose: sbagli, e sbagli grandissimamente: e sieno maledetti e esecrati per sempre da tutti quelli dei infamissimi, che non hanno creato il cielo e la terra.
Massimo disse: orsù, Probo lasciamo da parte le ciarle, deponi il tuo ostinato impegno, sacrifica agli dei, e sarai libero e salvo.
Probo rispose: io non conosco i vostri dei: io non sacrifico a molti dei: ma conosco un solo Iddio, che è il vero Iddio di tutte le cose, e questo solo adoro, e questo solo adorerò.
Massimo ripigliò: dunque accostati, e sacrifica al dio Giove, questi è un gran dio, e un dio solo, e non molti, e così, com’hai detto, sacrificherai a un dio, e non a molti.
Probo rispose: il mio Dio regna nel cielo: io temo questo Dio solo: e tutti gli altri, che sono da te chiamati dei, non solamente non gli adoro, che anzi gli disprezzo, e gli abomino, e gli maledico tutti quanti.
Soggiunse Massimo: già te l’ho detto, sacrifica al solo Giove; egli è un dio invittissimo.
Probo rispose: e non ti vergogni di chiamar dio cotest’uomo disonestissimo, che disonorò fin la sua sorella, e fece altre moltissime ribalderie tanto vergognose, che da onesta persona non possono ricordarsi?
Allora Massimo disse ai carnefici: rompete la bocca a cotesto scelerato, acciocché non possa più bestemmiare.
Probo disse al presidente: ma perché mi fai percuotere così? Tutti quelli, che lo adorano, dicono di Giove quello, che ho detto io, e peggio ancora. Io non l’ho aggravato di alcuna calunnia, e ho detto la verità, e tu lo sai, e lo conosci meglio di me.
Massimo gli disse: ho trovato il modo di guarirti della tua frenetica pazzia. Arroventate grosse lastre di ferro, e mettetegliele sopra il corpo.
Probo disse al presidente: cotesto tuo fuoco è tiepido, e soave, e a me non reca né dolore, né molestia alcuna.
Massimo tornò a dire ai carnefici: arroventate più di prima coteste lastre di ferro, e mettetegliele sotto i piedi.
Probo da capo disse al presidente: i tuoi ministri non ti ubbidiscono, e si burlano di te: queste lastre sono meno calde di prima; non mi tormentano, ma mi consolano.
Massimo disse ai carnefici: legatelo, e distendetelo, e battetelo duramente con nerbi crudi, e colle battiture rompetegli, e impiagategli tutte le spalle.
Probo dopo questo tormento disse al presidente: ho disprezzato il fuoco; ho vinto tutti gli altri strazj della tua crudeltà. Via su pensa a qualche altro nuovo tormento, e l’adopra sopra di me; perché io ho gran premura, che tu conosca, come, e quanto mi ajuti e mi sostenga quel vero Dio, che solo adoro.
Massimo disse ai carnefici: radetegli tutto il capo; e poi mettetevi sopra accese bragie.
Probo dopo questo tormento disse a Massimo: ecco, tu m’hai bruciati e i piedi, e il capo; e hai veduto con quanto coraggio, e con quanta allegrezza ho sofferti, e vinti questi tuoi orribilissimi supplizj. Sei persuaso ancora, e convinto, che io sono servo del vero Iddio?
Massimo disse: se tu fossi servo degli dei, gli adoreresti e offeriresti loro i comandati sacrifizj.
Rispose Probo: io non sono, né sarò mai servo degli dei, i quali conducono all’eterna perdizione tutti i loro adoratori; ma sono servo dell’unico e vero Iddio.
Massimo disse: i nostri dei non conducono alla perdizione i loro servi e i loro adoratori, ma gli riempiono d’onori, e di beni d’ogni maniera. Vedi tu questi, che assistono al mio tribunale, tutti adorano gli dei, e sono onorati, e beneficati e dagli stessi dei, e da nostri sovrani imperatori. Ma tu, uomo maledetto, e maledicentissimo, per non volere adorare i dei, e per la tua disubbidienza agl’imperatori, sei divenuto a tutti ludibrio, e spettacolo d’ogni miseria, e d’ogni obbrobrio.
Probo rispose: credi a me, o presidente, tutti costoro già fin d’adesso sono perduti per sempre nel fuoco eterno, se non fanno penitenza delle enormissime loro sceleraggini. Percioché essi maliziosamente hanno voluto servire agl’idoli insensati, e hanno abbandonato l’unico e vero Dio vivente.
Massimo disse ai carnefici: rompetegli la bocca, e tutta la faccia, acciocché non abbia più a poter nominare un Dio solo, ma debba dire gli dei.
Probo disse al presidente: giudice iniquissimo, perché ti ho detta la verità, con somma ingiuria m’hai fatta tutta rompere e la bocca, e la faccia!
Massimo gli disse: né questo basta, che ti farò di peggio ancora: ti vo far recidere cotesta linguaccia bestemmiatrice: e per forza ti costringerò così a stare in silenzio, e a non dir più così stravaganti, e sediziose pazzie: e alla fine sarai necessitato a sacrificare agli dei.
Rispose Probo: io non mai sacrificherò. Questa mia lingua materiale potrai tagliarmela, sempreche vorrai: ma ho dentro di me un’altra lingua immortale, con cui, anche tacendo, e ti risponderò a tuo dispetto, e ti confonderò con maggior tua vergogna, e ti vincerò più gloriosamente.
Allora Massimo presidente disse: anche costui si rimetta in prigione. Mi si rappresenti il terzo.
VI. Demetrio centurione disse al presidente: signore, secondo il vostro comando ecco costituito dinanzi al vostro tribunale il terzo de’ tre cristiani prigioni.
Massimo presidente disse ad Andronico: que’ due tuoi compagni, che sono stati in giudizio prima di te, hanno sofferti molti, e gravissimi tormenti; e poi gl’infelici non poterono tenersi nel loro ostinato impegno. Perciocché, dopo aver patiti mali infiniti, all’ultimo a grandissimo stento si sono lasciati persuadere ai nostri consiglj, e gli abbiamo indotti a sacrificare agli dei. Di questa loro ubbidienza ne averanno dai nostri imperatori e premj, e onori grandissimi. Tu all’ultimo o in una maniera, o in un’altra farai quello, che hanno fatto i tuoi compagni; e però provedi per tempo a te stesso; risparmiati i tormenti, e ubbidisci a quello, che ti dico pel tuo meglio; e ne avrai e ricompense, e onori sommi da nostri principi. Ma se tu ti ostinerai nella pazzia de cristiani, ti giuro per tutti gli dei, e per gl’invittissimi nostri imperatori, che non camperai dalle mie mani, e ti tormenterò tanto a lungo, che al fine sacrificherai per forza.
Andronico gli rispose: misero, e svergognatissimo bugiardo, non ti vergogni di volermi ingannare nel publico giudizio con un sì putida, e calunniosa bugia! Tu non hai forza da costringere la cristiana libertà: la nostra fortezza e virtù no può essere abbattuta, e oppressa da tuoi debolissimi inganni, e dalle tue tiranniche violenze. Non è possibile, che i miei compagni abbiano negato il nostro Iddio e Signore, e abbiano temuto il tuo furore, e siansi inviliti a voler compiacere la tua empietà. Pensa dunque, che a tuo dispetto tale mi troverai, quali provasti i miei compagni. Ti ritorno avanti più fortemente di prima armato, e difeso dalle armi della fede, e dalla onnipotente virtù del Signore e Dio nostro Gesù Cristo; e al primo presentarmiti protesto di non conoscere per niuna guisa i tuoi dei; e di non temere né i tuoi principi, né te, né il tuo tribunale, né nulla. Metti adesso in opera sopra di me tutto quel di peggio, che ha saputo pensare la tua malizia diabolica; e a straziare il mio corpo adopera pure tutte quelle maniere di tormenti, che si sono mai potute imaginare contro de’ servi d’Iddio.
Massimo disse ai carnefici: legatelo, e distendetelo, e battetelo senza pietà con nerbi crudi.
Andronico rispose: e dopo tante, e sì ferali minaccie altro tormento, che questo non mi dai? È troppo piccolo: non corrisponde per niente alle tue promesse.
Anastasio corniculario gli disse: infelice! T’hanno già rotto e impiagato in tutto il corpo orribilmente, e tu non curi, e chiami piccolo un tanto tormento?
Andronico rispose: chi ama il vero Iddio, stima un nulla e disprezza tutte queste cose.
Massimo presidente disse ai carnefici: pigliate del sale in gran quantità, e con questo stropicciategli e incruditegli viepiù tutte le sue piaghe.
Andronico disse al presidente: comanda, che mettano più sale sopra le mie ferite; acciocché il mio corpo meglio condito e salato si conservi più lungamente, e regga più alla tua malizia.
Massimo disse ai carnefici: rivoltatelo, e battetelo nel ventre, e rinovategli tutte le piaghe dell’altra volta, e fate, che sia tutto lacero fino alle midolle.
Andronico disse al presidente: nel primo esame tu mi facesti piagare e lacerare in tutto il corpo: e vedesti, che ti ritornai innanzi guarito e sanissimo, come se non avessi ricevuta in tutto il mio corpo offesa alcuna. Sta pronto anche adesso Quegli, che sempre mi cura, e mi salva.
Allora Massimo presidente disse a soldati: infedeli, e non v’aveva io ordinato, che non lasciate entrare niuno nella prigione di costui, e che niuno nol dovesse curare, onde le ferite gli si marcissero indosso, e il tormentassero continuamente con dolori acerbissimi?
Pagasio comentariense disse al presidente: io ti assicuro, e ti giuro per la tua magnificenza, che niuno non l’ha curato, e che niuno non è entrato a lui. È stato tenuto sempre in una prigione secretissima, e sempre guardato con somma vigilanza, e sempre stato in catene strettissime; e se trovi, che in ciò io mentisco, ecco il mio capo, sono contento, che mel facci tagliare.
Il presidente disse: ma dunque come guarirono le sue piaghe; come sono rimarginate sì, che non ne apparisce più alcun segno?
Pagasio comentariense rispose: ti giuro per la tua nobiltà, che questo non lo so, e non so imaginar la cagione di questo meraviglioso successo.
Allora Andronico disse: stolto, e balordo, che sei; il nostro medico è grande, e pietoso, e onnipotente; e non adopera né medicine né unguenti, e colla sua parola risana subito coloro, che sperano in Lui. Egli abita nel cielo, ed è presente in tutti i luoghi; e tu insensato non lo conosci.
Massimo presidente disse: tutti questi raggiri di parole vanissime, e cotesti sentimenti da pazzo non potranno giovarti di nulla: accostati, scelerato, sacrifica agli dei, acciocché io non t’abbia a far finire troppo funestamente i tuoi giorni.
Andronico rispose: tu hai sentito una volta, e due il mio fermissimo proponimento: io sono sempre il medesimo; e non sono mica un bambino da lasciarmi alle tue parole, e soprafare dalle tue ciarle, e da tuoi inganni.
Massimo gli disse: tu non mi vincerai per certo, e non potrai vantarti d’aver disprezzato il mio tribunale.
Rispose Andronico: tu non hai potuto vincere me finora, e non potrai vincermi per l’innanzi co’ tuoi empj cicalecci, né potrai farmi temere i tuoi tormenti, e il tuo disperato furore. Vedi, come assistito dall’ajuto di Gesù Cristo Signor nostro, io qual invitto vittorioso campione me ne sto sicurissimo dinanzi al tuo tribunale: e tu medesimo, o presidente, t’avvedi e conosci, che noi nulla non temiamo, e ci ridiamo di tutti i tormenti, e di tutte le più barbare crudeltà de’ nostri nemici.
Massimo disse: si troveranno per la prossima sessione altri più atroci tormenti, che abbasseranno l’orgoglio di costui: frattanto bene incatenato si rimetta costui nella prigione più oscura e profonda, che vi sia, e sia ben guardato, sicché niuno non possa visitarlo, né parlargli, né vederlo.
VII. Il terzo esame di questi santi martiri fu fatto nella città di Anazarbo.
Massimo disse: mi si conducano innanzi gli empj e scelleratissimi cristiani.
Demetrio centurione disse: signore accogli.
Allora Massimo disse loro: ebbene perseverate ancora nella vostra ostinazione? Siete ancora disposti a soggettarvi furiosamente alle battiture, alle catene, alle prigionie, per sostenere l’impegno pazzo e ridicolo preso da voi?
Quindi si fece a parlare a Taraco, e gli disse: sentimi, Taraco, fa a modo mio, lascia cotesto impegno di confessare la fede cristiana, che è un impegno pazzo, e per te dannosissimo; e sacrifica agli dei, da quali sono governate tutte le cose.
Rispose Tarco: cotesti tuoi dei sono maledetti dal vero Iddio, e debbono essere odiati, e abominati da tutti gli uomini, e sono nell’eterna dannazione e ne’ tormenti acerbissimi, che mai non hanno fine, del fuoco infernale: o vedi adesso, se dei di questa sorta governano il mondo? Essi altro non sanno, che precipitare seco tutti i loro adoratori alla morte sempiterna dell’inferno.
Massimo disse: e non vuoi finire ancora di bestemmiare? Ma che non t’accorgi, che io ho modo di farti quietare una volta? Io ti farò tagliare cotesto capo sceleratissimo.
Taraco rispose: se tu mi facessi morire di tal morte, il mio combattimento per la fede di Gesù Cristo sarebbe troppo breve, e facile, e in un punto avrebbe fine. Io desidero, che i miei tormenti sieno molti, e lunghi, e però ti priego a darmi modo, e tempo da dover fare assai difficili, e sanguinose battaglie.
Massimo disse: io ti tratterò, come tratto que’ sceleratissimi malfattori pari tuoi, che sono in prigione; e poi, secondoche è ordinato nelle leggi, ti farò finire di mala morte.
Taraco rispose: cotesto, che hai detto, è falsissimo, e l’errore procede dalla tua ignoranza, e dalla tua pazzia. Noi non facciamo male alcuno, ma adoriamo e temiamo l’unico e vero Iddio: e siamo tormentati, e morti non per delitto alcuno commesso da noi, ma perché vogliamo esser fedeli a Dio, e non vogliamo abbandonare il rispetto, che a Lui dobbiamo: e però non finiamo di mala morte, ma d’una morte beatissima, e speriamo un’eterna mercede dal nostro Iddio nel cielo.
Massimo disse: uomo iniquo e maledetto, e che mercede puoi tu ripromettermi dopo una morte da scelerato e infamissima?
Taraco rispose: a te non è lecito il domandarmi di questa mercede, perché non è preparata per gli empj pari tuoi, né tu puoi intenderla in alcun modo. Questa mercede, che il Signore tiene per noi apparecchiata nel cielo, è grandissima; e per ottenerla, noi incontriamo volentieri e tutti i mali della terra, e qualunque morte temporale, per quanto infame, e dolorosissima.
Massimo disse: lingua maledetta tu mi parli sì, come se fossi un mio compagno, e io un tuo pari?
Taraco rispose: io non sono né tuo compagno, né tu mio pari; ma sono un servo di Gesù Cristo, che ho facoltà di parlarti con libertà cristiana, e di dirti la verità senza timore; e questa libertà e costanza niuno non può togliermela: perché me l’ha data, e mantiene quel Dio, che mi assiste in tutto, e mi conforta.
Massimo disse: e pure io ti toglierò cotesta libertà arrogante, uomo sceleratissimo.
Taraco rispose: né tu, né niuno può far questo; neppure il demonio dell’inferno, che è il vostro padre, e l’adorate come vostro dio.
Massimo disse: tu parli così, perché io ti tratto colle buone per allettarti al tuo meglio.
Taraco rispose: io non conosco, e non curo coteste tue obbliganti maniere, e cotesti allettamenti. Mi è testimonio quel grande Iddio, a cui solo io servo, che ho sommamente in abominazione, e in orrore il parlarti, e il vederti.
Massimo disse: è tempo, che tu risolva: pensa bene al tuo meglio, intendi, che ti sono preparati orribilissimi tormenti, se non ubbidisci: e però accostati e sacrifica.
Taraco rispose: e nel primo e nel secondo esame io ho confessato d’esser cristiano, e adesso sono quello, che era allora, e torno a ridirti: io sono cristiano: sii certissimo, che mai non farò quello, che vuoi tu: a me non è lecito il sacrificare.
Massimo disse: ma a che fine vuoi tu impegnarti semprepiù in cotesta inflessibile ostinazione, nella quale poi non potrai mantenerti. Mi costringerai a straziarti con tormenti inauditi, e allora ti pentirai, e ubbidirai. Ed è possibile, che non conosca questa sì gran pazzia?
Taraco rispose: se l’animo mio fosse capace d’incostanza, e di pentimento per quello, che riguarda la fede cristiana, ai primi tormenti, o al più ai secondi t’avrei compiaciuto delle tue voglie iniquissime. La mia fortezza viene da Dio, e non può vincersi: fa quel, che tu vuoi pazzo insensato.
Massimo disse: tu hai ragione di chiamarmi pazzo, perché ti sopporto ancora, e non ti punisco e della tua disubbidienza, e dell’arroganza, con che mi parli.
Taraco rispose: già te l’ho detto negli esami passati, e ora lo ridico di nuovo; il mio corpo sta in mano tua, puoi straziarlo a tuo capriccio: fanne quello, che vuoi, che io ne sono contentissimo.
Massimo disse ai carnefici: legate costui, e sospendetelo in alto, perché è un pazzo furioso.
Rispose Taraco: se fossi pazzo, sarei simile a te, e sarei ciò, che mi comandi.
Massimo gli disse: ora che sei sospeso, risolviti d’ubbidire una volta, e sacrifica, primache ti faccia dare tutte quelle pene, che merita la tua sceleratissima pertinacia.
Taraco rispose: io sono uomo militare, e per questo tu non potresti darmi moltissime di quelle pene, cui sono gli altri soggetti: contutto ciò, perché tu non possa credere, che io o tema il tuo furore, o abbia qualche dispiacere di non poterti ubbidire, io cedo a questo mio privilegio, e non solamente ti do licenza, ma ti priego di usare sopra di me tutti i tormenti, e tutti gli eccessi di crudeltà, che può imaginare la tua malizia.
Massimo disse: i soldati Romani sempre sacrificano agli dei per la salute degl’imperatori: e con ciò si meritano, e si conservano gli onorati privilegj. Ma tu sei un pessimo bestemmiatore degli dei, e sei fuggito dalla milizia; e però niuna esenzione non hai di quelle, che sono proprie de’ soldati; anzi meriti d’esser punito con gravi tormenti più degli altri.
Taraco gli disse: via su fa quel che vuoi, già te l’ho detto: ma lascia una volta le minaccie, e vieni ai tormenti.
Massimo disse: e non pensare, che io ti voglia uccidere tutto in un colpo: voglio farti tritare indosso lentamente, e a minutissimi bricioli tutte le tue carni; e voglio, che sieno gittate ad essere cibo degli animali.
Taraco disse: ma non tirar la cosa più in lungo a parole: fa quel che tu vuoi, ma fallo presto.
Massimo disse: e non ti lusingare, che dopo la morte, qualche donnicciuola cristiana abbia a pigliare il tuo cadavero, e dopo averlo tutto imbalsamato e profumato di mille odori, l’abbia a sepellire e onorare; che già ho pensato al modo, onde dopo la tua morte non rimanga niun avanzo affatto del tuo corpo.
Rispose Tarco: sì sì fa adesso quello, che tu vuoi, del mio corpo, e dopo la morte fa quel che vuoi del mio cadavero; ma comincia una volta a far qualche cosa.
Massimo disse: prima d’ogni altra cosa sacrifica.
Taraco rispose: ma già te l’ho detto tante volte: io non sacrifico, né mai sacrificherò ai tuoi dei insensati, e infamissimi.
Massimo disse ai carnefici: rompetegli la bocca, e battetelo in tutta la faccia.
Taraco disse al presidente: come tu vedi, m’hai tutto guasto e contrafatto il viso; ma l’anima mia è divenuta più bella, e più forte.
Massimo disse: sciagurato, tu con coteste risposte impertinentissime vuoi tanto irritarmi, che mi proverai al fine molto diverso da quello, che tu m’hai creduto finora.
Taraco rispose: tu sbagli, o presidente, io sono armato delle armi del Signore, non temo le tue parole, e desidero di patire tutti i tuoi tormenti.
Massimo disse: linguaccia maledetta, e che armi hai tu: e non t’accorgi, che sei tutto nudo, e ricoperto di ferite da capo a piedi?
Taraco rispose: tu non puoi né vedere, né conoscere le mie armi, perché sei cieco.
Massimo disse: con coteste tue ingiuriose risposte tu vorresti indispettirmi sì, che io, per liberarmene, ti condannassi subito a una presta morte. Ma nol farò io, per non compiacerti, e per punire più a lungo, e più gravemente la tua pervicacia: e un par mio sa ridersi delle tue villanie.
Taraco rispose: io non ti ho dette né villanie, né ingiurie: ho solamente detto, che non puoi vedere le armi, onde m’ha armato il mio Dio; perciocché tu non sei puro e giusto né d’anima, né di corpo, e sei un arrabbiato divoratore dei servi fedeli e santi del vero Iddio.
Massimo disse: io ti castigo, perché sempre hai menata cattiva vita; e anche qui dinanzi al mio tribunale hai sempre parlato con raggiri e con inganni.
Taraco rispose: io né sono stato per l’addietro, né sono adesso né ingannatore, né reo di niun delitto. Io non ho altra colpa, perché sì barbaramente mi tormenti, che il non volere adorare i demonj, e il essere fedele fino alla morte al vero Iddio, il quale mi donerà una pazienza invincibile, e sempre mi metterà alla bocca ciò, che debbo dirti, e risponderti[5].
Massimo disse: scaccia cotesti vanissimi pensieri; dà luogo nella tua mente alla ragione; e sacrifica agli dei, per liberarti dall’estreme angustie, a cui ti vedi ridotto.
Taraco rispose: cotesto nol farò mai: io non sono sì stolto e insensato, che voglia perdere la confidenza nel mio Dio, il quale mi condurrà alla vita eterna. Conosco, o presidente, la tua lacrimevole pazzia: tu gran pensiero ti dai, per sodisfare il tuo corpo per questo tempo brevissimo, e non t’accorgi, che rovini te stesso, e l’anima, e il corpo tuo, e ti soggetti alla morte eterna, e al fuoco infernale per tutti i secoli de’ secoli?
Massimo disse ai carnefici: accendete delle fiaccole, e con queste scottatelo, e bruciatelo alle mammelle.
Taraco disse al presidente: adopera pure anche altri tormenti più gravi di questo; ma tu mai non potrai commovere il servo d’Iddio, né indurmi a sacrificare agli sporchissimi tuoi dei, e ai demoni dell’inferno.
Massimo disse ai carnefici: portate i rasoi, e tagliategli le orecchie. Quindi radetegli tutto il capo, e mettetevi sopra bragie accese.
Taraco disse al presidente: ecco tu m’hai già tagliate le orecchie carnali, ma le orecchie del mio cuore sono piucchè mai sane e vigorose, e sicure del tuo furore.
Massimo disse ai carnefici: via su presto col rasojo scorticategli tutto il capo, e mettetevi su molta bragia ardentissima.
Taraco rispose: tu poi farmi scorticar vivo da capo a piedi, ma non abbandonerò per tutto questo il mio Dio, il quale mi da forza da reggere a tutte le prepotenze della tua malizia.
Massimo disse ai carnefici: pigliate altre fiaccole, e accendetele quanto si può più, e fategliele ardere sotto l’ascelle.
Taraco disse: Signore riguardate oggi dal cielo i miei patimenti, e Voi giudicatene.
Massimo gli domandò: qual Signore e qual Dio hai tu invocato con cotesta lingua maledetta?
Rispose Taraco: quell’onnipotente Signore, e quell’unico Iddio, che tu non conosci, il quale giudicherà tutti gli uomini, e renderà a ciascuno il merito delle opere loro.
Massimo disse: io me ne sono già dichiarato, non voglio ucciderti in modo, che alcune feminette della vostra religione possano pigliare le vostre reliquie, e involgerle in panni preziosi, e ungerle con finissimi balsami, e onorarle con soavi odori e profumi: voglio trattarti come meriti, uomo malnato e pestifero, e voglio, che sieno disperse e portate dal vento le tue ceneri infami.
Taraco rispose: e io già te l’ho detto, e torno a ridirtelo anche adesso: fa quel che vuoi: tu hai potestà in questo secolo sopra il mio corpo.
Massimo disse: costui si riconduca in prigione, e ivi sia tenuto fino al prossimo tempo degli spettacoli; e sia allora esposto alle fiere. Si rappresenti al mio tribunale l’altro cristiano.
VIII. Demetrio centurione disse: signore ecco Probo.
Massimo gli disse: Probo provedi a te stesso, e non ti precipitare furiosamente in quei mali orribili, che già cominciasti a sentire. Credi a me: quei tuoi compagni, i quali prima di te si sono voluti sostenere nella loro inflessibile ostinazione, al fine si sono pentiti. Impara dagli esempi altrui; obbedisci, e sacrifica, e sarai molto onorato da noi, e beneficato dai nostri dei. Via su accostati e sacrifica.
Probo rispose: noi tutti adoriamo e serviamo il medesimo Iddio, che è il Signore e Creatore universale di tutte le cose: e però, o presidente, tutti siamo delle medesime massime, e abbiamo il medesimo proponimento. Non isperar dunque di sentire da me altro, se non se quello, che hai sentito dai miei compagni. Ma non hai imparato ancora, e dopo tante prove non sei ancora convinto, che tu non puoi pervertirci, né con tutte le tue prepotenze non puoi estinguere e soprafare la nostra virtù? E non vedi tu con quale e quanto coraggio, e quanto arditamente io ti sto dinanzi, e ti parlo, e come di cose puerili io mi prendo gioco di tutta la tua potenza, e di tutto quel di peggio, che tu possa farmi? Che aspetti dunque?
Massimo disse: io già mi sono accorto, che voi vi siete accordati, e siete convenuti in questo pessimo e sedizioso partito, di non volere ubbidire agli imperatori, che vi comandano, di sacrificare agli dei.
Probo rispose: o adesso sì che tu non ti sei ingannato; tu l’hai indovinata, hai detto il vero: noi siamo accordati, accordatissimi di non adorare mai gli dei: di provedere alla nostra salute, e coll’ajuto del Signor nostro Gesù Cristo di confessare sempre la verità fino alla morte; e quali soldati invincibili di resister sempre, e vincere tutte le violenze della tua malizia.
Massimo disse: primache tu provi a tuo gran danno quanto sia grande la mia potenza, e la forza del mio giusto sdegno, ti consiglio di nuovo di provedere a te stesso: liberati da tormenti, abbi pietà di te stesso, e sacrifica agli dei.
Probo rispose: io sempre più conosco, che tu, o presidente, sei infedele, e in nulla non conosci niuna verità. La confessione del nome di Gesù Cristo è per noi sommamente buona, e d’infinito vantaggio e consolazione, e ti giuro, che è così: e né tu con tutta la tua potenza, né gl’imperatori, che t’hanno data questa potenza sopra di noi, né tutti i demoni dell’inferno, ai quali voi ciecamente offerite sacrilegi sacrifizj; sì tutti insieme mai non potrete toglierci la fede, e l’amore, onde noi adoriamo e serviamo al vero e sommo Iddio.
Massimo disse ai carnefici: legatelo pei piedi, e sospendetelo col capo all’ingiù.
Probo disse: ingiusto tiranno, e non ti stanchi ancora della tua empietà! E non vedi, che ti travagli, e ti affliggi per servire al demonio, e per esser con lui tormentato in eterno!
Massimo gli disse: credi a me, provedi alla salute del tuo corpo, prima di provare i tormenti. Considera bene, quali e quanti strazi crudelissimi ti sono preparati.
Probo rispose: tutti i tormenti, che mi darai, torneranno in vantaggio e consolazione dell’anima mia; e però fa quel, che tu vuoi.
Massimo disse ai carnefici: accendete le fiaccole, e mettetegliele a fianchi; e cominciate così a curarlo della sua pazzia.
Probo rispose: quanto a te paio più stolto, tanto divengo più savio e prudente nella legge del Signore.
Massimo disse ai carnefici: accendete altre fiaccole, e con queste bruciategli il dorso.
Probo rispose: il mio corpo è tutto in tuo potere. Il mio Dio pietoso riguardi dal cielo, fino a qual segno m’abbiano avvilito i suoi nemici; e mi conservi quella forza, onde tutto sopporto per amor Suo.
Massimo disse: e qual Dio invochi tu adesso o disgraziato. Cotesto tuo Dio paga così con degno premio la tua ostinata disubbidienza, e ti dà tutti cotesti patimenti.
Rispose Probo: il nostro Iddio è misericordioso: egli ama tutti gli uomini, e benefica tutti e tutti per parte sua vorrebbe a godere gl’immensi beni del suo regno eterno. Ma ci ha dato il libero arbitrio, e lascia, che ognun di noi si scelga o la vita, o la morte.
Massimo disse: pigliate dall’altare de’ nostri dei e vino e carni a loro sacrificate, e mettetele per forza entro la bocca di costui.
Probo disse: l’Onnipotente mio Signore riguardi dall’altissimo trono della sua regia celeste l’ingiusta violenza, che soffro, ed Egli secondo il suo giudizio rettissimo giudichi la mia causa.
Massimo disse: sciagurato tu hai sofferti infiniti mali, per non gustare delle cose sacrificate agli dei; ecco, che finalmente ne hai gustato per forza, ecco vinta la tua ostinazione; null’altro ti rimane a fare, per liberarti da ogni male; dichiarati dunque di riconoscere, e di adorare i nostri dei.
Probo rispose: tu nulla ottenesti con questa tua barbara violenza; per forza, e ripugnando io, m’hai fatto mettere in bocca le abominate schifosissime cose sacrificate agli dei. Il mio Dio vede e gradisce la mia sincera volontà.
Massimo disse: tu hai già mangiato, e bevuto del sacrifizio degli dei. Dichiarati, che per l’innanzi farai lo stesso; e subito ti fo sciogliere, e ti metto in libertà.
Probo rispose: finiscila una volta consigliatore infernale, avrai presto dal sommo giustissimo Iddio quel gastigo, che si dee alla tua diabolica perversità; mai non potrai abbattere il mio fermissimo proponimento, e mai non mi vedrai punto indebolito e stanco nel confessare generosamente il nome di Gesù Cristo. Sappi, che se tu facessi liquefare tutte le sozzure de’ tuoi scellerati altari; e poi tutte le facessi versare a forza entro la mia bocca, tutta cotesta peste infernale punto non m’infetterebbe, e di nulla non contaminerebbe l’anima mia. Il mio Signore vede la mia volontà, e la violenza bestiale, che io patisco.
Massimo disse ai carnefici: accendete altre fiaccole, e con queste bruciategli le gambe.
Probo disse al presidente: né il tuo fuoco, né tutti i tuoi tormenti, e neppure il tuo padre, che è il diavolo, non potranno mai o pervertire il mio cuore, o impedirmi, sicché con forza sempre maggiore io non confessi a loro dispetto il nome di Gesù Cristo.
Massimo gli disse: miserabile e insensato, tu non hai neppure una parte piccolissima del tuo corpo, che sia sana; e che vuoi tu fare adesso?
Rispose Probo: volentieri ho rimesso e rilasciato al tuo capriccioso furore tutto il mio corpo, acciocché tu ne facessi quel peggiore macello, che può farne un funestissimo tiranno, per assicurarmi così l’eterna vita, e la beatitudine immortale dell’anima mia.
Massimo disse ai carnefici: pigliate grossi chiodi; arroventategli, e poi con questi trapassategli da banda a banda le mani.
Probo disse: Signore e Dio mio pietosissimo siate per sempre ringraziato e benedetto, che degnato vi siete di farmi trafiggere con duri chiodi le mani per gloria del vostro divin Figliuolo Gesù Cristo per la nostra salute.
Massimo disse: che dici ora? Gli orribili patimenti, che soffri, ti fanno vaneggiare?
Rispose Probo: la tua prepotenza, e il tuo furore non solamente ti fanno vaneggiare, ma ti fanno essere furioso e frenetico tanto ciecamente, che ti sospingono ad una morte orribilissima e eterna, e tu nol vedi, e nol conosci per niuna guisa.
Massimo disse: con una arroganza incredibile e ingiuriosissima tu mi chiami cieco e furioso: io conosco bene quel, che faccio, e procuro con tutto l’impegno di mantenere il culto dovuto ai nostri dei.
Probo gli disse: Dio volesse, che tu fossi cieco degli occhi del corpo, e non di quelli del cuore, che sentiresti la tua cecità; ma perché tu sei cieco degli occhi del cuore, con questi nulla non vedi, e giaci sepolto nelle più cupe tenebre della morte; e non pertanto non solamente non senti d’esser cieco, ma anzi credi di vedere ottimamente, e tutte le cose.
Massimo disse: ho ridotto tutto il tuo corpo allo stato il più lacrimevole, e obbrobrioso, che possa imaginarsi; e non vuoi ancora abbassare l’alterigia e l’orgoglio del tuo spirito indomabile? Altro non hai di sano, che gli occhi; ti toglierò anche questi, se tu non moderi meco cotesta sfacciata, e disprezzante franchezza, con che mi parli.
Probo rispose: la tua malizia iniquissima potrà privarmi degli occhi carnali; ma gli occhi del cuore niuno non può toglierli, niuno non può fare, che con questi non vegga limpidamente ogni cosa.
Massimo disse: pazzo insensato, io ti farò cavar gli occhi davvero; sentirai tu, che tormento sia questo; conoscerai a prova, se io posso toglierti la vita d’ogni cosa, e seppellirti per sempre nelle tenebre.
Probo rispose: fa che tutte queste non sieno parole; non ti contenere nelle sole minacce per mettermi paura, che così non otterrai nulla; vieni a fatti, fammi cavar gli occhi, e t’assicuro, che non solamente non avrò dispiacere di ciò, ma un contento grandissimo, di patire anche questo nuovo tormento per gloria di Gesù Cristo: e a me sempre rimarranno sanissimi, e sommamente perspicaci gli occhi della mente, ai quali tu non puoi fare la minima offesa.
Massimo disse ai carnefici: con leggiere punture andate lentamente trafiggendo a poco a poco a costui gli occhi, onde il suo tormento duri più a lungo, e si vegga seppellire stentatamente nelle tenebre della morte prima di morire.
Dopo questo tormento Probo disse al presidente: tiranno crudelissimo avrai presto il guiderdone di tutte le tue malvagità: sei or contento: ecco m’hai tolti gli occhi del corpo: ma gli occhi interni dell’anima mia sono piucché mai sani, brillanti, e luminosissimi.
Massimo disse: iniquo giaci nelle tenebre, e privo per sempre d’ogni veduta, e non pertanto ardisci di parlar così?
Probo rispose: empio, se tu conoscessi le tenebre orrende, che ti circondano; brameresti quella luce, che io mi godo grandissima.
Massimo disse: tu porti indosso un corpo e una carne già morta, e fradicia; eppure non voi abbassare ancora l’orgoglio dell’animo, né punto restringere la tua verbosissima loquacità.
Probo rispose: finché io avrò fiato, mai non lascerò di parlare a gloria di quel Signore, che mi conforta.
Massimo disse: ma che, ti lusinghi forse di poter vivere dopo questi tormenti; o che io mi voglia contenere dello straziarti più per l’innanzi, e che sia per lasciarti morire senza nuovi martorj?
Probo rispose: io altro non desidero, che patir nuove pene per amore di Gesù Cristo; per questo combatto animosamente, per questo godo in mezzo ai tormenti, perché spero di confessare con gloria sempre maggiore la fede cristiana, ed esser morto da te senza misericordia e umanità di niuna sorta.
Massimo disse: vo’ farti morire stentatamente consumato a poco a poco dal dolore immenso delle tue piaghe.
Probo rispose: empio ministro, e tiranno crudelissimo; tu puoi far quel, che vuoi, del mio corpo.
Massimo disse a suoi ministri: levatemi davanti costui, incatenatelo, e rimettetelo in prigione: e fate, che niun cristiano non possa vederlo, né parlargli, né consolarlo comunque, né con lui rallegrarsi, e lodarlo, com’essi hanno per costume, dell’ostinatissima presunzione, onde ha sostenuta la sua fede: al prossimo tempo degli spettacoli, che con pubbliche feste si daranno al popolo, il farò esporre alle fiere. Rappresentatemi il terzo cristiano, l’ingiustissimo Andronico.
IX. Demetrio centurione disse: signore eccolo.
Massimo disse: Andronico pensa almeno adesso alla tua salute; considera la tua tenera età; e con sano e prudente consiglio determina di onorare i nostri dei: se tu perseverassi nella spropositata intenzione di prima, non potresti aver da me cosa, che ti piacesse. E però fa a modo mio, ubbidisci, e sacrifica a quelli dei, cui sacrificano i nostri principi: questi dei compartono a loro adoratori onori grandissimi; e tu ancora averai e onori, e premj d’ogni maniera della tua ubbidienza e divozione: altramente aspettati da me pene e tormenti infiniti. Dunque accostati, e sacrifica, e sarai libero e sicuro d’ogni male.
Rispose Andronico: ah seduttore maledettissimo, nemico d’ogni verità, tiranno sanguinolento crudele e più feroce di tutte le bestie ferocissime, tu, che altro non pensi, né altro spiri, che stragi rovine e desolamento de’ buoni, tu presumi e ti lusinghi, che io voglia compiacerti, e che, per dar gusto a te, io voglia offendere il mio Dio, e contravenire alla sua legge? Barbaro carnefice de’ servi d’Iddio, tu non potrai rimuovermi dalla fede di Gesù Cristo, e dal confessare costantemente fino alla morte il nome del vero Iddio. Mi assiste il mio Signore e Dio, e io da lui confortato mira con che coraggio e con che animo ti sto davanti, e ti parlo, e contradico a tutte le tue voglie, senza punto temere delle tue violenze, combatto la guerra del mio Signore. Oggi vedrai in me qual forza e virtù sappia infondere il mio Signore anche nell’età tenera d’un garzoncello, che con divina sapienza e crede in Lui, e in Lui si confida.
Massimo disse: e’ mi pare, che tu oggi sii matto furioso, e che abbi adosso il demonio.
Andronico rispose: se avessi adosso il demonio, farei a modo tuo: ma perché non ho adosso il demonio, per questo mi oppongo a te, e agli atri demonj pari tuoi. Tu hai il demonio adosso, anzi sei tutto un demonio, e altre opere non fai, se non se quelle, che sono proprie de’ demonj.
Massimo disse: Andronico, io ti so dire, che i tuoi compagni prima di te hanno parlato con quella vanità, e arroganza, che tu mostri adesso; io gli ho lasciati dire; ma poi gli ho messi a tali tormenti, che subito hanno mutato linguaggio, hanno ritrattate le preterite milanterie, hanno protestato di adorare gli dei, e di ubbidire ai principi, e di sacrificare; e così si sono liberati e salvati: questo stesso interverrà a te.
Andronico rispose: bugiardo, tu mentisci secondo il consueto costume della tua malizia, e secondoche porta la religione sacrilega de’ tuoi dei, che mai non dissero il vero. Empio ministro di tutti i mali, presto ti giudicherà Iddio.
Massimo disse: se io non trovo modo, onde abbassare cotesta tua alterigia, sono contento, che tu mi chiami empio davvero.
Andronico rispose: io non temo né la tua persona, né tutti gli eccessi della tua inumanità: resisterò ad ogni cosa nel nome del mio Signore e Dio.
Massimo disse ai carnefici: recate del fuoco; e accendetegli sotto del ventre varie fiammelle, che il brucino lentamente.
Andronico rispose: maledetto nemico del vero Iddio, quand’anche tu mi facessi arder tutto, e incenerire dal fuoco, non mai per fermo mi vincerai, e finché avrò vita e respiro, sempre mi riderò di tutte le tue pene, e confonderò la tua superbia. Quell’Onnipotente pietosissimo Iddio, cui servo, sarà sempre in mio ajuto.
Massimo disse: e quando ti quieterai, o insensato: tu cerchi di morir presto di quella morte, che meriti.
Andronico rispose: finché vivrò, sempre contradirò alla tua malizia; e altro non desidero, che essere ucciso da te colla più dolorosa morte possibile: le mie speranze, la mia gloria, tutto il mio bene è riposto in Dio.
Massimo disse ai carnefici: fate arroventare degli spuntoncini, e roventi conficcateglieli intra le dita.
Andronico dopo questo tormento disse al presidente: insensato, e disprezzatore d’Iddio, e pieno di pensieri infernali e di tutta la malizia diabolica; vedi come hai tutto col fuoco bruciato il mio corpo, e tutto l’hai miseramente guasto e contrafatto colle pene? T’accorgi ancora, che io punto non temo la tua crudeltà: conosci, che il mio Signor Gesù Cristo m’assiste e mi conforta divinamente, e mi da animo e coraggio invincibile da disprezzare ogni tuo attentato?
Massimo disse: pazzo iniquissimo, e non sai, che cotesto Cristo, che tu invochi come Dio, fu un uomo malvagio punito pe’ suoi delitti colla morte di croce da Ponzio Pilato presidente della Giudea, e tutto questo è manifesto per gli atti[6] della sua morte, che tuttora si conservano.
Andronico rispose: taci spirito immondo: tu non sei degno con cotesta lingua sacrilega di nominar Gesù Cristo: se ne volessi esser degno, lasceresti d’imperversare contro i servi d’Iddio. Sventurato, tu non puoi entrare in quella divina speranza a noi donata da Gesù Cristo, e vai senza riparo a perderti per sempre co’ demonj, e trascini teco nella medesima perdizione quegl’infelici cristiani, che oppressi dalle tue violenze ti consentono e sacrificano.
Massimo disse: pazzo frenetico, ed è possibile, che tu per propria esperienza non intenda ancora, qual frutto raccogli della fede, e della speranza, che hai in cotesto uomo crocifisso, che tu chiami tuo Signore e Dio?
Rispose Andronico: io so per esperienza, che ho un frutto ricchissimo della mia fede in Gesù Cristo, e maggiore ne averò in eterno nel cielo, dove sarò da Lui divinamente rimunerato di tutto quello, che ora patisco per amore suo.
Massimo disse: per ora non voglio darti altri tormenti, né voglio condannarti ad esser morto adesso; voglio, che senta lungamente il dolore delle tue piaghe, e poi ti farò esporre alle fiere nell’anfiteatro, e voglio, che cotesta anima, prima di partirsi dal corpo, si vegga sbranar dalle fiere, e divorare le proprie tue carni.
Andronico rispose: insensato, disprezzatore del vero Iddio, uomo scelleratissimo, e pieno di pensieri infernali, e di tutta la malizia del diavolo, tu sei più disumano, che le bestie le più feroci, e più ingiusto e spietato, che tutti gli assassini, mentre condanni e ammazzi come gli omicidi le persone le più innocenti, e non mai accusate, non che convinte di niuna menoma reità. Ma io servo costantemente al mio Dio, e disprezzo tutte le tue crudeltà. Adopera pure, tiranno iniquissimo, tutti quei tormenti, che puoi, sopra di me; sempre troverai in me più vigorosa e più prode quella virtù, che Gesù Cristo m’ispira e mi mantiene al cuore.
Massimo disse ai suoi ministri: apritegli la bocca per forza, e mettetegli dentro, e fategli inghiottire delle carni, e del vino sacrificato agli dei.
Allora Andronico disse: Signore e mio Dio riguardate pietoso l’orribile violenza, che io soffro.
Massimo gli disse: che faria adesso, maledetto demonio? Ho io vinta sì o no la tua ostinazione? Non hai voluto sacrificare spontaneamente agli dei, e io ho fatto, che per forza gli onori, col mangiare delle carni a loro sacrificate.
Andronico rispose: insensato tiranno contro mia volontà, e con mio sommo orrore e abominazione, e per forza m’hai messi in bocca gli schifosissimi cibi sacrilegi: questo non è onore de’ tuoi dei, né questo può contaminare l’anima mia. Il sommo e vero Iddio, di cui solo temo il giudizio, sa e vede, che tutto mi è intervenuto contro mia voglia: Egli è scrutatore infallibile e giustissimo giudice del cuore umano[7], e può liberarmi da tutte le prepotenze del demonio, e de’ suoi ministri.
Massimo disse: e sino a quando, bestia insensata e furiosa, vorrai parlare a questo modo così protervo e sì pregiudiziale alla tua salute.
Rispose Andronico: io aspetto la mia salute da Dio solo, e sarei insensato e stolto davvero, se ricusassi di soffrire quello, che soffro, per onore e gloria del sommo Iddio.
Massimo disse: e non vuoi tacere ancora, e vuoi dire spropositi sempre maggiori? Ti farò alla fine strappar di bocca quella linguaccia, e ti metterò così in perpetuo silenzio. Tu mi disprezzi, perché mi vedi troppo lento e benigno nel punirti; e la mia eccessiva pazienza ti ha fatto così petulante e sfacciato.
Andronico rispose: anzi io ti priego, e ti scongiuro quantopiù posso, che tu mi tagli e la lingua, e le labbra contra mia voglia contaminate dalle schifosissime lordure de’ tuoi altari.
Massimo disse: e quanto aspetti ancora, o pazzo, a liberarti da tante pene, in cui ti trovi: già tu hai mangiato, secondoche io voleva, de cibi sacrificati agli dei.
Andronico rispose: iniquo tiranno l’altissimo e giustissimo Iddio mai non darà niun bene né a te, né a quelli, che ti hanno data quella forza e potestà, di che abusi cotanto. Io non mai ti ho ubbidito, né mai ti ubbidirò delle tue voglie sacrileghe, né mai presi, né piglierò mai degl’infami cibi sacrificati. Tu sai, o scelerato, le violenze fatte da te ai servi d’Iddio. Egli l’universale Signore le vede e comprende; Egli te ne giudichi.
Massimo disse: linguaccia maledetta, hai avuto ardimento di maledire i nostri principi, che hanno donata al mondo una pace sì universale, e sì stabile?
Andronico rispose: io ho maledetto, e maledico tutti quegl’ingiustissimi tiranni, che con prepotenze diaboliche e crudelissime tutta sconvolgono la terra, e col fare un crudo macello degli adoratori divoti del vero Iddio, vorrebero rendere tutti gli uomini empj e sacrileghi. E priego umilmente il mio Dio, che dal cielo coll’onnipotente suo braccio percuota una volta questi suoi nemici, gli abbatta, gli disperda[8], e nell’ira del suo furore faccia ad essi conoscere e sentire il gran male, che fecero, in perseguitare i suoi servi, e vendichi così una volta per sempre tanto sangue cristiano da loro ingiustamente versato[9].
Allora Massimo infuriato disse ai carnefici: con dure percosse smovetegli dalle mascelle tutti i denti, e poi col ferro cavateglieli spietatamente: recidetegli quella lingua maledetta e bestemmiatrice: quindi in un gran fuoco riducete in cenere e i denti, e la lingua, e poi disperdete al vento quelle ceneri maligne, acciocché niun cristiano, e niuna delle loro folli donnicciuole possa nulla raccoglierne, e qual cosa santa e venerabile conservarla e onorarla. Quindi levatemi davvanti costui, e tenetelo ben guardato come prima in prigione: per li prossimi spettacoli sarà esposto cogli altri suoi compagni nell’anfiteatro, ad esser sbranato e divorato dalle fiere.
X. L’empio e maledetto Massimo chiamò un giorno Terenziano sommo sacerdote di tutta la provincia della Cilicia, e gli comandò, che pel giorno appresso dovesse apprestare ogni cosa convenevole, per dare al popolo una publica festa e publici spettacoli: e Terenziano, chiamati quelli, che avevano in cura le fiere, ordinò loro, che apparecchiassero tosto tutto quello, che ad essi appartenevasi. Venuta la mattina seguente, tutto il popolo uomini e donne d’ogni condizione, e in grandissima moltitudine mossero all’anfiteatro. Questo luogo degli spettacoli è forse un miglio lungi dalla città. Come l’anfiteatro fu pieno di popolo, e tutti ebbero preso il loro luogo, comparve il presidente Massimo, per dar principio alla festa. Era già dell’ore, da che il popolo godeva spettatore le lotte dell’anfiteatro, e già molti corpi di gladiatori morti nell’arena erano stati dalle fiere divorati. Noi stavamo in un luogo ritirato e nascosto, d’onde vedevamo ogni cosa, ed eravamo in grandissima sollecitudine e timore per riguardo de’ santi martiri. Quando all’improvviso sentimmo, che l’empio Massimo comandò ai suoi soldati, che dovessero esporre alle fiere Taraco, Probo, e Andronico: e i soldati costrinsero alcuni uomini, a dovergli portare sulle spalle all’anfiteatro, giacché essi da se medesimi e per li tormenti sostenuti, e per essere stati bruciati e feriti in tutta la persona, non potevano né andare, né reggersi in piedi. Come noi vedemmo i santi confessori di Gesù Cristo esser portati in mezzo a soldati, noi ci accostammo più verso l’anfiteatro, e dalle fessure di certe pietre, che ci stavano avanti, ci mettemmo a guardare la fine di questa luttuosissima scena: e con molte lacrime facevamo orazione al Signore, acciocché in quell’ultimo combattimento coronasse que’ suoi servi fedeli. Entrati nell’anfiteatro, furono gittati da loro portatori i martiri nel mezzo dell’arena: e al vedersi da popolo lo stato luttuosissimo, a che per li passati tormenti erano ridotti que’ confessori del vero Iddio, tutti impietosirono, e per senso d’umanità, inorridivano al riguardargli, e temevano per loro del nuovo scempio, che ne farebbero le fiere; e comunemente era biasimata l’eccessiva crudeltà del presidente, e con mormorio confuso sentivasi dire: giudice ingiusto e disumano, che giustizia è mai la tua? E come può un uomo contro degli altri uomini tanto incrudelire? E furon molti quelli, che si partirono dall’anfiteatro, e con indignazione, e con motti ingiuriosi e acerbi vituperavano assai la fierezza di Massimo. Ed egli accortosi di ciò, comandò a suoi soldati, che diligentemente attendessero a quelli, che partivano, per rivelargli a lui dopo gli spettacoli; ed egli dipoi gli chiamerebbe a render ragione, di quanto avevano e detto e fatto. Quindi ordinò, che si lasciassero assai fiere contro de’ martiri. Uscite le fiere, niuna né offese, né toccò comunque i corpi de’ confessori di Gesù Cristo: di che Massimo si sdegnò oltre ogni credere, e fece chiamare i custodi delle fiere, e gli fece battere duramente, e minacciare degli ultimi e più tremendi supplizj, se subito non lasciavano contro de’ martiri una delle più feroci bestie, che avessero, la quale di presente gli lacerasse e mangiasse. Que’ custodi pieni di paura di presente mandarono fuori un orso terribilissimo, che aveva morto in quel giorno medesimo tre persone. L’orso andò accostandosi a quei santi, ma niuno non ne offese: e dopo avere girato intorno a tutti, si fermò vicino a san Andronico, e messosi quivi a sedere, andava lambendogli quasi pietosamente tutte le piaghe. San Andronico allora levò il capo da terra, e in ogni modo, che poteva, sollecitava e istigava l’orso, perché ripigliasse il suo furore nativo, e l’uccidesse prestamente. Ma tutto fu in vano, che l’orso si dimostrò sempre mansueto e quietissimo. Massimo era fuor di sé per la maraviglia, e pel dispetto, e non sapendo che fare comandò, che si uccidesse quell’orso, e subito fu fatto, e restò trafitto, e morto ai piedi di san Andronico.
Allora Terenziano primo sacerdote della Cilicia temendo, che Massimo non rivolgesse contro di lui lo sdegno, e nol punisse, comandò, che si facesse uscire una lionessa fierissima, che a lui aveva mandata da Antiochia Erode primo sacerdote della Siria. Uscì la lionessa con tanto furore, e mandava rugiti sì continui, e orribili, che tutti gli spettatori temevano e tremavano; e guardato attorno per l’anfiteatro, e veduti nel mezzo dell’arena i tre martiri, si misse tosto alla volta di loro; e pervenuta al beato Taraco, si fermò ai piedi di lui, e in atto così mansueto e dimesso, che pareva, lo adorasse. Il beato Taraco, distese le mani verso la lionessa, la tirava sopra di sé, perché l’uccidesse; ed essa punto non s’irritava per questo, e se ne stava a giacere umilmente vicino a lui, come una semplice, e mansueta agnellina. L’empio Massimo intanto imbestialiva semprepiù, e ordinò, che fosse co’ pungoli incitata la lionessa, la quale ripresa tosto la natìa fierezza, si rivolse contro chi la pungeva, e ruggendo, e infuriando fuor d’ogni modo e misura urtò con impeto incredibile la porta del suo serraglio: e tutto il popolo intimorito si mise a gridare tumultuariamente: s’apra alla lionessa.
XI. Allora Massimo pieno di confusione non sapendo, che fare, chiamò Terenziano, e gli ordinò, che mandasse alcuni gladiatori, i quali a colpo di spada uccidessero que’ martiri d’Iddio. Il comando del presidente fu subito eseguito, e gl’invitti confessori di Gesù Cristo trafitti colle spade consumarono il loro martirio. Massimo prima di partire dall’anfiteatro ordinò a dieci de’ suoi soldati, che dovessero ivi restar di guardia, e che co’ cadaveri de’ gladiatori morti in quel giorno mettessero insieme, e confondessero i corpi de’ martiri, sicché niuno potesse discernergli dagli altri; e invigilassero con attenzione, perché niun cristiano non s’accostasse colà per rapirgli. Attesero i soldati a far fedelmente gli avuti comandi: e noi venuta la notte movemmo verso il luogo, ove giacevano que’ santi corpi, e venuti vicini, piegammo a terra umilmente le ginocchia, pregando l’Altissimo, che per la sua bontà e misericordia infinita si degnasse di mostrarci le reliquie di que’ beati suoi servi, e ci desse modo di toglierle alle ingiurie de’ suoi nemici. Quindi ci appressammo più, e vedemmo, che i soldati cenavano, e avevano dinanzi a sé acceso un gran fuoco, al lume del quale vedevano i vicini cadaveri. Noi c’inginocchiammo un’altra volta, e un’altra volta facemmo orazione al Signore, supplicandolo con gran fervore, che ci compiacesse del nostro pio desiderio, e dall’altro trono della sua gloria mandasse a noi il suo ajuto, onde potessimo ritrovare, e avere quelle reliquie venerabili e gloriose. E all’improvviso si sentì un gran terremoto, e per aere tuoni, fulmini, e uno stroscio d’acqua tempestoso, e immenso. Come posò quella fortunosa procella, noi facemmo di nuovo orazione al Signore, e ci accostammo al luogo di que’ corpi, e trovammo il fuoco spento affatto dalla pioggia: e le guardie spaventate e dal terremoto, e da fulmini, e dalla procella s’erano tutte disperse, e fuggite. Noi allora levammo le mani al cielo, e supplicammo Iddio, a mostrarci esso le reliquie de santi. Il misericordioso Signore mandò subito dal cielo una stella luminosissima, la quale andò a posarsi ad uno ad uno sopra i cadaveri de’ tre martiri; e noi subito gli pigliammo divotamente, e ci partimmo di là, e la stella miracolosa ci andava innanzi, e colla sua luce ci mostrava la strada.
Dopo alquanto cammino ci sentimmo stanchi assai de’ sostenuti travagli, e fermatici mettemmo in terra divotamente quelle sacre reliquie, e riposammo un poco: e la stella si fermò con noi e restossi. Pensavamo frattanto con molta sollecitudine, dove dovessimo sepellire que’ sacri cadaveri, e domandavamo lume al Signore perciò, e lo pregavamo a dar compimento alle sue misericordie cominciate con tanta magnificenza. Ci sentimmo subitamente ripieni d’una insolita fortezza, e ripigliati que’ sacri cadaveri, e venuti con questi a una parte del monte vicino, quivi ci abbandonò la stella e disparve. Esaminato il luogo, si vide in uno smisurato macigno una grande apertura, ove collocammo divotamente, e nascondemmo le sante reliquie in modo, che niun segno vi fosse, onde potesse sospettarsi essere ivi stati sepolti que’ santi cadaveri: e noi bene intendevamo, che Massimo informato dell’avvenuto, gli avrebbe con esquisitissime perquisizioni fatti cercare, per straziare que’ suoi gloriosi nemici anche morti. Quindi noi ritornammo quietamente alla città, investigando ciò, che fosse avvenuto dopo quel miracoloso turbine e tempesta: e subito risapemmo, che Massimo aveva punite le guardie, perché coll’essersi fuggite dal loro posto, avevano lasciati togliere, e nascondere a cristiani i corpi de loro martiri: e noi eravamo estremamente contenti e consolati del successo, e con inni di lodi benedicevamo e ringraziavamo il Signore delle grazie fatteci nella narrata congiuntura.
Noi Marco, Felice, e Vero umili servi di Gesù Cristo dammo sepoltura nel modo predetto ai corpi de’ santi martiri Taraco, Probo, e Andronico; e desideriamo di vivere il rimanente della nostra mortal vita vicino al luogo di questi martiri, e preghiamo il Signore a concederci grazia, perché i nostri corpi appresso la morte sieno degni di riposare vicino alle ceneri di questi suoi servi felicissimi. Il grande Iddio, che ha compartite a noi tante sue misericordie, ne sia da tutti riconosciuto, e lodato e in questo mondo, e nel cielo per tutti i secoli de’ secoli. Amen. Accogliete con allegrezza e carità questi fratelli, che noi vi mandiamo, per recarvi questa nostra lettera. Eglino sono operaj del nostro Signore e Dio Gesù Cristo: abbiate di loro una grata memoria nelle vostre orazioni, e amategli nel nome dell’onnipotente Iddio; cui sia onore e gloria da tutte le sue creature in tutte le cose unitamente col Signor nostro Gesù Cristo, e collo Spirito Santo: e siccome l’eterno Iddio è stato sempre gloriosissimo prima di tutti i secoli, così lo sia per l’innanzi sempre in tutti i secoli de’ secoli. Amen.
Questi santi martiri consumarono il martirio nel prim’anno della persecuzione il giorno undici di Ottobre. La notte appresso le reliquie de santi martiri Taraco, Probo, e Andronico furono sepolte nel monte vicino alla gloriosa città di Anazarbo. Sia di tutto benedetto e ringraziato il nostro Signor Gesù Cristo, cui sia gloria e potenza ne’ secoli de’ secoli.
Da: ATTI SINCERI De primi martiri della chiesa Cattolica. Raccolti dal P. RUINART e tradotti nella lingua Italiana con prenotazioni e note da F. M. LUCHINI. Tomo III, ROMA MDCCLXXVIII, 349-383.
Tropario – Tono 5
Le potenze celesti restarono stupite per il trionfo dei santi martiri Probo, Taraco e Andronico. Per aver combattuto la buona battaglia con i loro corpi mortali, hanno sconfitto i nemici incorporei con la forza della croce. Ora intercedano presso il Signore perché salvi le anime nostre.
Kontakion – Tono 2
I coraggiosi soldati di Cristo, i martiri Probo, Taraco e Andronico hanno smentito l’empietà dei loro torturatori combattendo coraggiosamente per la Fede, e ci hanno rivelato la gloria della Santa Trinità.
Immagine da: http://www.oca.org/FSlives.asp
[1] Cfr. Salmo 50.
[2] Salmo 41, 3.
[3] Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e dell’evangelo, la salverà (Marco 8, 35).
[4] Atti 17, 28.
[5] Matteo 10, 19-20.
[6] San Giustino nella Apologia I (35 e 48) dice che ancora al suo tempo questi atti processuali erano conservati, indicandoli come atti pubblici. Relativamente a quanto affermato dal giudice Massimo, alcuni critici ipotizzano che egli potesse riferirsi forse a testi che narravano la passione del Signore.
[7] Apocalisse 2, 23.
[8] Luca 1, 51.
[9] Apocalisse 6, 10.