Passione di san Quirino vescovo, e martire

(A.D.S. 309)

 

Il santo ieromartire Quirino era vescovo di Sescia[1] quando fu chiamato a rendere ragione della sua speranza in Cristo durante la persecuzione di Diocleziano. Notizie sulla sua figura ci sono state trasmesse, oltre che dalla Passio, dalla “Cronaca” di Eusebio di Cesarea e da un inno di Prudenzio.

Dopo il martirio il corpo del santo fu recuperato dai cristiani locali di Savara che lo seppellirono vicino alla porta conosciuta come “Scarabateus”. Dopo l’incursione dei barbari in Pannonia, tra la fine del IV secolo e l’inizio del V, le sue reliquie furono portate a Roma e deposte in un mausoleo, una camera a volta chiamata “Platonica”, dietro l’abside della Basilica di San Sebastiano Fuori Le Mura sulla Via Appia. La “Platonica” fu per lungo tempo creduta il luogo di sosta temporanea per gli apostoli Pietro e Paolo, ma era in realtà la tomba di Quirino. A Roma il culto del santo fu molto diffuso, come attestato dalla “Notula oleorum” e dagli itinerari del VII  secolo.

Alcune fonti affermano che, tra il 1130 e il 1143, le sue reliquie sono state tradotte in varie località, tra cui Milano e Aquileia, mentre quelle rimaste a Roma furono poste nell’altare maggiore della Basilica di Santa Maria in Trastevere. Alcune reliquie furono forse traslate anche a Tivoli, il che spiegherebbe l’esistenza di un culto a san Quirino di Tivoli, che da alcuni studiosi viene identificato con il vescovo di Sescia.

La memoria di san Quirino è celebrata il 4 giugno, suo dies natalis.   

 

Il santo ieromarire Quirino, bassorilievo sul pozzo principale di Baška, sull’isola di Krk, Croazia

 

 

I. Dopoche il diavolo ebbe sommossi i principi di questo mondo, a voler crudelmente travagliare e tormentare con acerbe pene le persone dei santi cristiani, e a volere quasi con una fortunosa tempesta affondare, e perdere in ogni luogo tutte le Chiese di Gesù Cristo, ad arrivare più presto a questo sacrilego intendimento comprese dello stesso infernal furore gli amici degl’imperatori, e i giudici, e i presidenti, e i governatori delle provincie, e delle città, e per tutto questo la persecuzione sopra i cristiani ogni giorno procedeva, e viemmaggiormente più infieriva in ogni parte. In quella parte del Romano imperio, che ubbidiva a Massimiano, le leggi di lui contro i cristiani erano atrocissime, e l’esercito de’ seguaci di Gesù Cristo per queste barbare leggi era di continuo travagliato da suoi nemici, e da loro ogni dì n’erano molti e presi e morti. Nell’Illirico poi, e in tutte quelle provincie, cui comandava Diocleziano, le leggi di costui contro il popolo di Gesù Cristo non erano meno sacrileghe e crudeli di quelle di Massimiano, e si osservavano a danno de’ cristiani con eguale furore e inumanità: e Diocleziano di più aveva messo a parte del governo e dell’imperio Galerio Massimiano pieno di mal talento, e d’una rabbia e invidia contro i cristiani, il qual Galerio nell’Illirico ad altro più non pareva intendesse, che a far sentire a tutti, quanto immensamente, ed egli, e Diocleziano odiassero il nome di Gesù Cristo, e tutti i suoi fedeli adoratori. Gli editti di tutti questi principi nefandi spediti a tutti i governatori delle provincie tutti per lo più contenevano le ordinazioni seguenti: che tutti i cristiani fossero astretti a sacrificare agli dei de’ gentili ne loro tempj: che si chiudessero tutte le chiese de’ cristiani, né fosse più loro lecito il radunarvisi, o andarvi comunque: che spezialmente i sacerdoti di Gesù Cristo, e tutti i ministri del Signore dovessero ubbidire alle pubbliche leggi dell’imperio Romano, di non ammettere né seguire niuna nuova religione, ma di osservare sinceramente l’antica religione degli dei e degl’idoli: che dovessero protestare pubblicamente di riconoscere, e d’adorare come vere deità gli dei de’ gentili:  e se niun cristiano ricusasse di bruciare l’incenso ad onore di questi dei, e di offerir loro i consueti sacrifizj, in pena fosse prima tormentato con più maniere di supplizj, e all’ultimo colla morte.

II. Infra que’ molti soldati, che nell’esercito cristiano si distinsero pel valore ne’ combattimenti, e per la gloria del trionfo, uno si fu Quirino vescovo di Siscia. Massimo presidente della provincia comandò, che fosse imprigionato, e i ministri dell’empietà si misero incontinente in cerca di Quirino, per averlo nelle mani sicuramente, il quale avendo scoperto l’ordine dato dal presidente sopra di lui, stimò di sottrarsi celatamente dalla città; ma appena ne fu uscito, che si scontrò negli sgherri, che andavano in traccia di lui, e fu preso, e menato al presidente.

Massimo prima di tutti il domandò, dov’egli volesse fuggire?

E Quirino rispose: che egli per niuna guisa non fuggiva spinto da qualche vil timore della morte, o d’altro male qualunque, ma essersi appreso a quella fuga per solo intendimento, di ubbidire al comandamento di Gesù Cristo, il quale nel suo vangelo dice così: se vi perseguiteranno in una città, e voi fuggite in un’altra[2].

Il presidente Massimo disse: chi fece questo comandamento?

E Quirino vescovo rispose: Gesù Cristo, il quale è vero Iddio.

Massimo disse: e non sapevi tu, che il braccio sovrano degl’imperatori si estende, dovunque tu fossi andato, e che in ogni qualunque luogo per le leggi emanate dagli imperatori tu saresti stato imprigionato? E cotesto, che tu nomini vero Dio, non poteva camparti, sicché non fossi preso dai ministri imperiali; e preso non poteva ritoglierti dalle loro mani? E tutto cotesto il vedi adesso per esperienza propria. Tu confessi d’esser fuggito, per ubbidire a Cristo; e mentre fuggivi, tu sei stato arrestato, e incatenato, e reo sei al mio tribunale; né cotesto tuo Cristo poté, né può di nulla giovarti.

Quirino vescovo rispose: comeche né voglia, né convenga, che Gesù Cristo unico e vero Iddio faccia sempre quello, che può fare, Egli però è onnipotente, e può sempre fare tutto, che voglia. Questo misericordioso Iddio ci giova sempre delle sue divine grazie, e mai non ci lascia né soli, né dimentichi: e sempre è con noi dovunque noi siamo, e in ogni incontro può sovvenirci in ogni miglior modo, che gli piaccia. Questo sovrano Signore, che noi cristiani adoriamo, quando testé fui preso da tuoi soldati, era con meco: nella strada fu sempre meco; e meco è in questo luogo, dinanzi a questo tuo tribunale. Egli mirabilmente mi corrobora e mi conforta, e sua è quell’impavida costanza, che in me ravvisi e provi; e sue sono tutte queste cose, che io dico, ed egli per la mia bocca or parla teco, e ti risponde.

Massimo disse: gran ciarle fai tu senza un intendimento al mondo. Veniamo a ciò, che importa; non si differisca più d’un momento l’esatta esecuzione degli ordini imperiali. Eccoti l’editto di Cesare: leggi i divini comandi, che contiene; e fa tostamente quello, che qui si prescrive.

Quirino rispose: i comandi di quest’editto sono empj e sacrileghi, e sono direttamente contrarj agl’inviolabili precetti del sommo Iddio. In cotali scelleratissimi comandamenti io non ubbidisco ai tuoi imperatori. Essi vogliono, che i servi di Gesù Cristo sacrifichino a i vostri dei: io non voglio sacrificare a cotesti dei, perché non vi sono, e altro non sono, che imaginazioni e ritrovamenti di persone inique, e diaboliche. Io conosco, adoro, e servo un solo Iddio. Questo unico e vero Iddio è nel cielo, nella terra, nel mare, e in ogni luogo. Egli è superiore all’universo, Egli nella sua immensità contiene e comprende tutte le cose; ed Egli di niente ha fatte tutte le cose, e tutte coll’onnipotente sua providenza le conserva, e regge.

Massimo disse: Quirino tu hai vivuto assai, ma in tant’anni a quel, che intendo, altro non imparasti che alcune stravaganti, e pompose favole da contarsi a bambini. Povero vecchio ribambito, eccoti l’incenso, lo brucia ad onore de sommi dei; e intendi sanamente, che sono veri dei questi, che tu non conosci. Tu averai riacquistato non poco senno e sapere, se vorrai seguire i miei consigli, e fare i comandi dell’imperatore. Che se imperversato t’ostinassi in non volere ubbidire, e per niuna guisa non volessi dare questa publica testimonianza dell’umile tua divozione agli imperatori, e agli dei immortali; sappi, che ne saresti gastigato con diversi, e atroci tormenti, e poi una morte infame, e crudelissima.

Quirino vescovo rispose: l’ingiurie, e i supplizj incontrati per la fede di Gesù Cristo sono i miei più graditi onori, e le mie più dolci consolazioni e felicità; e quella barbara morte, che tu mi minacci, se per misericordia del Signore potrò pure averla una volta, per me non sarà morte, ma vita immortale, e beatissima. Io sono fermo, o Massimo, e immutabile, sul punto della religione io ubbidisco a Dio solo, e in niun modo non ubbidisco a tuoi imperatori, che ribelli al sommo Iddio vogliono costringerci a cose da Lui vietate. Io detesto, e abomino tutti i tuoi dei; cotesti non sono dei, né possono esserlo. Gli altari di cotesti vostri dei sono fucine infernali di sacrilegj: mai su questi altari nefandi non brucerò l’incenso, come vorresti. Altro altare io non conosco, che quello dell’unico e vero Dio, su cui già più volte io offersi il divino sacrificio, e su cui in odore di soavità[3] io già donai e sacrai all’Altissimo tutto mestesso.

Massimo disse: veggo, che la tua pazzia divien furore, e che per disperata frenesia tu vuoi morire. Sacrifica agli dei.

Quirino vescovo rispose: io non voglio sacrificare ai diavoli dell’inferno. La santa Scrittura dice: tutti gli dei de’ gentili sono diavoli…; e chi sacrificherà a questi dei, sarà di sterminato.

Allora Massimo presidente comandò, che fosse duramente flagellato, e insieme disse a Quirino: ravvediti del tuo errore: riconosci la potenza di quelle deità, cui adora, e serve tutto l’imperio Romano. Se tu vorrai fare a mio modo, sarai fatto in premio sacerdote del gran dio Giove: altrimente io ti manderò a esser giudicato da Amanzio presidente della prima Pannonia, e da lui, come meriti, sarai condannato alla morte. Dhe fa senno una volta, deponi cotesta ostinata pazzia: fa a modo mio, sacrifica.

Quirino vescovo disse: adesso sì che, in patendo qualche cosa per Gesù Cristo, fo con qualche decoro le parti di sacerdote; e allora sarò divenuto vero e perfetto sacerdote; e allora sarò divenuto vero e perfetto sacerdote di Gesù Cristo, quando sia fatto degno di offerire la vita mia, e tutto me in sacrificio e olocausto della sua fede. Ora, che questo mio corpo tutto è illividito, e piagato da flagelli, me ne glorio e me ne compiaccio immensamente, e di tante battiture e strazi niun dolore, o rammarico non risento. Eccomi, o presidente, io mi ti proferisco altieramente a nuovi, e più crudeli tormenti; odopera sopra di me gli ultimi sforzi della tua inumana fierezza. Averò così per me medesimo aperta, e mostrata a tutti que’ cristiani, la visibile direzione e governo de’ quali volle il Signore, che in questa vita mortale fosse a me affidata, averò dico mostrata loro quella strada, che è la più spedita, e sicura per arrivare alla vita eterna; e col correrla tutta sotto degli occhi loro spedito, e lieto, molti di loro accenderò d’un desiderio efficace di seguirmi, e d’un conforto consolante nel metter visi, e nel correrla infino al fine.

Massimo presidente disse: si racchiuda costui in prigione, e si leghi e carichi di pesanti catene, finché torni in senno, e si disponga a voler ubbidire.

Quirino vescovo rispose: io punto non temo le tue carceri: io so bene, che il Signore, che adoro, è meco e nella carcere, e dovunque. Egli non abbandona mai i suoi veraci adoratori, che in tutto di Lui si confidano.

III. I ministri eseguirono di presente gli ordini dati, e avendo legato con molte catene il vescovo Quirino, il chiusero nella prigione.

Quivi il santo vescovo si pose in orazione, e disse così: vi ringrazio, o Signore, che vi siate degnato di farmi patire per amor vostro gli strazi e le villanie, che sostenni in questo dì. Ora di questo vi supplico umilmente, che piaccia alla divina vostra misericordia di manifestare a tutti costoro, che qui son meco in questa carcere, essere io adoratore sincero dell’unico e vero Iddio; e vengano così a conoscere, e credere, che altro Iddio non v’è, se non se voi solo unico e sommo Bene.

In sulla mezza notte subitamente una luce divina con infinito splendore illustrò tutta la carcere. Il custode de’ carcerati, che aveva nome Marcello, vide questo portento, e compreso d’una gagliarda, e consolante confusione, e stupore aperse la carcere in gran fretta, e gittatosi ai piedi del santo vescovo Quirino, gli disse piangendo: prega per me il tuo Signore e Dio, perché io credo, e confesso non esservi altro vero Dio, che Quegli, che tu adori.

Il santo vescovo molto il confortò nel suo santo proponimento, e istruitolo de i principali misterj, e uffizi della cristiana religione, nel nome del Signor nostro Cristo il battezzò.

Dopo tre giorni Massimo comandò, che il vescovo Quirino fosse trasferito nella prima Pannonia, e fosse rappresentato al tribunale di Amanzio presidente di quella provincia; acciocché egli, secondo che meritava la sua pervicacia in non voler ubbidire ai comandi dell’imperatore, il giudicasse, e condannasse.

IV. Il beato Quirino fu trasportato nella prima Pannonia: fu condotto per la strada, che è alle rive del Danubio, e lo tenevano sempre legato, e quasi oppresso di pesantissime catene, e così lo fecero entrare per tutte quelle città, che sono situate lungo il Danubio. Quel dì medesimo, che il presidente Amanzio ritornò dalla città di Scarabanzia gli fu rappresentato Quirino vescovo, e gli fu fatto sapere, che glie lo inviava Massimo, acciocché e’dovesse condannarlo. Ma il presidente giudicò di tener quel giudizio nella città di Sabaria[4], e comandò, che fosse là rimenato.

Allora alcune divote donne cristiane entraono a visitare il santo vescovo, e gli presentarono cibi, e bevanda. Il santo vescovo molto ammirò, e comendò la fede di queste buone donne; e benedicendo quello, che avevano recato, miracolosamente di per sestesso caddero al santo martire le catene dalle mani, e da piedi. Si ristorò Quirino col cibo, e le donne uscirono della carcere; e venuto il tempo ordinato, i soldati, che l’avevano in custodia, il menarono alla città di Sabaria.

Il presidente Amanzio ordinò agli uffiziali del suo tribunale, che si raunassero nel teatro, dove volle tenere il giudizio di Quirino. Quivi rappresentato il santo martire al presidente, questi così l’interrogò: voglio da te sapere, se veramente dinanzi al tribunale di Massimo, tu dicesti, e raffermasti quello, che di te è scritto in questi atti; e se tu veracemente ivi mostrasti quell’ostinato orgoglio, e quella tracotante presunzione, che qui è descritta nelle tue risposte?

Quirino vescovo rispose: nella città di Siscia al tribunale di Massimo altro non feci, che confessare d’essere adoratore fedele dell’unico e vero Iddio. Questo solo e vero Iddio fu sempre da me onorato con umile e pura fede, e Lui solo di tutto il mio cuore, e sopra tutte le cose ho sempre amato: e dalla fede, dall’amore, e dal culto di questo unico e vero Iddio niuno potrà mai per niuna maniera sedurmi e ritrarmi.

Il presidente Amanzio disse: rispetto, e compassiono, com’è dovere, cotesta tua vecchiezza, e la tua venerabile canizie, e però mi contengo dal condannarti subito ad esser flagellato, come meriteresti. Tantopiù, che un vecchio onorato e dabbene, come tu se’, si lascierà persuadere alla ragione; e io mi lusingo, che abbraccerai que’ savi consigli, e que’ vantaggiosi partiti, che ti proporrò; e deponendo ogni sconsigliato impegno, ti condurrai a voler ubbidire, come tutti sanno, alle giuste e discrete leggi degl’imperatori; sacrificherai agli dei, e goderai con quiete, e con onore quegli anni di vita, che ti restano ancora.

Il Beato Quirino vescovo rispose: a che pigliarti tu, o presidente, tanto pensiero della mia vecchiaja, e dell’onor mio? Credi tu forse, che, perché vecchio, non abbia coraggio e forza, per incontrare i tormenti? La mia fede mi rende abile a sostenere tutti i supplizj, a che tu possa soggettarmi, e a vincergli tutti e trionfargli. Io non mai disdirò la confessione del vero Iddio; dovunque, e in ogni circostanza, che sia d’uopo, ripeterò d’essere inviolabilmente cristiano: né mai o la speranza lusinghiera di questa vita fallace, o il timore d’una morte, il più che possa essere infame e inumana, e niun parlare, e niuna cosa qualunque siasi potrà mai o abbattere, o soperchiare, o comunque neppur per pochissimo commuovere in questo punto l’invariabile mia costanza.

Amanzio presidente disse: ma che maniera mai di pazzia è cotesta tua? A che intendimento pigliare un impegno sì forte, e ostinatissimo, di apparire in faccia a tutto il mondo irreligioso e empio contro gli dei, e contrario e ribelle all’imperio Romano? Onde muove in te questo matto desiderio impotente di finire il peggio, che tu possa i tuoi dì? Per la brama ardentissima, che hanno tutti gli uomini divivere, anche ne’ tormenti più orridi assai malfattori negano costantemente que’ delitti, de quali sono rei; e tu altro non neghi, altro non disdici con invincibil costanza, se non se di voler vivere? Si potrebbe mai sapere con qual ragione tu possa dire, che niuna dolcezza non ti possa cagionare il vivere, e che per questo motivo tu desideri di morire, e non temi di disubbidire agl’imperatori? Perché io ti dico anche un’altra volta, che tu pensi a vivere, che tu ti meriti, e ti procaccio la vita, coll’ubbidire di presente con la debita sommissione alle leggi dell’imperio Romano.

Quirino vescovo rispose: cotesto tuo lungo artifizioso parlare sarebbe stato fortissimo per un vecchio ignorante, che nulla non sapesse di vita eterna, né altri beni aspettante, che quelli di questa misera mortale, e però questa sopra d’ogni altra cosa avesse in pregio, e bramasse. Ma io apparai già nella dottrina celeste del mio Signore e Dio, che i suoi fedeli dopo la morte di questo corpo passano ad una vita piena di tutti i beni, che mai per morte non potrà finire. La speranza, e la brama di questa vita, e il timore di perderla fanno, che io non tema d’oppormi a quelle leggi, che sono contrarie a Dio, e che vada incontro per questo con allegrezza ad una morte, che metterà principio alla vita eterna e beatissima. Io non sono un di que’ rei, cui si faccia un giudizio di morte per qualche enorme misfatto commesso. Eglino né conoscono, né amano Iddio, né possono aspettarsi un’altra vita migliore; e col morire a questa mortale, con una morte eterna muojono ancora alla vita beata; e in questo stato a ragione bramano sommamente di vivere, e per viver comunque, negano ostinatamente le loro iniquità. Io aspetto la vita eterna, e però punto non amo questa mortale; col confessare la mia fede m’assicuro la vita beata, però non m’induco a negarla; e per questa confessione sostenendo la morte di questo secolo, entro alla vita eterna e beata; e però non temo, e non fugo; anzi desidero, e procaccio, per quanto posso, questa morte corporea per voi terribile tanto e funesta. Ecco i veri motivi, per cui non ubbidisco alle vostre leggi, per cui con tanta gelosia osservo i comandamenti del mio Signore e Dio Gesù Cristo, e per cui ho sempre insegnato e inculcato a tutti i fedeli, che debbano ad ogni occasione operare con simil coraggio e costanza.

Amanzio presidente disse: ci siamo assai lungamente adoperati in ogni maniera a noi possibile, per ridurti all’osservanza e esecuzione degl’imperiali comandamenti; ma giacché tu se’ voluto rimanere nella tua ribelle ostinazione, per l’innanzi ti tratterò in modo, che sarai di terribile funestissimo esempio a tutti i cristiani, i quali riguardando la tua morte, non potranno più vantarsi, di non curarsi di vivere, né di non temere il morire.

V. Quindi dopo essere stato san Quirino immensamente straziato con più maniere di supplizj atrocissimi, all’ultimo il presidente comandò, che gli fosse legata al collo una macina da molino, e fosse precipitato ad annegare nel fiume Sibari. Fu menato sopra del ponte, e di quivi gittato nel fiume, secondoche era stato sentenziato dal presidente. Comeche avesse legato al collo quello smisuratissimo peso, che è detto, pure andò a fior d’acqua galleggiando per lunghissimo tempo: molto parlò ai cristiani spettatori, assai confortandogli col suo esempio, a non voler temer di nulla per la confessione costante del nome di Gesù Cristo; e finalmente appena quasi coll’orazione poté ottenere da Dio di profondarsi nell’acqua, e di morire. Il corpo di lui fu ritrovato poco distante dal luogo, ove affondò; e quivi anche al presente vi è una divota capellina per fare orazione: ma il sacro cadavere di lui fu sepolto nella basilica, che è vicino alla porta di Scarabanzia, dove in gran numero concorrono i fedeli, ad onorare la memoria del santo martire, e a partecipare dell’efficace, e benefica intercessione di lui.

Il beato Quirino vescovo di Siscia, e martire di Gesù Cristo consumò il suo martirio ai quattro di Giugno, e fu coronato dal Signor nostro Gesù Cristo, cui sia onore, e gloria, e potere ne’ secoli de’ secoli. Amen.   

Da: ATTI SINCERI De primi martiri della chiesa Cattolica. Raccolti dal P. RUINART e tradotti nella lingua Italiana con prenotazioni e note da F. M. LUCHINI. Tomo IV, ROMA MDCCLXXIX, 23-31.

 


 

[1] Attuale Sisak in Croazia.

[2] Matteo 10, 23.

[3] Genesi 8, 21; Levitico 2, 9; Ezechiele 20, 41; Efesini 5, 2; cfr. Cantico di Salomone 4, 6. L’espressione “in odorem suavitatis” è ripresa anche in molti testi liturgici: al momento dell’offerta dell’incenso sia nella Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo che nella Santa Messa di Pio V; ancora presso i latini nell’orazione all’offertorium di Pentecoste, nel rito tridentino del battesimo e nell’inno dell’Exultet la notte di Pasqua.

[4] Savaria, odierna Szombathely in Ungheria, fu anche la città natale di san Martino vescovo di Tours.

 

 

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