Quando sant’Ambrogio cantò i martiri Vittore, Nabore e Felice

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di Inos Biffi

 

Milano, San Vittore in ciel d’oro, IV secolo, la cupola

 


Sant’Ambrogio sente una profonda attrattiva per la figura dei martiri che consumano la sua fede fino all’effusione del sangue, e ne è stato un appassionato cantore in diversi suoi inni, composti in loro onore. Era certamente persuaso che, festeggiati dalla voce canora dei suoi fedeli, i martiri si sarebbero impressi nel loro spirito come modelli luminosi e affascinanti.

Alcuni di questi appartengono alla Chiesa di Roma, la Chiesa d’origine di sant’Ambrogio, ma egli li fa cantare in quella di Milano, come Pietro e Paolo, Agnese e Lorenzo. Altri non sono d’origine milanese, e tuttavia Ambrogio li ritiene appartenenti alla Chiesa milanese, perché generati alla grazia da questa Chiesa: così Vittore, Nabore e Felice.

Altri, ancora, sono considerati propri di Milano ed egli li celebra con particolare commossa compiacenza, come Protaso e Gervaso, stimati un prezioso tesoro, provvidenzialmente ritrovato.

Vittore, Nabore e Felice sono cantati insieme in un unico inno trionfale, che celebra ed esalta come in un epinicio le gesta della milizia cristiana (militia christiana), in cui lotta e riesce vincitore il soldato di Cristo (miles Christi).

Decapitati all’inizio del IV secolo, i tre martiri erano venerati a Milano, come sembra, dal tempo e per merito del vescovo Materno (316-328c.), che vediamo ritratto tra Nabore e Felice in un mosaico di San Vittore in Ciel d’Oro, l’antico sacello ora conglobato nella basilica costruita e scelta da Ambrogio per la propria sepoltura, e che già chiamavano “ambrosiana”, come lui stesso dichiara alla sorella, informandola sull’"invenzione" di Protaso e Gervaso, i martiri con i quali l’avrebbe dedicata nel 386.

In questa stessa zona cimiteriale di Porta Vercellina si trovava la cappella in cui erano inumati e venerati i corpi di Nabore e Felice, separati, e non ne conosciamo la ragione, da Vittore sepolto in un vicino martyrium, dove, presso il martire, Ambrogio avrebbe collocato il fratello Uranio Satiro con l’epigrafe da lui dettata: “Estremo onore, deponendolo alla sinistra del martire, / a Uranio Satiro diede il fratello Ambrogio./ Questa sia la ricompensa al suo merito: l’onda del sacro sangue/ infiltrandosi irrori le vicine spoglie”.

La Chiesa di Milano venerava quei martiri già prima che Ambrogio vi diventasse vescovo.

Nella Vita Ambrosii Paolino scrive che, “deposti nella loro basilica (in basilica positi) i santi martiri Nabore e Felice erano venerati da turbe di fedeli”, e che “davanti ai cancelli posti a tutela dei loro sepolcri” Ambrogio avrebbe trovato Protaso e Gervaso, i martiri finalmente propri della Chiesa di Milano.

Nello stesso Ambrogio poi troviamo l’elogio di tutti e tre i martiri nel Commento al Vangelo di Luca: “Un chicco di senapa sono i nostri martiri (martyres nostri) Felice, Nabore e Vittore. Essi avevano il profumo della fede, ma nessuno li conosceva. Venne la persecuzione, deposero le armi, piegarono il capo, e, fatti a pezzi dalla spada, sparsero per i confini di tutto il mondo il fascino del loro martirio”.

“I nostri martiri” li chiama, dunque, Ambrogio, ma, come lui stesso afferma nell’inno, non erano milanesi di nascita: provenivano dalla Mauritania, una terra remota, che evocava al poeta l’arsura del suolo e il calore cocente del sole – quasi metafora dell’ardore della loro futura sete di martirio –; e, d’altra parte, una terra da cui sorprendentemente arrivavano a Milano delle giovani per essere consacrate alla vita verginale: “Da Piacenza, da Bologna, dalla Mauritania – scrive il vescovo – vengono le sacre vergini, per ricevere qui il velo”.

Giunti dai “confini del mondo”, nelle regioni padane erano dunque stranieri e ospiti; e tuttavia Ambrogio non esita a chiamarli “martiri di Milano”, in virtù di una cittadinanza acquistata al caro prezzo del loro sangue versato per la fede – e per questo subito definiti pii –.

Ma vediamo lo svolgersi particolareggiato dell’inno.

Aperto coi loro nomi e la connotazione della loro pietà, consumata nella dedizione del martirio: “Vittore, Nabore, Felice, pii/ martiri di Milano (Victor, Nabor, Felix, pii/ Mediolani martyres)”, l’inno prosegue: “Pellegrini tra noi, di stirpe maura/ e forestieri nella nostra terra (solo hospites, Mauri genus/ terrisque nostris advenae)”, ossia la terra del Po: verdeggiante e fertile – sembra dire l’innografo – rispetto a quel luogo barbaro, ai limiti dell’impero, che all’immaginazione poetica richiama invece una deserta aridità, descritta in versi ambrosiani di rara e classica raffinatezza. Li citiamo anzitutto nella lingua originale di Ambrogio, che fu quella di Virgilio e di Lucrezio, perché solo così è possibile coglierne e gustarne la bellezza: “Torrens arena quos dedit, / anhela solis aestibus, / extrema terrae finium / exsulque nostri nominis (Vennero qui dalle sabbie riarse, / sotto la vampa del sole anelanti, / regione posta ai confini del mondo, / estranea al nostro nome)”.

E, tuttavia, quella estraneità non solo è superata, ma si trasforma in un’intima appartenenza: la vasta pianura padana li accolse con un’ospitalità pagata al caro prezzo del martirio, mentre la fede di una Chiesa – ricorre in Ambrogio l’espressione fides Ecclesiae – li ha colmati di Spirito Santo: “Nessuna patria – egli, infatti, scrive – è più vera della fede, che ha reso vicini quelli che erano lontani e ha unito col diritto della cittadinanza celeste gli ospiti e i pellegrini”.

Questa Chiesa, dove i tre esuli sono stati rigenerati e che Ambrogio con evidente compiacimento definisce “feconda” – alma in latino, a suggerire la prerogativa della maternità –, è la Chiesa di Milano, connotata da Basilio in una lettera allo stesso Ambrogio come “grande e famosa per la fede in Dio”.

La quale, d’altronde, venne largamente remunerata per quel dono: si è, infatti, così potuta coronare del sangue dei tre martiri, da lei strappati all’esercito dell’empietà e nel battesimo, portato a compimento nel martirio, consacrati a Cristo come suoi soldati: in un suo passo Ambrogio mette a confronto i milites saeculi e i milites Christi.

È la trasformazione o il miracolo profondo che avviene in una Chiesa in forza della fede, del lavacro e dello Spirito Santo.

Ma ecco i versi dell’inno: “Li ospitò la Padania / dietro un costoso compenso di sangue (mercede magna sanguinis); / di una feconda Chiesa la fede (almae fides ecclesiae) / li ricolmò di Spirito Santo. // La nostra Chiesa del sangue offerto / di questi martiri si corona; / strappati all’empio esercito, / di Cristo militi li consacra (Christo sacravit milites)”.

L’esercizio militare in quella mondana milizia, con le sue fatiche e i suoi pericoli, fu tuttavia utile per la fede: secondo Ambrogio, quell’uso delle armi, che li aveva addestrati a dare la vita per il principe, li temprò e insegnò loro che è impresa splendida quella di soffrire per Cristo: pro Christo pati è espressione della prosa del santo, che nel conflitto con gli ariani affermerà: pro Christo patiar.

È possibile anche un’altra versione: insegnò loro a offrire la vita per il re, ossia a sacrificarsi per Cristo, a cui pertiene la regalità autentica: “La disciplina giovò alla fede: / l’uso rischioso dell’armi belliche / li ammaestrò nel penoso dovere / di dar la vita a Cristo, vero Re”.

Solo che le armi appropriate a questa battaglia suprema non sono le frecce di ferro o gli equipaggiamenti che occorrono per le battaglie terrene.

Questi “soldati di Cristo (Christi milites)” – Paolo parla del Christi miles (II Timoteo 2, 3) – sono protetti dalle armi provvedute dalla fede; anzi, precisa il poeta forse con intento antiariano, dalla “vera” fede – altrove egli usa l’espressione: “camminare con la vera fede (ambulare vera fide)” –.

Dunque: “Non dardi chiedono, non armi ferree, / i soldati di Cristo: / incede già ben munito / chi vera fede possiede”.

Anche nel caso dei Maccabei, Ambrogio afferma che “hanno vinto unicamente le armi della pietà (vicerunt sola arma pietatis)”, e, a commento del salmo 43, parla della “fede che sola ha combattuto (fides sola pugnavit)” e del “popolo della Chiesa che non ha lottato con le armi militari e con i dardi di ferro (non [...] armis et ferreis telis)”, mentre, a proposito del fratello Satiro, ricorda che “aveva chiesto le armi della sola fede (fidei solius arma), credendosi con queste abbastanza riparato e munito (munitum)”.

Ora, chi possiede una tale fede si trova protetto come da uno scudo – l’immagine è attinta a Paolo (Efesini 6, 16) –, e nella disfatta paradossalmente appare vincitore: è l’idea ricorrente in Ambrogio del patibolo come trofeo, della croce come vertice del trionfo, o della morte del martire come premio di vita: “Scudo la fede, la morte vittoria per lui (Scutum viro sua est fides/ et mors triumphus)”.

Fu proprio questa vittoria – continua Ambrogio – che ci venne invidiata dal persecutore, il quale la sottrasse a Milano, allontanandone i nostri milites per sottoporli al supplizio nella città di Lodi: “Ma il tiranno / ce l’invidiò, che alla città di Lodi / inviò i nostri martiri”: Vittore, Nabore e Felice, infatti, subirono il martirio lontano dalla città e dalla Chiesa a cui per la fede e il battesimo in realtà appartenevano.

Però, i loro corpi, trafugati furtivamente, furono ridonati a questa Chiesa, come vittime sacrificali, e col ritorno solenne glorioso riservato ai vincitori: “Rapìti poi, su quadrighe tornarono / a noi le sacre vittime, / condotti come su un carro trionfale / al cospetto di principi”.

Veramente, non è facile conoscere che cosa di preciso sia avvenuto; tutto rimane allusivo e piuttosto misterioso. La stessa espressione latina: in ora principum può significare “in barba alle autorità”, come noi diremmo, o, al contrario, “al cospetto dei principi”. In ogni caso, al vescovo importava affermare e cantare, ormai, la presenza dei martiri, sia pure come frutto di una rapina, nel suolo e nella memoria liturgica di Milano, che si trovava, così, da loro impreziosita e tutelata.

Una Chiesa senza martiri appariva ad Ambrogio troppo povera e sguarnita, mancando di quelle figure esemplari che, con la testimonianza di una fede vissuta fino all’effusione del sangue, non cessavano di stimolare alla coerenza e alla fedeltà cristiana.

Fonte: L’Osservatore Romano, 8.5.2008

 

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