Secondo quanto tramandatoci dalla passio del V secolo, le vergini Rufina e Seconda erano sorelle, figlie di un tale Asterio, uomo di famiglia senatoria a Roma. Educate nella fede cristiana, il padre le aveva promesse in matrimonio, la prima ad Armentarius, e la seconda a Verinus, che allora erano anch’essi entrambi cristiani, ma successivamente apostatarono dalla fede, quando cadde sulla Chiesa la tempesta sollevata da Valeriano e Gallieno nel 257[1]. Le due vergini resistettero alle sollecitazioni ad imitare la loro empietà, e fuggirono da Roma, ma furono raggiunte e riportate indietro, e dopo molti tormenti condannate da Giunio Donato, prefetto di Roma, alla decapitazione. Furono condotte a dodici miglia da Roma, in una foresta sulla via Aurelia un tempo chiamato Sylva Nigra[2] (Foresta Nera), e sepolte nello stesso luogo. A motivo dei tanti martiri che lì avevano testimoniato Cristo, il nome del luogo fu poi cambiato in quello di Sylva Candida (Foresta Bianca). Sulla loro tomba venne eretta un piccolo oratorio, che nel IV sec. fu demolita da papa Damaso, che vi fece erigere una grande chiesa. A seguito della numerosa popolazione che col tempo si stabilì nei dintorni, Sylva Candida venne eretta a sede episcopale. Nel XII secolo in seguito alla distruzione della città da parte dei barbari, le reliquie delle sante furono traslate, nell’anno 1120, alla basilica Lateranense, dove sono ancora oggi custodite nei pressi del battistero di san Costantino.
Nel medioevo fu eretta una chiesa in onore delle due sante nel quartiere di Trastevere, a Roma, sul luogo ove, secondo la tradizione, sorgeva la casa di Asterio loro padre.
La memoria delle sante martiri Rufina e Seconda viene celebrata il 10 luglio.
MARTIRIO DELLE SANTE VERGINI, RUFFINA, E SECONDA,
Cavato (di il Padre Surio) da antichissimi volumi scritti a mano, et.
E la loro festa a di dieci di Luglio
Fu Padre di Ruffina, e di Seconda, sorelle Vergini, e cittadine Romane, il Clarissimo Asterio, e Madre, similmente Clarissima, Aurelia. Et incrudelendo allora in Roma il fervore dela persecuzione, per comandamento di Valeriano, e Galieno Augusti, gli sposi di queste vergini Armentario, e Verino si partirono dalla fede di Christo. E, che fu peggio, non contenti della loro perdizione, s’ingegnavano con detestabile persuasione, indurre anche alla loro imitazione queste serve di Dio. Ma elle, per fuggire le loro insane adortazioni, ad un loro poderetto, che havevano nelle parti di Toscana, portate nelle ceste, se n’andarono.
Laqual cosa havendo udita Armentario, e Verino, subito andarono al Conte Arcesilao, egli dissero: Le spose nostre ci hanno ripudiati in contumelia de gli Dij: affermando un solo Dio vero doversi adorare ne’ Cieli, CHRISTO GIESU: & abominando, non altramenti, che una peste, i misterij di tutti i Templi. E per questa cagione uscite hoggi della Città, si sono fuggite.
Cotali cose havendo udite il scelleratissimo Arcesilao, messosi in viaggio con suoi soldati a cavallo, prese le sante Vergini di Christo per la via Flaminia lontan da Roma quattordici miglia: e ricondotte a Roma le consegnò a Iunio Donato Prefetto, così dicendo: Io ho saputo, accusandole gli stessi sposi loro, che queste sacrileghe Vergini vivono contra la legge, negano gli Dij, abbandonano i Tempij, e vengono contra la salute de’ principi. E percioche questa cura mi hanno commessa i signori nostri, gl’invitissimi Principi, apparteneva all’ufficio mio, che io le pigliassi: e così le ho condotte a dovere da lei essere esaminate, alla vostra magnificenza.
Roma – Trastevere: Chiesa delle sante Rufina e Seconda,
sorta secondo la tradizione sull’abitazione delle sante martiriAllora sdegnato il Prefetto Donato, comandò, che separatamente fossero messe in custodia, & il terzo dì nel Secretario gli fossero menate innanzi. E perciò essendo a lui introdotta Ruffina, così le parlò: Essendo tu nata nobilmente, perché sei venuta a tanta ignobiltà, che tu vogli più tosto essere tenuta in prigione legata, che libera godere col tuo marito?
Ruffina rispose: Questa temporale cattività, e prigionia esclude la cattività eterna; & i legami a tempo assolvono da gl’eterni nodi, e lacci.
Disse il Prefetto: Lascia queste vane favole e sciocchezze da donne vecchie, e sacrifica ai Dij immortali; acciocché possi con gaudio goderti il tuo sposo, & abbondare in delizie infino all’ultima vecchiezza.
Rispose Ruffina: Due delle cose, allequali tu mi conforti, sono al tutto inutili: e la terza, che prometti è veramente incerta, e dubbiosa. Tu comandi, che io sacrifichi a gl’Idoli, accioche io perisca in eterno: e che appresso io prenda marito, acciocché io mi privi della gloria della virginità. E dopo queste cose così acerbe, & aspre, tu prometti, che io infino alla vecchiezza viverò in delizie e piaceri: e non sai certo di te stesso, se tu arriverai al dì di domani.
Disse il Prefetto: Cessino le parole, quando già sono apparecchiate le battiture. Ma certo a me pare, che questo a te appartenga, che usando più sano consiglio, tu corregga la prava sentenza dell’animo tuo, e messe da parte queste vanità, il tempo, che ancor ti resta, non perda.
Rispose Ruffina: Già tu medesimo correggi il parlar tuo per te stesso: Perciocché dicendo del tempo, che ancor mi resta, vieni a mostrare la vita dell’huomo non essere certa, mentre nell’incerto è posta. Per tanto abbraccio quella vita, la quale è congiunta con l’eternità, né alcuna cosa transitoria, o incerta promette a i suoi amatori: laqual vita ha insegnato Christo Maestro della verità. Perciocché negandogli i petti, e cuori di sasso de’ Giudei, con il loro dubitare i creduli animi loro, risuscitando egli i morti da i monumenti, comandava loro, che rendessono testimonianza al suo dire: accioche almeno così credessono coloro alle virtù, i quali alle parole non volevano credere.
Giunio Donato Prefetto disse: Lascia andare questi vani parlari, e torna al marito tuo, & Arcisilao Conte disse: Essendo costei rea di sacrilegio, non potrà essere ammessa nella sorte del matrimonio.
Ruffina rispose: Tu di, che io non posso esser ammessa nella sorte del matrimonio, quasi che desideri io esser moglie d’huomo, ‘a quale a Christo figliuol di Dio ho fatto voto della mia Virginità. Per laqual cosa odi Conte Arcesilao cerca d’un altro, a cui le tue minacce apportino timore: percioche me certo non sei per mai poter revocare dalla palma della Virginità; né dall’amor, e culto di Christo, figliuolo di Dio, separare.
Allora Donato comandò, che quivi fosse condotta Seconda, accioche Ruffina sua sorella, lei, presente, fosse con i flagelli battuta. Conciofosse, che que’ sacrilegi sperassono, che Seconda vinta dallo spavento, e dal timore, havesse acconsentire alle loro persuasioni. Ma come vide Seconda, Ruffina essere flagellata gridando, disse al Giudice: Che fai huomo scelleratissimo, nimico del Regno de’ Cieli? Perché fai degna di tanta gloria la sorella mia; e non ne fai ancor me partecipe?
Disse il Prefetto: A quel ch’io veggio, tu superi di pazzia la tua sorella.
Rispose Seconda: Né la mia sorella è pazza, né io altresì impazzisco, ma amendue siamo Christiane, & è giusto, che noi due insieme siamo battute, le quali parimente confessiamo Christo Signore. Imperoche la gloria del nome Christiano dalle percosse delle battiture viene accresciuta: anzi concilia, & acquista corone sempiterne, con quanti colpi di flagelli è battuta.
Disse il Prefetto: Conforta più tosto la sorella tua, accioche vi liberiate da questa ingiuria, e siate con gloria della vostra nobiltà a i vostri sposi restituite.
Seconda rispose: Tu fatichi in vano con questi tuoi vani spaventi, e frivoli promesse. La dignità della virginità è a noi così manifesta, che più tosto desideriamo essere uccise, che patiamo di essere superate, e vinte.
Roio (fr. Aquila), La Madre di Dio tra le sante Rufina e Seconda, scuola del Perugino
Disse il Prefetto: E se contra vostra voglia vi sarà tolta la virginità, che farete con Christo?
Seconda rispose: La virginità si da, e si consegna a Christo nel puro cuore: e non può perdere la Vergine la sua integrità, se non piega, o si parte dalla giustizia. La forza, che si fa altrui, apporta passione; e la passione prepara la palma. Tu hai contra il consenso nostro preso l’armi, per sforzarci a volere quello, che non vogliamo; e ci dilettiamo di quelle cose, che habbiamo in abominazione. Ma vengano pure i fuochi, i coltelli, i flagelli, i sassi, i bastoni, e le verghe: quante pene tu ci darai, tante saranno, & annovererò io per gloria del nostro martirio. Quante volte tu userai contra noi cose violenti, tante dirò io, che sieno le palme del martirio; percioche è a noi ogni gloria la pena, che per amore di Christo patiamo: ne quella potrà essere detta corruzione, la quale, per conservare l’integrità della mente, non teme di fare perdita del corpo suo. Imperoche dal consenso sarà giudicato appresso Dio, se punto harà alcuno con perfetta volontà amato.
Allora comandò il Prefetto, che in luogo oscuro fossero rinchiuse, e fatto fumo con lo sterco, e letame. La qual cosa facendosi sapeva quel fumo di thimiama: & al naso più tosto apportava diletto, che fetore: e l’oscurità in splendore vinceva la luce di mezzo giorno: ne potevano quivi dominare le tenebre, dove la forza delle tenebre era vinta dal lume di Dio.
Dipoi furono di li cavate, rinchiuse ne’ bagni, & in un fervente doglio gittate. Dove poi che furono state alquanto, passate due hore, essendo la entrati quelli, che n’havevano a cavar i corpi loro, trovarono il doglio freddo, e vaporante. Laqual cosa udendo il Prefetto stupì, e comandò, che condotte nel mezzo del Tevere, e legato un sasso a i colli d’amendue, fossero in quello precipitate. Ma con quel sasso, per spazio, quasi d’una mezza hora furono sopra l’acqua portate: in modo che dall’astanti turbe vi vedevano nella superiore parte del fiume, predicanti il trionfo del Signore, e cantanti la gloria di Christo.
Il che essendo stato il giudice rapportato, egli disse ad Arcesilao Conte: Queste, che mi hai date o ci superano con l’arte Magica o vero sono dotate di vera santità. Per tanto, si come tu me le desti, così io te le rendo, accioche, secondo, che a te pare, sieno, o sententiate, o assolute.
Roma, nartece del Battistero di S. Giovanni in Laterano,
l’altare di sinistra, dove sono venerate le reliquie delle sante Rufina e Seconda
Comandò adunque Arcesilao, ch’elle fossero condotte in una selva per la via Cornelia detta Dusso[3], lontana dieci miglia da Roma: e quivi parimente decapitate, & i loro corpi non sepolti, lasciati a essere divorati da i lupi. Ma la grazia del Signore non mancò alle credenti in Christo eziando morte. Percioche Plautilla matrona, nella cui possessione furono uccise, le vide in visione sedersi gemmate in camera, & a se dire: Plautilla revoca l’animo tuo dal flagizioso culto degl’Idoli, e calcata l’empia incredulità, credi in Christo. Et appresso andando nella tua possessione, a i corpi nostri, che quivi troverai, darai sepoltura.
Levatasi per tanto Plautilla, pervenne al luogo: e trovati i corpi delle Sante Vergini, senza fetore alcuno, o lesione; adorò, credette e fabricò un monumento alle Vergini di Christo. Nelquale luogo, per le loro orazioni si fanno virtù grandi, a laude e gloria del Signor Nostro Giesu Christo benedetto: Il quale con il Padre, e Spirito Santo vive, e regna ne’ secoli de’ secoli Amen.
Da: Delle vite delle donne illustri per santità, raccolte dal p. abate Don Silvano Razzi Camaldolense, IV volume; Firenze, M.D. XCIX, 39b-42b.
Immagini:
[1] Secondo gli Acta SS. Luglio, III, 30-1 soffrirono nel 287 durante la persecuzione di Aureliano.
[2] Così testimonia anche il manoscritto di Berna del “Martyrologium Hieronymianum” (ed. De Rossi-Duchesne, 89). Le due martiri sono ricordate anche negli Itinerari del VII secolo, sulla strada su menzionata (De Rossi, “Roma sotterranea”, I, 18283).
[3] Buxo, oggi Boccea.