Atti del santo Ieromartire Ignazio il Teoforo
Sant’Ignazio tra i leoni, Russia centrale, XVII sec.;
tempera su legno (patr. di Antiochia, Damasco)
La figura di Ignazio
Lo ieromartire Ignazio il Teoforo, era un discepolo del santo apostolo ed evangelista Giovanni il Teologo, come lo è stato anche san Policarpo, vescovo di Smirne. Sant’Ignazio, successore dell’apostolo Pietro sulla cattedra di Antiochia, ne fu il secondo vescovo, salito al trono dopo il vescovo Euodius, apostolo dei Settanta.
La Tradizione dice che quando sant’Ignazio era un bambino, il Salvatore lo abbracciò e disse: “Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli” (Matteo 18, 3). Il santo fu chiamato “portatore di Dio” (Θεοφόρος), perché portava Dio nel suo cuore e lo pregava incessantemente. Inoltre aveva questo nome perché era stato tenuto tra le braccia di Cristo, il Figlio di Dio incarnato.
Come Vescovo di Antiochia, sant’Ignazio fu zelante e non risparmiò alcuno sforzo per costruire la Chiesa di Cristo. A lui è attribuita la pratica del canto antifonale (a due cori), durante i servizi religiosi. Aveva avuto una visione di angeli in cielo che alternandosi cantavano lodi a Dio, e divise il coro della sua chiesa per seguire questo esempio. Al tempo della persecuzione fu una fonte di forza per le anime del suo gregge, desideroso di soffrire per Cristo.
Nell’anno 106 l’imperatore Traiano (98-117), dopo la vittoria sugli Sciti, ordinò che tutti rendessero grazie agli dèi pagani, e di mettere a morte tutti i cristiani che si rifiutavano di adorare gli idoli. Nell’anno 107, accadde a Traiano di passare per Antiochia. Qui gli dissero che il vescovo Ignazio apertamente confessava Cristo, e insegnava alla gente a disprezzare la ricchezza, a condurre una vita virtuosa, e di preservare la loro verginità. Sant’Ignazio si presentò volontariamente davanti all’imperatore, in modo che si evitasse la persecuzione dei cristiani in Antiochia. Respinse le richieste persistenti dell’imperatore Traiano di sacrificare agli idoli. L’imperatore decise allora di mandarlo a Roma perché venisse gettato alle belve. Sant’Ignazio accettò con gioia la pena inflittagli. La sua disponibilità al martirio è stata attestata dai testimoni oculari, che accompagnarono Ignazio da Antiochia a Roma.
Sulla strada per Roma, la nave salpò da Seleucia fermandosi a Smirne, dove sant’Ignazio incontrò il suo amico, il vescovo Policarpo. Clero e fedeli di altre città e villaggi si affollavano per vedere Ignazio. Egli esortò tutti a non temere la morte e a non piangere per lui. Nella sua Lettera ai cristiani di Roma, chiese di aiutarlo con le loro preghiere, e di pregare Dio perché lo rafforzasse nel suo imminente martirio per Cristo: “Io cerco colui che è morto per noi, ho il desiderio di Lui che è risorto per la nostra salvezza... In me, il desiderio è stato inchiodato alla croce, e nessuna fiamma di desiderio materiale è rimasta. Solo l’acqua viva parla dentro di me, dicendo: ‘Affrettati al Padre’”.
Da Smirne, Ignazio andò a Troade. Qui apprese la lieta notizia della fine della persecuzione contro i cristiani in Antiochia. Da Troade, sant’Ignazio navigò verso Neapolis (in Macedonia) e poi a Filippi.
Sulla strada per Roma sant’Ignazio visitò diverse Chiese, insegnando e guidando i cristiani di là. Scrisse anche sette epistole: alle Chiese di Efeso, di Magnesia, di Tralle, Roma, Filadelfia, e Smirne. Inviò anche una lettera a san Policarpo, il quale cita una raccolta di lettere di sant’Ignazio nella sua lettera ai Filippesi (cap. 13). Sant’Ireneo di Lione cita la lettera di S. Ignazio ai Romani nel Contro le eresie (5:28:4)[1]. Tutte queste lettere sono giunte fino ai giorni nostri.
I cristiani di Roma incontrarono Ignazio con grande gioia e dolore profondo. Alcuni di loro speravano di fargli evitare l’esecuzione, ma sant’Ignazio implorò loro di non farlo. Inginocchiato, pregò insieme con i credenti per la Chiesa, per l’amore tra i fratelli, e per porre fine alla persecuzione contro i cristiani.
Il 20 dicembre, giorno di una festa pagana, portarono Ignazio nell’arena, e lì egli si rivolse al popolo: “Uomini di Roma, lo sapete che io sono condannato a morte, non a causa di qualche crimine, ma a causa del mio amore per Dio, dal cui amore sono stato abbracciato. Da tempo desidero stare con Lui, e offrirgli me stesso come un pane puro, fatto di grano finemente macinato dai denti delle belve”.
Dopo questo i leoni furono liberati e lo fecero a pezzi, lasciando solo il suo cuore ed alcune ossa. La Tradizione dice che durante la sua esecuzione, sant’Ignazio avesse incessantemente ripetuto il nome di Gesù Cristo. Quando gli chiesero perché facesse questo, sant’Ignazio rispose che questo nome era scritto nel suo cuore, e che confessava con le labbra Colui che egli aveva sempre portato dentro. Quando il santo fu divorato dai leoni, il suo cuore non fu toccato. Quando tagliarono i resti per dischiuderne il cuore, i pagani videro su scritto a lettere d’oro: “Gesù Cristo”. Dopo la sua esecuzione sant’Ignazio apparve a molti fedeli nel sonno per loro conforto, e alcuni lo videro in preghiera per la città di Roma.
Sentito del grande coraggio del santo, Traiano lo considerò positivamente e fermò la persecuzione contro i cristiani. I cristiani di Roma raccolsero i suoi resti, riunendosi spesso sulla sua tomba; in seguito, nel 438 inviarono le reliquie ad Antiochia[2], e il 1° febbraio 637[3], a causa dell’occupazione di Antiochia da parte dei Persiani, esse furono riportate a Roma e collocate nella chiesa di san Clemente. Il suo cuore, invece, è amabilmente venerato in un monastero femminile in Grecia.
Gli atti del martirio
Dal seguente racconto del martirio di Ignazio emerge, in diversi passaggi, che è stato scritto da coloro che accompagnarono il santo nel suo viaggio a Roma, e assistettero alla sua morte (cap. V. VI. VII.). E se la genuinità di questo racconto, così come delle Epistole ignaziane, è ammessa, non vi può essere dubbio che le persone in questione sono state Philo e Agathopus, forse con Crocus, i quali sono indicati da Ignazio (Epist. ad Smyr., cap. X.; α Philad., cap. XI.; a Rm., cap. X.) come coloro che han partecipato con lui a quel viaggio verso Roma che lo ha condotto al suo martirio. Ma sono stati sollevati alcuni dubbi, da Daille e altri, per quanto riguarda la data e l’autore di questo racconto[4]. Alcuni di questi poggiano su considerazioni interne, ma l’obiezione maggiore consiste nel fatto che non è stato ritrovato nessun riferimento a questo racconto nel corso dei primi sei secoli della nostra epoca. Questo è certamente qualcosa di molto sospetto, e può anche dar luogo a qualche esitazione nell’ascrivere la paternità ai compagni ed amici di Ignazio. D’altro canto, però, questo racconto della morte di Ignazio è in perfetta armonia con le indicazioni che lo riguardano narrate da Eusebio e dal Crisostomo. La sua semplicità comparativa, inoltre, è molto a suo favore. Essa non fa alcun riferimento ai racconti postumi legati al nome di Ignazio. Come detto, nel corso del tempo egli è stato identificato con il bambino che Cristo pose di fronte ai suoi discepoli come modello di umiltà. È stato detto che il Salvatore lo prese in braccio, e che quindi Ignazio deriva da ciò il suo nome di Theophorus, che è, secondo la spiegazione della parola che dà questa leggenda, colui che è portato da Dio. Ma nel cap. II. del seguente racconto troviamo spiegato che il termine significa “colui che porta Cristo nel suo petto”; e questa semplice spiegazione, con tutto il silenzio conservato per le meraviglie che successivamente sono state legate al nome di Ignazio, è certamente un forte argomento a favore di una datazione antica e la probabile genuinità del racconto. Alcuni critici, come Usher e Grabe, hanno ritenuto l’ultima parte della narrazione spuria, pur accettando ciò che precede, ma sembra che vi sia un’unità in esso che ci richiede di accettarlo in toto, o di rifiutarlo del tutto.
Acta Sancti Ignatii Episcopi Antiocheni et Martyris
I. Quando Trajano pochi anni prima aveva ottenuto l’imperio di Roma, Ignazio discepolo dell’apostolo san Giovanni, uomo per ogni maniera apostolico con somma cura, e vigilanza governava la Chiesa di Antiochia. Egli campò per miracolo d’Iddio dalle molte procelle della persecuzione di Domiziano. Imperciocchè a questo fortunoso tempo egli qual sollecito, e sperto piloto intese piucchemai a ben dirigere il cammino della misteriosa nave, cioè della Chiesa alla sua cura commessa, e molto vigilava continuamente in orazione, e digiuno: era assiduo nell’istruire il suo popolo, e nel dichiarare i precetti del Signore, e nel ricordare, e premunire tutti colle più acconcie maniere; acciocché tutti fossero preparati, e pronti per opporsi, e resistere agli urti di quella fortunosa tempesta: e sempre era in timore, e sollecitudine grandissima, che alcuno de’ suoi o per debolezza d’animo, o per semplicità, e ignoranza non fosse soperchiato, o vinto da quella furiosa persecuzione. Come poi fu posata per qualche brieve tempo quella persecuzione, comeche si rallegrasse, e godesse alla pace, e tranquillità della Chiesa; non pertanto inverso di se medesimo era mal soddisfatto, e dolente: e la cagione di ciò era, perché non era giunto a testificare colle più sincere riprove, e col dare la vita per la fede cristiana la sua carità verso il sommo Bene, né aveva compiti ancora i più sublimi, e gloriosi doveri d’un discepolo di Gesù Cristo. Continuamente ripensava seco stesso, e ravolgeva per l’animo, che la confessione del nome di Gesù Cristo consumata col martirio gli era necessaria a pervenire all’ultimo, e più eminente grado della perfezione cristiana, e che questa poteva unirlo, e congiungere quanto si può più strettamente col suo Signore. E però avendo dopo la persecuzione predetta governato ancora per alcuni altri pochi anni la sua Chiesa, risplendendo sempre in quella come una face luminosissima, e rischiarando colla sua luce le menti di tutti, e tutti addottrinando colla sincera, e schietta predicazione della divina parola; all’ultimo ottenne da Dio quella beata fine, che tanto aveva sempre desiderata.
Sant’Ignazio il Teoforo con scene della vita, 1827, Atene, Metokion del monastero Σινά
II. Conciosiachè Trajano nell’anno nono del suo imperio levatosi in gran superbia, e orgoglio per le vittorie da se riportate e sopra gli Sciti, e sopra i Daci, e sopra più altre nazioni; e parendogli non pertanto di non aver pienamente soggetti al suo comando i sudditi della Romana republica, se non assoggettava alle follie del gentilesimo il popolo santo di Gesù Cristo; minacciò a tutti i cristiani persecuzione fierissima, se non abbracciavano la religione, e il culto de’ demonj professato da tutte le genti; e costrinse con ispietato timore tutti quelli, che vivevano santamente, a dovere di necessità o sacrificare agl’idoli, o morire. Ora il nostro magnanimo campione di Gesù Cristo timoroso, e sollecito oltre ogni credere della sua Chiesa, quando Trajano si fu venuto nelle parti d’Antiochia, per andare di quindi sopra l’Armenia, e sopra i Parti, egli spontaneamente si rappresentò all’imperatore.
Venuto dinanzi a Trajano, questi gli disse: e chi sei tu spirito malvagio, e sciagurato, che hai ardimento di opporti, e di trasgredire i nostri comandi, e di più conforti, e solleciti anche altri a far lo stesso, e gli conduci così a morire miseramente?
Rispose Ignazio: spiriti malvagi, e sciagurati sono i demonj dell’inferno; e niuno a ragione può chiamare spirito sciagurato, e malvagio me, che porto nell’animo il vero Iddio: anzi gli spiriti malvagj dell’inferno temono, e fuggono alla presenza dei servi del vero Iddio, che noi adoriamo. E se tu mi chiami malvagio, perché son nemico grave, e dannoso a malvagi spiriti dei demonj, tu dici vero. Io possiedo Gesù Cristo, che è l’universale celeste Re, e Signore, e per virtù di lui disvelo, e dissipo le insidie, e le forze tutte degli spiriti infernali,
Trajano disse: e chi è colui, che possiede, e porta nell’animo Iddio?
Rispose Ignazio: ogni uomo, che creda in Gesù Cristo, e serva a lui fedelmente, possiede, e porta in se stesso il vero Iddio.
Ripigliò Trajano: e che pensi tu dunque, che noi non possediamo, né portiamo negli animi nostri gli dei immortali? E non vedi tu stesso come ci favoriscano del loro ajuto, e quali, e quante grandi vittorie ci concedano sopra de’nostri nemici?
Rispose Ignazio: tu sei estremamente errato in chiamando dei coloro, che sono da gentili adorati: cotesti sono spiriti sceleratissimi, né altri sono, che i demonj dell’inferno. Il vero Iddio è uno solo, ed è Quegli, che ha creato il cielo, e la terra, e il mare, e tutte l’altre cose, che vi sono: e uno solo è Gesù Cristo, che è Figliuolo unigenito dell’altissimo Iddio; e Lui priego umilmente, che mi conduca un giorno al possesso del suo regno.
Trajano disse: cotesto Gesù Cristo, che hai nominato, è forse quegli, che fu morto in croce da Ponzio Pilato?
Rispose Ignazio: questi appunto è quegli, di cui parlo: questi affisse alla sua croce, e distrusse e il mio peccato, e l’inventor del peccato; e questo Gesù Cristo sottomise, e soggettò colla sua morte sotto i piedi di noi, che lui portiamo pietosamente nel cuore, tutti i demonj, e i loro errori, ogni loro forza, e malizia.
Ripigliò Trajano: tu dunque porti dentro di te stesso cotesto Gesù Crocifisso?
Rispose Ignazio: così è, perciocché egli nelle sante scritture ci dice: “io abiterò in loro, e insieme con loro camminerò”.
Allora Trajano pronunziò la sentenza contro di lui, e disse: comandiamo, che Ignazio, il quale dice di portare in se medesimo Gesù crocifisso, sia condotto incatenato alla gran Roma, e là a lieto spettacolo, e piacevole del popolo Romano sia cibo alle fiere.
Sentita questa sentenza il santo martire con molto giubilo esclamò: io vi ringrazio, o Signore, perché vi siete degnato d’onorarmi della vostra più perfetta carità, e avete ordinato, che ora sia incatenato per vostro amore, come lo fu l’apostolo Paolo. Dette queste parole mostrandone un eccessivo compiacimento, e allegrezza prese le sue catene: e come ebbe fatta orazione per la sua Chiesa, ed ebbela con molte lacrime raccomandata a Dio, riprese un aria e un contegno di maestosa, e giuliva fortezza, quale ad un capo del nobil gregge di Cristo si conveniva; e così fu rapito di là da feroci, e crudeli soldati per dover esser condotto a Roma, e quivi dato in cibo a fiere affamate, e sitibonde del sangue umano.
S. Ignazio, di E. Panselinos, Monte Athos, Protaton
III. Fu da Antiochia menato a Seleucia, e il suo giubilo era continuo, e grandissimo, e moveva in lui dall’amore accesissimo del martirio. A Seleucia imbarcò, e dopo molte fatiche, e patimenti approdò a Smirne, dove sceso con molta allegrezza dalla nave si adoperò con ogni ingegno per potere prestamente abboccarsi con san Policarpo vescovo di quella città, e suo condiscepolo: perciocché entrambi erano stati un tempo discepoli dell’apostolo san Giovanni. Albergò in casa san Policarpo; e a lui amichevolmente scoperse, e partecipò le interne sue consolazioni, e gli altri multiplici spirituali doni d’ogni maniera a se compartiti dal Signore; e mostrando le sue catene, e di quelle compiacendosi, e gloriandosi senza fine, pregava Policarpo a grande istanza, che colle sue orazioni gli ottenesse da Dio l’ultimo beato successo delle sue brame. E questo stesso chiedeva umilmente a tutte le chiese: conciossiaché tutte le città, e tutte le chiese dell’Asia mandarono salutandolo a Smirne i loro vescovi, e preti, e diaconi; e tutti andavano al santo con grande speditezza, e fervore; perché ardentemente desideravano di vedere Ignazio, e di abboccarsi con lui; e speravano per questo modo di partecipare de’ doni superni del Signore, che sapevano in lui abbondare. Ignazio però sopra di tutti gli altri si confidava di san Policarpo, e lui più di tutti pregava ad ottenergli da Dio, d’essere, quanto prima si potesse, divorato dalle fiere; e che il suo spirito così volasse speditamente in cielo, e si mettesse alla presenza di Gesù Cristo, e a bearsi di lui eternamente.
IV. E fu tale, e tanta la sua modestia, e umiltà, che diceva a tutti di avere una speranza,e confidenza grandissima nelle orazioni di loro, che per lui pregavano, e lui ajutavano così del suo combattimento; e protestava, che per l’intercessione, e pe’ meriti loro aspettava da Gesù Cristo la grazia di confessare costantemente il suo nome divino, e mostrargli col martirio la sincerità dell’amor suo, e per questa strada andare a lui, e a lui congiungersi nel cielo con immutabile, ed eterna carità. E a quelle Chiese, che avevano mandati a lui i suoi ministri per salutarlo, rendé Ignazio questo guiderdone, che rimandò questi ministri con sue lettere a quelle Chiese medesime, che gli avevano spediti; nelle quali lettere molto ringraziò tutti degli uffizj pietosi di carità con lui adoperati, e pregava a tutti da Dio ogni maniera di celesti benedizioni, e tutti ammoniva, e confortava ad ogni virtù, e perfezione: e queste sue lettere erano sì belle, e fervorose, che ogni loro parola compungeva a divozione, e ad ogni virtù. Ma perché egli ben vedeva, che tutti i cristiani d’ogni luogo lo avevano in gran riverenza, e amore, temette, che la loro carità potesse impedirgli l’andare speditamente al possesso del sommo Bene nel cielo: e perciò veggendosi aperta dinanzi la bella porta del martirio, acciocché niuno non avesse a tentare di chiudergliela, o di contrastargli l’entrar subito per quella alla vita, e a Dio, scrisse ai cristiani di Roma questa lettera, che noi qui sogiungiamo.
V. Ignazio, il quale chiamasi anche Teoforo alla diletta e illuminata Chiesa di Gesù Cristo unigenito Figliuolo d’Iddio, la quale è nella città di Roma, Chiesa adunata, e favorita dalla magnifica misericordia dell’altissimo divin Padre, il quale altra cosa non vuole, che quello, che è ordinato, e voluto da Gesù Cristo nostro Iddio, e che conduce all’amore di Lui: Chiesa degna d’Iddio, degna d’essere da tutti lodata, e magnificata, e degna d’ottenere da Dio ogni suo desiderio: Chiesa, che è sposa purissima di Gesù Cristo, e sposa infiammata di celeste carità, e adorna, e arricchita del nome del divin Padre, e dell’unigenito suo Figliuolo. Cotesta vostra beatissima Chiesa io abbraccio divotamente nel nome di Gesù Cristo Figliuolo dell’eterno Padre; e voi tutti uniti, e congiunti e secondo la carne, e secondo lo spirito per l’osservanza concorde de’ divini comandamenti, e pieni della grazia d’Iddio, e mondi, e immacolati e da ogni colpa, e da ogni errore; e voi tutti saluto nel Signore, e a tutti desidero ogni più vero, e santissimo godimento senza fine.
Ho pur finalmente, o fratelli, ottenuto da Dio quello, che ho tanto desiderato, e domandato, cioè di poter venire a veder voi, che siete veri, e degni servi d’Iddio. E più di questo ancora spero d’aver ottenuto dalla misericordia del Signore. Io sono incatenato per amore di Gesù Cristo; e così incatenato spero, che sarò in brieve alla vostra città a ricevere i vostri santi abbracciamenti; se piacerà al Signore di condurmi a cotesto beato termine, e all’ultimo sospirato mio fine. Le cose sono cominciate assai bene; io priego vivamente il Signore, che a principj così felici più felice ancora abbia a succedere il fine: e spero, che Gesù Cristo col suo divino favore toglierà di mezzo ogni impedimento, ogn’indugio, e mi metterà sicuramente al possesso della gran sorte, a che mi ha destinato. Ho speranza di tutto questo; ma ne temo insiememente; e voi mi fate temere, o fratelli: e temo non m’abbia a pregiudicare la vostra carità. Se voi vorrete impedirmi il martirio, a voi sarà facile il tentarlo, e il far così piacer vostro; ma troppo grave, e doloroso sarà per me cotesto vostro uffizio; e se per opera vostra perdessi adesso il martirio, mi sarà difficile il rinvenirlo di poi. Non voglio per niuna guisa piacere a voi come ad uomini, ma voglio piacere a Dio solo, come voi procacciate di piacere a Dio solamente. Forseché mai più per l’innanzi io non incontrerei questa beata occasione di conseguire il mio Dio col martirio. Se voi mi lascerete andar quietamente al mio fine, mai non potrete ajutarmi in più cara cosa, e più a voi obbligarmi. Se voi starete quieti della mia sorte, io diverrò tutto d’Iddio: ma se poi vorrete amar la mia carne, voi quasi dal porto della mia beatitudine come nemici ingratissimi mi ributterete in un alto mar fortunoso a dover correre da capo fatiche immense, e tempeste, e pericoli senza numero. Ah nol fate per niuna guisa. Se voi volete amarmi di vera carità, se voi volete obbligarmi per sempre co’vostri pietosi uffizj, dhe giacché è preparato il mio altare, lasciate, che io sopra di quello sia all’eterno Signore sacrificato, e vi disponete ad esser tutti intorno a quello al tempo del mio sacrificio, e a formarmi così intorno un coro divoto di tutti voi, che canti inni festosi di ringraziamenti, e di lodi al divin Padre, e a Gesù Cristo, perché siasi degnato di condurre dall’oriente in occidente, e dalla Siria a Roma il vescovo d’Antiochia per farlo quivi confessore del suo gran nome, e sua vittima, e olocausto. O quanto buona, e beata sorte è mai il mancare, e morire a questo secolo per rinascere in eterno a Dio! Questa beata sorte voi non mai per l’addietro l’impediste ad alcuno: anzi molti e confortaste e induceste a procacciarla, e ad ottenerla. Cotesto è amor sincero, cotesta è verace carità, e dessa è quella, che io voglio da voi a questa occasione; e voglio, che, ciocché ad altri insegnaste per lo passato, a me ancora insegniate al presente. Voi dunque colle vostre orazioni mi pregate, e mi ottenete da Dio forza interna, e eterna a sì grand’opera; sicché non solamente io dica di bramare il martirio, ma il brami, e voglia in effetto; e mi dimostri cristiano non solamente alle parole, ma sia trovato, e riconosciuto per tale a fatti. Se i fatti mi mostreranno a tutti cristiano veracemente, allora questo glorioso, e caro nome mi si converrà a ragione; allora sarò vero servo fedele del Signor nostro Gesù Cristo. Ma questo non potrà essere, se non se quando io più non appaja agli occhi mortali. Nulla di ciò, che agli occhi mortali apparisce, è eterno, e pregievole, giacché è scritto, che le cose, le quali appariscono, sono temporali, e quelle sono eterne, che non si veggono[5]. Quando gli occhi degli uomini non potranno più vedermi, allora vedrò svelatamente il Signor nostro Gesù Cristo, che siede alla destra del suo divin Padre. Per esser vero seguace del cristianesimo non basta saper la legge di Gesù Cristo, e crederla secostesso; ma è necessario di più l’imprenderla con fortezza, e operarla. Io scrivo alle Chiese, e a tutti fo sapere, che lietamente, e contentissimo vado a morire per la fede del vero Iddio; e non voglio, di che pur temo, che voi tentiate d’impedirmelo. Io vi prego nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, che non vogliate mostrarmi una così indiscreta, e inopportuna benevolenza.
Lasciate ch’io sia cibo delle fiere, lasciate ch’io venga così al possesso d’Iddio. Sono la Dio mercé frumento eletto d’Iddio: e debbo essere, dirò così, macinato, e affinato sotto i denti delle fiere, per divenire dipoi pane immacolato, e bellissimo di Gesù Cristo? Dhe anzi accarezzate coteste fiere, che saranno in brieve l’onorato mio sepolcro. Io desidero, e priego Iddio, che coteste fiere nulla di me non lascino alla terra; acciocché quando il mio spirito sarà venuto all’eterno riposo, nulla del corpo mio non possa esser grave ad alcuno. Allora sì, che sarò vero discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non potrà in niun modo neppur vedere alcun avanzo del mio corpo. Supplicate per me Gesù Cristo, acciocché coll’esser per lui divorato dalle fiere, sia fatto vittima, e olocausto dell’amor suo. Questo è quello, perché vi scrivo: e non v’intimo comandamenti, e precetti, come a voi già facevano s. Pietro, e s. Paolo. Eglino erano apostoli, io sono un vilissimo condannato: eglino liberi, ed io un piccolo, e inutil servo; ma se patirò il martirio, Gesù Cristo mi metterà in libertà, e in lui libero risorgerò. Adesso che io sono in catene per amore di Gesù Cristo, conosco la vanità di tutte le cose mondane, e il modo imparo di non curarle, e spregiarle. Per tutto il viaggio, che infino ad ora ho fatto dalla Siria per venir a Roma, sempre e per terra, e per mare, e di giorno, e di notte ho combattuto, e combatto colle fiere: sono dieci Leopardi, che mi stringono per ogni parte; e sono que’ dieci soldati, che mi tengono in catene, e in guardia: i quali anche co’ benefizj, che loro si fanno, divengon sempre peggiori, e più crudeli. È ben vero però che le loro ingiurie sono per me ammaestramenti, e vantaggi: ma per tutto questo non sono ancora giustificato[6]. Piaccia però al Signore ch’io sia presto sbranato, e divorato da quelle fiere, che mi son già preparate. Queste fiere io accarezzerò, perché mi sbranino, e non rifuggano da me per riverenza, come è intervenuto ad altri martiri. Che se le fiere ancora contrarie a voti miei vorran rispettarmi; io le irriterò contro di me, e le costringerò così a lacerarmi, e divorarmi. Perdonatemi, o fratelli, s’io parlo così: io conosco troppo il gran bene, che desidero, e aspetto da ciò. Incomincio così ad esser discepolo di Gesù Cristo, e non voglio più, che alcuna cosa visibile, o invisibile mi contrasti l’acquisto, e il possesso compito del mio divino Maestro. Fuoco, fiere, croci, ferite, macello delle carni, slogamenti dell’ossa, carneficine delle membra, squarci, lacerazioni di tutta la persona, e tutti i possibili, e più barbari tormenti, che sappia inventare l’inferno, tutti vengan pure sopra di me, io non gli temo, io non gli curo; cerco soltanto, e bramo di posseder Gesù Cristo. A me non piacciono, a me non giovano di nulla e tutti i piaceri del secolo, e tutti i regni di questo mondo. Troppo è meglio per me il morire per Gesù Cristo, che il comandare in tutto l’ambito della terra. Imperciocché che giova all’uomo il far acquisto dell’universo, se l’anima sua sostegna danno di ciò?[7] Io solo voglio, e solo aspetto, chi per noi morì: io solo bramo, io solo cerco, e solo aspetto, chi per noi risuscitò. Questi è tutta la mia mercede, e l’unico mio bene. Abbiate di me pietà, o fratelli, né vogliate impedirmi il vivere in Dio, né vogliate, ch’io più lungamente mi stia in questo corpo di morte lontano da Dio: io voglio esser tutto d’Iddio. Non vi lasciate sedurre alle lusinghe ingannevoli del mondo, e della carne. Lasciate ch’io possa bearmi del puro lume del Cielo. Come sarò pur giunto nel Cielo, allora sarò uomo d’Iddio. Non mi togliete la sorte d’esser imitatore avventurato della passione del mio Dio. Se alcuno ha in se stesso Iddio davvero, se lui ama sinceramente, ripensi a quello che io dico, e domando, e intendendo a pruova ciò, che mi costrigne a parlare così; me compassionerà delle mie sollecitudini, e affanni, e de’ miei trasporti amorosi. Il principe di questo secolo procura ritrarmi dal mio proponimento, e vorrebbe corrompere la mia buona volontà inverso d’Iddio. Niuno di voi non l’ajuti in ciò: anzi di più vi fate dalla mia parte, che è quella d’Iddio. D’altro più non parlate, che di Gesù Cristo, e del disprezzo del mondo. Niuno più invidii, né pensi a contrastarmi la sorte preparatami: e se mai giunto alla vostra presenza io vi pregassi di camparmi questa vita mortale, non mi credete allora, non m’ascoltate; e credete, e fate quello che io adesso vi scrivo. Mentre adesso vi scrivo, io son vivo, ma d’altro non vivo, che del desiderio di morire per Gesù Cristo. Ogni altra vita in me è già morta; ogni amore di me stesso è in me crocifisso; io più non conosco, e più non sento niuna cosa materiale,e corruttibile, e solo in me vive, ed arde quel caro fuoco, che già m’accesero nel cuore l’acque battesimali: questo m’anima, e mi sollecita, e fa sentirmi continuo un dolce invito, che dice, vieni vieni al Padre tuo. Io non voglio più cibo e alimento terreno: ogni cosa di questa vita mortale m’è di noja e di dolore: e altro non cerco che il pan d’Iddio, il pan celeste, il pan della vita: e questo è la carne di Gesù Cristo Figliuol d’Iddio, la quale il Divin Verbo in questi ultimi tempi si formò, e si prese dalla discendenza di Davide, e d’Abramo: e la bevanda, ch’io voglio è il sangue dello stesso Iddio fatt’uomo, il quale è amore immutabile, ed è vita perenne. Non voglio più vivere secondo gli uomini. Questo è quello, che io otterrò, se voi non v’opporrete. Piaccia pertanto a ognun di voi, che io muoja per Gesù Cristo, e questo è il modo, con cui voi a me piacerete. È tanto grande il bene, che io vi chiedo, che né con questa lettera, né con qualunque altra per quanto lunghissima potrei spiegarlo bastevolmente. Credete a me, e m’ascoltate, e a me concedete ciò, che domando. Gesù Cristo vi farà intendere colla sua grazia quello, che io dico. La bocca di lui è verace, e nella bocca di lui ha parlato il divin Padre. Pregatelo per me, acciocché io presto ottenga il possesso di lui. Vi scrivo non secondo i sentimenti della carne, ma secondo lo spirito di Dio. Se voi vorrete, ch’io muoja per Gesù Cristo, voi m’avrete amato in verità: ma se voi mi contrasterete un sì gran bene, voi m’avrete odiato sommamente. Ricordatevi nelle vostre orazioni della Chiesa di Siria, che adesso non ha in luogo di me altro Pastore, e Iddio solo la governa. Il solo Gesù Cristo, e poi la vostra carità in luogo del vescovo la debbe ora regolare. Io mi vergogno d’essere uno del numero de’ cristiani; sono l’ultimo di tutti, e sono indegno, e sono come un figliuolo abortivo[8] della Chiesa. Eppure il Signore m’ha conceduto tanto della infinita sua misericordia, che farò poi qualche cosa, se darò la vita per lui, se arriverò col martirio a possederlo. Vi saluto di tutto il mio spirito, e vi salutano tutte le Chiese, per le quali sono passato. Tutte nel nome di Gesù Cristo m’hanno accolto con eccessiva carità, e m’hanno trattato non come un vil passagiero, e pellegrino, ma come un fratello loro carissimo; e quelli, che secondo la carne di nulla non mi appartenevano, hanno voluto accompagnarmi, e trattarmi in tutte le città come un loro più stretto, e amato congiunto. Scrivo questa lettera dalla città di Smirne, e ve la mando per alcuni cristiani di Efeso degni di molta lode. Insieme con molti altri, è meco Croco nome a me carissimo. Suppongo, che voi siate già consapevoli, e conosciate tutti que’ cristiani della Siria, che per gloria d’Iddio sono a me preceduti, e venuti a Roma: a quelli fate sapere, che ancor io sono vicino ad arrivare. Tutti sono degni sicuramente e d’Iddio, e di voi: ne sono meritevoli, e io ve gli raccomando, acciocché gli consoliate di tutto quello, che potete. Io ho scritta questa lettera ai 24 d’Agosto. Il Signor nostro Gesù Cristo conceda a tutti voi ogni vero bene, e vi conservi prodi, e costanti nella pazienza per amor suo infino al fine. Amen.
VI. Come ebbe Ignazio con questa lettera disposti a dover secondare quietamente i suoi voleri que’ cristiani, i quali è temeva contrarj a se, com’è detto, e volenterosi di volergli salvar la vita; partì da Smirne: e que’ soldati, che il guidavano, molto affrettavano il confessore di Cristo, perché volevan giugner per tempo ai spettacoli della gran Roma, ne’ quali in faccia al popolo Romano doveva il santo essere esposto alle fiere, e così metter fine a’ suoi combattimenti, e andarne al cielo all’immortale corona, e trionfo. Approdò a Troade; da Troade fu condotto a Napoli, da Napoli passò a Filippi, e quindi traversò la Macedonia, e venuto a quella parte dell’Epiro, ove è situata la città di Epidamo, si trovò qui una nave, sopra della quale fu imbarcato, e navigando per l’Adriatico si venne nel mar Tirreno, e andando per questo mare passò in vista di più città, e di più isole; e fu al sant’uomo fatta avvertire la città di Pozzuoli: e egli bramò molto di sbarcare a quella città, e di venire per terra di là infino a Roma, per fare così quel medesimo viaggio, che moltissimi anni innanzi aveva fatto l’apostolo san Paolo. Ma traeva un vento assai gagliardo, e la nave l’aveva tutto alla poppa, sicché passò oltre velocissimamente, e avvanzò: e il santo rimirando dal mare pietosamente la città di Pozzuoli, mille lodi, e benedizioni mandò a que’ cristiani, che l’abitavano. Per un giorno, e per una notte intiera avemmo vento assai favorevole: e a noi a dir vero, ciò dispiaceva assai, perché ci conduceva a doverci più presto separare dalla compagnia di quel sant’uomo: ma egli ne godeva senza modo, perché vedeva quel viaggio tutto andare a seconda de voti suoi; ch’egli altro non bramava, se non se d’uscire, quanto più presto potesse, da questo mondo, e entrar così al possesso dell’amante, e riamato suo bene. Si pervenne navigando al porto Romano, e perché omai era vicino il fine degli immondi spettacoli; i soldati erano impazienti d’ogni dimora, e tardanza, e il santo vescovo godendo della lor fretta lieto e giulivo ogni qualunque lor talento il più indiscreto, e travaglioso, a giugner presto alla gran Roma, secondava.
VII. Si partì dunque incontinente dal porto Romano; e già era precorsa, e sparsasi la fama, che il santo martire veniva. Quei cristiani fratelli, che venutigli incontro lo accompagnavano, erano compresi, e pieni di dolore, e d’allegrezza: godevano perché il Signore gli aveva fatti degni di conoscere, e di trattare questo gran martire; temevano, e si dolevano, perché dovevano tosto separarsi da lui, e vederlo menato a sì crudele martirio. Ignazio, fece sentire la sua venuta ad alcuni, che vivevano in somma ritiratezza, e silenzio, e tutti s’impiegavano con gran fervore all’orazione. Questi pensarono di trovar modo a quietare il popolo, sicché non più chiedesse la morte d’un uomo sì giusto. Ma Ignazio conobbe in ispirito questo loro consiglio, e dopo avergli salutati tutti domandò loro, che dovessero usare a lui una vera carità; e con gran fervore tornò a dire assai di quelle cose, che già aveva scritte nella sua lettera; e se argomentò con molto studio di persuader loro di non dovergli invidiare, e contradire il gran bene, a che era omai vicinissimo, di giugnere sicuramente al possesso d’Iddio. E così messisi tutti i cristiani in ginocchioni insiem con lui, egli supplicò il Figliuolo d’Iddio per tutte le Chiese, lo pregò a metter fine alla persecuzione, e a conservare i fedeli in una scambievole unione e carità in fra loro: e finita l’orazione fu con gran fretta rapito all’anfiteatro. Era vicino il fine di quegli spettacoli, che sempre facevansi ogni anno al giorno stesso, e questo era secondo l’uso de’ Romani nel numerare i giorni de’ mesi, il dì terzo decimo, e in questo giorno ogni anno correvano a tali spettacoli molto bramosamente. Secondo la sentenza già data da Cesare Ignazio fu subito messo entro l’anfiteatro, e fu esposto alle fiere crudeli vicino al tempio[9]; e secondo la sentenza del Signore, che dice: il desiderio del giusto sarà accettevole dinanzi a Dio[10], e’ fu esaudito de’ suoi desiderj.
Ignazio nell’arena esposto ai leoni di fronte l’ara di Giove
Ignazio, siccome si era già espresso nella sua lettera, aveva bramato, che le fiere tutto si divorassero il suo corpo, sicché dopo la sua morte non dovesse esser grave ad alcuno de cristiani per la sepoltura del suo cadavere. E le fiere altro non lasciarono del suo corpo, che alcune parti più dure delle ossa; e questo solo rimase delle sacre reliquie del martire sant’Ignazio: le quali raccolte da Cristiani in un pannolino, come un tesoro inestimabile rimasto alla Chiesa per segnale, e caparra della protezione di questo invitto eroe di Gesù Cristo, furono divotamente riportate in Antiochia[11].
VIII. Queste cose avvennero il dì 20 di Decembre essendo Consoli in Roma Sura, e Senecione; e noi ne fummo spettatori; e le vedemmo tutte cogli occhi nostri. Dopo di che noi tornammo a casa piangendo, e passammo quella notte senza dormire, e genuflessi pregammo molto il Signore, che ci confortasse del nostro affanno, e riguardasse la nostra debolezza, e ci facesse per qualche modo sentire quello, che era del santo suo martire succeduto. Ci prese al fine un brieve, e dolce sonno; e all’improvviso altri di noi videro il santo martire, che amorosamente ci abbracciava, altri il videro che faceva per noi orazione; e ad altri apparve bagnato di molto sudore, come se tornasse da una gran battaglia, e quindi il mirarono entrare nella gloria del Signore, e in quella quietare beatamente. Il nostro godimento a queste vedute fu grande, e inesplicabile; e risvegliati avendo insieme conferito le predette visioni, lodammo senza fine Iddio dator d’ogni bene, e chiamammo felice, e beatissimo il suo martire Ignazio: e abbiamo voluto notificare a voi il tempo, e il giorno del suo martirio, acciocché nel giorno anniversario della sua morte vi congreghiate divotamente, e così uniti tutti in ispirito di carità comunichiamo con questo generoso martire di Gesù Cristo, il quale vinse, e conculcò il demonio, e secondo il suo pietoso desiderio compié il felice suo corso nel Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale e col quale sia la gloria e potenza al Padre e al Santo Spirito ne’ secoli de’ secoli. Amen.
Da: ATTI SINCERI De primi martiri della chiesa Cattolica. Raccolti dal P. RUINART e tradotti nella lingua Italiana con prenotazioni e note da F. M. LUCHINI. Tomo I, ROMA MDCCLXXVII, 253-273.
Basilica di S. Clemente in Roma, l’altare dove sono custodite le reliquie dei santi ieromartiri Clemente Romano e Ignazio il Teoforo
Tropario. Tono 4
Divenuto partecipe dei sentieri degli Apostoli, sei diventato un loro successore al trono. Attraverso la pratica della virtù, hai trovato la via della divina contemplazione, o uomo ispirato da Dio; con il retto insegnamento della parola di verità, hai difeso la fede, fino all’effusione del sangue. Ieromartire Ignazio, prega Cristo Dio di salvare le nostre anime.
Kontakion. Tono 3 (del 20 dicembre)
La commovente celebrazione della tua lotta vittoriosa è un annuncio di Colui che è nato dalla Vergine. Nel tuo desiderio di possederlo per sempre, ti sei affrettato ad essere divorato dalle bestie feroci. Per questo, o glorioso Ignazio, sei stato chiamato “il portatore di Dio”!
Kontakion. Tono 4 (del 29 gennaio)
Sei sorto oggi dall’oriente, illuminando tutto il creato con i tuoi insegnamenti, e sei stato coronato del martirio, o Teoforo Ignazio.
Exapostilarion (del 29 gennaio)
Libera quanti festeggiano con amore il tuo splendido ritorno, o Ignazio Teoforo, beatissimo ieromartire, da ogni tribolazione e danno dello spirito maligno, donando la remissione delle colpe, come ne hai ricevuto potestà da parte del Cristo Salvatore.
Immagini:
http://www.larici.it/culturadellest/icone/apostolici/ignazio/ignazio3.htm
http://pandektis.ekt.gr/dspace/handle/123456789/84996
http://commons.orthodoxwiki.org/images/2/27/Ignatius.jpg
http://www.eikonografos.com/
http://ishmaelite.blogspot.com/
[1] Quemadmodum quidam de nostris dixit, propter martyrium in deum adiudicatus ad bestias: Quoniam frumentum sum Christi, et per dentes bestiarum molor, ut mundus panis dei inveniar.
[2] La memoria di Ignazio è celebrata dalla Chiesa Ortodossa il 20 dicembre, suo dies natalis. Si fa memoria anche della traslazione delle sue reliquie da Roma ad Antiochia, il 29 gennaio. I Romano-Cattolici prima della riforma liturgica celebravano la sua memoria il 1 febbraio, in ricordo del ritorno a Roma delle sue reliquie, in seguito la data è stata spostata al 17 ottobre.
[3] 540 secondo altre fonti.
[4] Una più rimarcabile considerazione: Dei “riferimenti” possono sicuramente essere rintracciati, almeno in Eusebio di Cesarea (III, 36) e Ireneo (Adv. haeres. V. 28), se non in Girolamo (De viris ill. 16), ecc. Ma l’omelia di San Giovanni Crisostomo (Opp. II. 593) sembra quasi, in parte, una parafrasi.
[5] II Corinzi 4, 18.
[6] I Corinzi 4, 4.
[7] Matteo 16, 26.
[8] I Corinzi 15, 14.
[9] Nel mezzo dell’arena dell’Anfiteatro Romano v’era l’ara di Giove Laziale, o Stigio.
[10] Proverbi 10, 24.
[11] Passato l’undicesimo anno del regno Traiano le sue reliquie furono portate ad Antiochia e sepolte nel cimitero extra portam Daphniticam, come riferisce Girolamo; e, come riferisce Evagrio (Lib. I, cap. 16), solo dopo Teodosio II furono trasferite con grande solennità entro la città. Più verosimilmente ad Antiochia furono dapprima inviate le sole brandea intrise del sangue del martire, e solo nel 438 si poté procedere alla traslazione vera e propria.