ATTI DI SAN GIORGIO MEGALOMARTIRE

 

Monte Athos, monastero di Xenophontos, san Giorgio, mosaico del XII sec.

 

Ci furono fatti ammirare nelle scuole, narrati da Cornelio Nipote, da Tito Livio, il coraggio di Scevola, di Coclite, il disinteresse di Cincinnato, d’Epaminonda, eroi che contribuirono colle loro virtù all’ingrandimento d’illustri repubbliche; epperò sono virtù che impallidiscono a paragone di quelle de’ Martiri consolidatori dell’impero cristiano. Questo asserto consegue speciale dimostrazione nel racconto che prendo a riferire nobilissimo di fondo e di forma. Con queste parole il conte Tullio Dandolo introduce il lettore al testo del martirio di san Giorgio. Tanto più autentiche appaiono oggi a noi cristiani che viviamo nel neo impero anti-cristiano d’Europa che ha cancellato dalle coscienze ogni traccia dei valori umani e civili, derivati anche dalla cultura classica, e soprattutto tenta di distruggere quel che resta della santa fede cristiana.

 

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San Giorgio con i suoi santi genitori Geronzio e Polycronia (4 novembre)
 

Il santo martire Giorgio il Tropeoforo[1], era originario della Cappadocia (una provincia dell’Asia Minore), e crebbe in una famiglia profondamente cristiana. Suo padre soffrì il martirio per Cristo, quando Giorgio era ancora un bambino. Dopo ciò sua madre, possedendo alcune terre in Palestina, vi si trasferì con il figlio, educandolo ad un’autentica pietà. 

Diventato uomo, san Giorgio entrò in servizio presso l’esercito romano. Di bell’aspetto, coraggioso e valoroso in battaglia, entrò tra le conoscenze dell’imperatore Diocleziano (284-305) che lo aggregò alla guardia imperiale, con il grado di Comites.

L’imperatore pagano, che molto si era adoperato per il restauro della città di Roma, interessato al pericolo rappresentato per la civiltà pagana dal trionfo del Salvatore Crocifisso, intensificò la sua persecuzione contro i cristiani negli ultimi anni del suo regno. A seguito del parere del Senato a Nicomedia, Diocleziano concesse a tutti i suoi governatori piena libertà nei loro procedimenti giudiziari contro i cristiani, e dando il suo pieno appoggio.

San Giorgio, quando venne a conoscenza della decisione dell’imperatore, distribuì tutte le sue ricchezze ai poveri, liberò i suoi servi, e quindi si presentò in Senato. Il valoroso soldato di Cristo parlò apertamente contro i disegni dell’imperatore. Confessò d’essere egli stesso un cristiano, e invitò tutti a riconoscere Cristo: “Io sono un servo di Cristo Gesù, mio Dio, e confidando in lui, sono venuto tra voi volontariamente, a testimoniare la verità”. Testimonianza che rese oltre che con le parole con la stessa vita.

L’epoca pagana stava volgendo al termine, e il cristianesimo stava per trionfare. Entro alcuni anni san Costantino avrebbe emesso l’editto di Milano, che garantiva la libertà religiosa ai cristiani.

 

I miracoli

Dei molti miracoli compiuti dal santo martire Giorgio, i più famosi sono raffigurati nell’iconografia. Ma il più rinomato in assoluto è quello accaduto nella città di Beirut. Al di fuori della città, nei pressi del Monte Libano, vi era un grande lago, abitato da un enorme drago simile a serpente[2], che uscendo dal lago divorava la gente, e non c’era niente e nessuno che potesse contrastarlo, dato che il respiro delle sue narici avvelenava l’aria stessa. Su consiglio dei demoni che abitano gli idoli (la città era piena di adoratori degli idoli), il governatore locale giunse a una decisione. Ogni giorno la gente avrebbe sorteggiato un giovane tra i propri figli per sfamare il serpente, e quando sarebbe arrivato il suo turno, promise che avrebbe sacrificato anche la sua unica figlia. Il momento arrivò, e il sovrano la fece rivestire con gli abiti più belli, quindi la avviò sulla via verso il lago. La ragazza pianse amaramente, in attesa della sua morte. Inaspettatamente vide avvicinarsi san Giorgio a cavallo con la lancia in mano. La ragazza lo implorò di non lasciarla, avendo paura di morire. Il santo si segnò con il segno della croce e si precipitò sul serpente dicendo: “Nel nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito”. San Giorgio trafisse la gola del serpente con la sua lancia e lo schiacciò con il suo cavallo. Poi disse alla ragazza di legare il serpente con la sua cintura, e portarlo verso la città come un cane al guinzaglio. A quella vista il popolo fuggì in preda al terrore, ma il santo li fermò dicendo: “Non abbiate paura, ma fiducia nel Signore Gesù Cristo e credete in Lui, poiché è Lui che mi ha mandato per salvarvi”. Poi il santo uccise il serpente con una spada, e la gente ne bruciò i resti fuori della città. In seguito a questi eventi vennero battezzati venticinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. Qualche tempo dopo nella città fu costruita una chiesa dedicata alla Santissima Theotokos e al Grande-Martire Giorgio.

 

Il miracolo di Beirut

 

San Giorgio in vita fu un ufficiale di talento e stupì il mondo con le sue imprese militari. Egli è conosciuto come portatore di vittoria, non solo per i suoi successi militari, ma per il successo conseguito nel martirio, infatti, come ricorda la Chiesa al congedo delle ufficiature, coloro che hanno dato la vita per Cristo sono chiamati “santi martiri dalla destra vittoriosa…”. 

            La memoria principale di san Giorgio è unanimemente celebrata dai cristiani il 23 aprile.

 

Dedicazione della chiesa di san Giorgio a Lydda: 3 novembre

Il 3 novembre si fa memoria della costruzione della chiesa in onore di san Giorgio a Lydda durante il regno di san Costantino (305-337). Quando la chiesa fu consacrata, vi vennero traslate le reliquie del santo martire, e da allora molti miracoli sono avvenuti innanzi ad esse.

 

La tomba di san Giorgio nella chiesa di Lydda (oggi Lod, Israele)

 

            Tra il 536 ed il 538, durante l’assedio di Roma da parte dei Goti, il Generale Belisario affidò alla protezione del santo “Porta san Sebastiano” e l’antica chiesa del Velabro; nell’VIII secolo san Zaccaria (15 marzo), italo-greco di Santa Severina in Calabria, custode e dispensatore della santa fede ortodossa, divenuto papa di Roma antica vi fece traslare la testa di san Giorgio, ponendola sotto l’altare della diaconia di “San Giorgio al Velabro”, ove tuttora i fedeli con devozione la venerano.

 

Roma, chiesa di San Giorgio al Velabro,
l’altare dove è custodita la reliquia della testa di san Giorgio

 

            A san Giorgio è dedicata anche la cinquecentesca cattedrale greco-ortodossa di Venezia.

 

Memoria della tortura sulla ruota: 10 novembre

Il santo martire è molto amato quale intercessore per tutti i cristiani e santo patrono di molti. È considerato con particolare devozione dal popolo Georgiano, che lo ritiene il protettore speciale della loro nazione. Resoconti storici descrivono spesso come san Giorgio sia apparso tra i soldati georgiani nel bel mezzo delle battaglie. La maggior parte delle chiese della Georgia (in particolare nei villaggi) sono state costruite in suo onore e, di conseguenza, ogni giorno c’è una festa dedicata al grande martire Giorgio da qualche parte in Georgia, varie commemorazioni giornaliere legate alla erezione delle chiese in suo nome o ad una sua icona o ad un miracolo particolare avvenuto per sua intercessione.

Il 10 novembre si fa memoria del giorno in cui san Giorgio fu torturato sulla ruota. Secondo la tradizione, questo giorno di commemorazione fu istituito da santa Nino uguale-agli-Apostoli, l’illuminatrice della Georgia. Santa Nino era una parente di san Giorgio il Tropeoforo, e lo venerava profondamente ed insegnò al popolo Georgiano, che grazie a lei si era convertito al cristianesimo, ad amare il santo come proprio protettore speciale.

 

Dedicazione della Chiesa di san Giorgio a Kiev: 26 novembre

San Giorgio è stato il santo patrono e protettore di alcuni dei grandi uomini edificatori dello Stato russo.

Il figlio di san Vladimir, Yaroslav il Saggio (Giorgio nel santo Battesimo), promosse la venerazione del santo nella Chiesa Russa. Fece costruire la città di Yuriev [vale a dire, “di Jurij”. “Jurij” è il diminutivo di “Giorgio”], fondò anche il monastero Yuriev a Novgorod, e fece costruire una chiesa dedicata a san Giorgio il Tropeoforo a Kiev. Il giorno della consacrazione della Chiesa di san Giorgio a Kiev, 26 novembre 1051, è stato incluso da san Hilarion, metropolita di Kiev e di tutta la Rus’, nel tesoro liturgico della Chiesa come giorno festivo speciale. Il giorno di Yuriev è amato dal popolo russo quale “festa autunnale di san Giorgio”.

Il nome di san Giorgio è stato portato anche dal fondatore di Mosca, Jurij Dolgorukij († 1157), che è stato anche costruttore di molte chiese dedicate a san Giorgio, e il costruttore della città di Yuriev-Polsk. Nell’anno 1238 un’eroica battaglia del popolo russo contro l’Orda mongola fu guidata dal grande Principe di Vladimir san Jurij Vsèvolodovic (4 febbraio), caduto nei combattimenti presso il fiume Sita. La memoria di Igor il Coraggioso e difensore del suo paese è stata celebrata in molte poesie e ballate spirituali russe.

Il primo grande principe di Mosca, quando Mosca divenne il centro della terra russa, fu Jurij Danilovich († 1325), figlio di san Daniele di Mosca, e nipote di Alexander Nevsky. Da quel momento san Giorgio il Tropeoforo, raffigurato come un cavaliere che uccide il serpente, è apparso sullo stemma di Mosca, ed è diventato un emblema dello Stato russo. Ciò ha rafforzato i legami della Russia con le nazioni cristiane, e in particolare con l’Iberia (Georgia, detta appunto la Terra di San Giorgio).

 

Il culto di san Giorgio presso i Rom

            Il 6 maggio, giorno della festa del santo per chi segue il calendario Giuliano, è il giorno più caro ai Rom slavi sia Cristiano-Ortodossi che musulmani, tanto che viene chiamato Giurgevdan, Giorno di Giorgio; essa è anche conosciuta come Herdelesi o “la festa dell’agnello” o “la festa in cui si ammazzano i bambini”. In questo giorno tutti gli abitanti del campo si svegliano all’alba e, vestiti di abiti nuovi e lucenti, si recano ad una sorgente di montagna, solitamente fonti di agiasma site presso santuari, dove vengono sparsi dei fiori e si compiono delle abluzioni utilizzando anche le uova benedette a Pasqua. Attinta l’acqua, adulti e bambini raccolgono fronde d’alberi con cui adornare le abitazioni. Alla sera ogni famiglia del campo fa sgozzare tanti agnelli quanti sono i propri bambini, quindi il padre di famiglia intinto un dito nel sangue segna con esso la fronte dei propri figli, in ricordo di Abramo che offrì a Dio il proprio figlio Isacco in sacrificio. Nella notte vengono accesi grandi fuochi e su di essi sono cotte le carni degli agnelli. Prima del sorgere del sole i bambini vengono lavati dalle madri, immergendoli nell’acqua santa attinta alla sorgente di montagna cosparsa di petali di rose, su cui galleggiano lumini accesi; quindi vengono rivestiti con gli abiti nuovi della festa. Il rito richiamerebbe in parte la storia del miracolo di Beirut, e, come in esso, tutto ha un forte simbolismo pasquale e battesimale: gli agnelli simboleggiano i bambini stessi, ma soprattutto simboleggiano l’Agnello Pasquale che è Cristo, di cui Isacco era prefigurazione; i bambini vengono simbolicamente sacrificati negli agnelli, ma la morte non trionferà su di essi; attraverso il sangue dell’Agnello di Dio ed il battesimo (l’immersione nell’acqua santa) essi risorgono con Cristo a nuova vita. I festeggiamenti si concludono con il banchetto dove gli agnelli verranno mangiati insieme con le pite, con le focacce ripiene di carne e cipolla, e i dolma, involtini di verza ripieni di riso; seguono musiche, canti e danze.

 

Il fratello di san Giorgio

            Una particolarità strettamente legata al mondo dei Rom Serbi è l’offerta di due agnelli per la slava dedicata a san Giorgio. Il primo agnello è dedicato a san Giorgio, il secondo al fratello di san Giorgio, cioè il personaggio che in alcune icone è rappresentato dietro il santo in groppa al cavallo. Dicono i Rom che del fratello di san Giorgio nessuno sa nulla, neanche il nome.

 

Bulgaria, Monastero di Kremikovtsi, scene della passione di san Giorgio

 

 

Acta sancti Georgi megalomartyris

 

Diocleziano appropriatosi con arti inique lo scettro imperiale, primo d’autorità fra’ colleghi (Massimiano, Galerio, e Costanzo) reggitori del mondo romano, pose intensa cura di richiamare in onore il culto degl’idoli, al qual intento non ismetteva dai sagrifizii, spezialmente ad Apollo; e avendone un dì consultato l’oracolo in affare di gran momento, n’ebbe responso: coloro ch’erano giusti sulla Terra vietargli sinceri vaticinii; per cagion loro andare falsata la verità dei responsi. Bramoso di sapere chi fossero siffatti giusti, dai sacerdoti gli furono denunciati i Cristiani; questa dichiarazione fu scintilla che riaccese fierissima la persecuzione contro di loro.

            Tosto le armi che soglionsi brandire a sperpero de’ malfattori vennero appuntate contro uomini innocenti, e in ogni provincia fu pubblicato quell’editto di sangue[3]. Le carceri vuote di furfanti e omicidi si empieron tosto di cristiani denunciati, e, quasi fossero poco i tormenti sin allora in uso, se ne idearono dei nuovi e strani per esterminarli.

            Giunsero da ogni parte a Diocleziano relazioni aggravanti i Cristiani, specialmente dai governatori in Oriente, che avvertivano trovarsi là quegl’incriminati numerosi e caparbii per modo da richiedere singolari provvedimenti. L’Imperatore celando, il proprio maltalento con ostentata moderazione, e colla osservanza della legalità, convocò i pretori, e proconsoli dell’Asia, e dell’Africa, e dopo averli consultati, espose in Senato la condizione delle cose, non dissimulando quanto i Cristiani gli fosser esosi, e richiedendo rispetto ad essi l’avviso dei Padri Coscritti.

            Poiché molti ebbero parlato sul proposto argomento, Diocleziano vomitò la bile che lo rodeva conchiudendo non avervi al mondo cosa più eccellente della religione; – e approvandol unanimi – giacché, terminò dicendo, vi accordate meco in questo, provvediamo di accordo che l’empietà cristiana sia sradicata dall’impero.

            Sedeva nella Curia, cogli altri senatori, Giorgio ammirabile soldato di Cristo, nativo di Cappadocia, da parenti cristiani cresciuto sin da fanciullo alla vera pietà: avea perduto in adolescenza il padre Geronzio capitano illustre, trasferitosi colla vedova madre in Palestina, dove possedeva grandi beni. Per la nobiltà della schiatta, per la prestanza della persona, e la rara attitudine alla milizia salì tribuno; nel qual posto avendo chiarito in guerra uno straordinario valore, l’Imperatore, che nol sapeva cristiano, lo chiamò a corte; ed ei, morta essendogli la madre, vi si condusse, nobilmente ambizioso e insigne per largo censo: contava ventidue anni.

            Veduto quello scatenamento a danno de’ suoi correligionari e dell’atroce senatoconsulto essere imminente l’applicazione, si affrettò di distribuire a’ poveri il patrimonio, e di affrancare i suoi schiavi. Il terzo dì, ch’era l’ultimo della senatoria convocazione, ultimo consentito alla legale ventilazione del proposto editto, soffocata ogni trepidazione umana, non altro serbando nell’animo che lo zelo di servire Dio, con viso sereno e mente tranquilla, Giorgio si alzò nella Curia, e parlò in questo tenore: E fin a qual punto, o Augusti, o Padri, o Quiriti, soliti onorare colla giustizia le leggi, vi spingerete voi spassionatamente a sancirne di inique contro i Cristiani innocenti, pretendendo costringerli ad abbracciare una religione che voi stessi ignorate se sia vera, mentr’essi vivono sicuri essere vera la loro, e son contenti di professarla? Non vi lasciate aggirare da illusioni: quest’idoli non sono Dei, sì, lo ripeto, non sono Dei: Cristo solo è Dio nella gloria del Padre suo; per Lui tutte cose furono fatte, e lo Spirito Santo le governa. Vogliate, dunque, riconoscere voi pure la religione verace, o, perlomeno, cessate di furiosamente perseguitare coloro che la professano.

            Attoniti a quel libero discorso i Senatori guardarono Diocleziano in aspettazione di ciò ch’ei fosse per rispondere; il quale, come se scoppio improviso di tuono gli avesse intronati gli orecchi e paralizzata la lingua, accennò a Magnenzio suo confidente, allora console, di parlare in sua vece; ond’ei volgendosi a Giorgio: che cosa mai ti spinse, gli disse, a così audace sermone?

San Giorgio di fronte Diocleziano

            Giorgio: La verità.

            Magnenzio: Quale?

            Giorgio: Cristo da voi perseguitato.

            Magnenzio: Sei dunque cristiano?

            Giorgio: Sì: parlai fidato in Cristo, per rendergli testimonianza.

            A que’ detti si levò romore nell’aula come suole accadere in agitata moltitudine.

Allora Diocleziano, comandato silenzio per bocca degli uscieri, fissò biecamente lo sguardo sul santo valoroso Giovane, e gli parlò così: Fu tempo che per natali, per età, per meriti, ti riputai degno d’onore, e ti collocai in alto seggio: ora, benché tu abusi della tua facondia, io voglio, memore della tua passata fortezza e prudenza, ammonirti qual padre, esortandoti a non volere spezzare il tuo arringo militare, e spegnere la tua giovinezza. Su via! Onora meco gli Dei, e ne conseguirai premio superiore alla tua aspettazione.

Giorgio: Piacesse al Cielo, o Augusto, che, conosciuto per mezzo mio il vero Dio, tu gli avessi a rendere l’omaggio di cui si compiace! Il tuo regno ne diverrebbe eccellente, immortale, mentre ora è fragile, caduco.

Lo interruppe Diocleziano vinto dall’ira, comandando fosse l’audace tradotto in carcere, quivi incatenato supino con pesante pietra sul petto. Corse al Confessore di Cristo la notte, senza che ristasse dal pregare: l’Imperatore lo richiamò l’indomani, e gli disse: ricuperasti il senno? O persisti nella tua stoltezza?

Giorgio: Mi tieni tu in conto d’uom sì dappoco che mi abbia a dare vinto a quel tuo tormento da bimbi? Tu sarai prima stanco d’infliggermi strazii, di quello ch’io sia per esserlo di sopportarli.

Monastero di Decani, san Giorgio torturato sulla ruota

Diocleziano: Ora mi studierò d’infliggertene di manco puerili… e comandò si tirasse fuori una gran ruota, e sulla periferia fe’ legare Giorgio disteso: la ruota compieva le sue evoluzioni sospesa in aria superiormente ad una tavola immota, dalla quale spuntavano fitti non so ben dire se lunghi chiodi, o pugnali, parte uncinati a guisa d’ami, parte ritti e larghi come taglieruoli di sellaj. Il giro della ruota era artifiziato per guisa che il corpo, avvintolo da corregge sì tese, che si erano sprofondate nelle carni, sfregava contro quelle micidiali punte, che lo solcavano di tagli e graffi, e continuavano a sbranarlo mentre proseguìa roteando. 

Sostenendo Giorgio quel supplizio, da prima ad alta voce orò, poi seco stesso tacitamente rese grazie a Dio senza pure mandare un sospiro; parve addormentato: Diocleziano lo reputò morto, e ordinato che si staccasse dalla ruota il cadavere, andò a sacrificare ad Apollo. Allora una negra nube si addensò, scoppiarono tuoni tremendi, e una gran voce fu udita: non temere Giorgio, son teco! Poi, rischiaratosi l’aere, fu vista una figura di uomo ammantata di bianco, che chinava il viso rifulgente sul Martire. Sinché durò l’apparizione stupenda niuno fiatò; quando sparve, gli sgherri dierono mano a staccare il corpo dalla ruota, secondo ch’era stato lor comandato; e conobbero con ispavento ch’era vivo e sano come nel punto in cui ve lo avevano legato. Corsero a denunziare, il caso a Diocleziano nel tempio; egli venne, e non sapeva prestar fede a’ proprii occhi.

Anatolio e Protoleone pretori, che aveano seguito là, veduto il portento, stati dianzi iniziati cristiani, ricuperarono la fede, e gridarono “il Dio di Giorgio essere il solo vero, il solo grande”: tratti fuori della Città furono immediatamente trucidati.

 

Il santo martire Anatolio

 

.Molti altri si convertirono del pari, ma nol mostraron aperto. L’imperatrice Alessandra, conquisa, e illuminata pur essa, stava per alzar la voce, e dichiararsi cristiana, quando il Console via la condusse a forza, che il marito non l’udisse.

Diocleziano tra sopraffatto, e infuriato, ordinò che Giorgio venisse tuffato in una fossa piena di viva calce, e lo vi si lasciasse sommerso tre dì; in capo ai quali mandò chi n’estraesse l’ossa, e le seppellisse in sito recondito: acciò i suoi compagni di superstizione, non le trafughino, e poscia onorino com’è loro costumanza folle. Concorse gran turba alla fossa, ardente di curiosità: rimossa la calce Giorgio fu visto uscirne incolume, come quando v’era stato sommerso: stupirono tutti, e molti gridarono grande il Dio de’ Cristiani.

 

San Giorgio esce incolume dalla fossa di calce viva in cui era stato gettato

 

            L’imperatore a vedersi condotto innanzi vivo quello della cui morte si teneva certissimo: orsù, mi spiega, gli disse, questi portenti, e le arti di cui ti vali ad operarli; ché penso da te simulata la religione del Galileo non essere che magia.

            Giorgio: Mi figurava che tu avessi a cessare dal bestemmiare il mio Dio scorgendo i miracoli che opera in favore de’ suoi credenti: or m’hai convinto d’essere tu caduto in così profondo baratro d’iniquità, per averti eletto il demonio padrone, da respingere perfino la testimonianza de’ tuoi proprii occhi: appelli prestigi le portentose manifestazioni di Dio: deplorabile cecità e miseria! Sei indegno che ti si risponda altrimenti.

            Diocleziano: Ora vedremo se possiedi realmente il privilegio d’operare prodigi a tuo talento; e lo fece flagellare per modo, che sangue e carne cadendo si agglutinavano colla polve del suolo. Il Martire niente mutò dell’ilare serenità del suo volto.

 

Monastero di Decani, san Giorgio viene flagellato

 

            Disse allora Magnenzio all’imperatore: conosco un mago in sortilegi peritissimo, che saprà piegare Giorgio a’ tuoi voleri.

            Venne il Mago, e Diocleziano gli disse: le malìe del ribaldo Giorgio son note: tuo compito sia disfarle, dissiparle: restituiscimi obbediente costui, o fallo morire.

            Promise Atanasio (tal era il nome del maliardo) di fare ciò che gli si commetteva. Il giorno seguente presentatosi al tribunale di Diocleziano, gli mostrò due ampolle venga Giorgio, dicendo, e sperimenterà la efficacia di questi filtri: se da caparbio lo vorremo convertire in obbediente gli daremo di questo: se piacerà che muoja gli amministreremo quest’altro.

San Giorgio incolume dopo aver bevuto il filtro velenoso del mago Atanasio

            Venne Giorgio: propinatagli la prima porzione, non glien derivò mutamento: fu fatto trangugiar la seconda, e non cangiò colore. Maravigliato l’Imperatore, il popolo, e Atanasio. 

            Diocleziano a Giorgio: E fin quando ti piacerà traddurmi di sorpresa in sorpresa? Svela omai come ti riesca pigliarti gioco di supplizii, e di veleni.

            Giorgio: Niun’arte umana èmmi scudo, sibbene la invocazione del nome di Cristo, a coverto della quale mi rido di tormenti e di tossici, in conformità della sua arcana dottrina.

            Diocleziano: Qual mai?

            Giorgio: D’averci ammoniti di non temere coloro che ponno uccidere il corpo ogniqualvolta teniamo l’animo in sicuro: niuno ci può torcere un capello se Cristo nol consente[4]. Vuoi sapere precisamente ciò ch’ei promise a’ suoi fidi? “Chi crederà in me opererà que’ portenti che opero io stesso”[5].

            Diocleziano: E sono?

            Giorgio: D’illuminar cechi, mondar lebbrosi, raddrizzare storpi, far udir sordi, cacciare demonii, sanare infermi, risuscitare morti.

            Diocleziano ad Atanasio: Tu che ne dici?

            Atanasio: Trasecolo come ricambiando di bugie la tua degnazione, costui si lusinghi trarti in errore! Che conseguiamo continui beneficii dagli Dei, questo è certo, per effetto della loro bontà: però che defunti sieno stati richiamati in vita questo non si è veduto a’ dì nostri. Costui assevera frutto del culto che rende ad un morto sulla croce la potenza operatrice della risurrezione: or bene; in quel sarcofago laggiù fu jeri deposto il cadavere di persona a me nota: lo risusciti Giorgio, ed avrà vinto.

            Piacque la proposta all’imperatore. Furono tolte le catene a Giorgio, e Magnenzio gli disse: ora stà a te di renderci credenti nel tuo Dio chiarendocene le maraviglie[6]. 

San Giorgio risuscita il morto
 

Giorgio si elevò al Signore con ardente preghiera; nel punto che pronunziò così sia, l’avello con gran fracasso si scoperchiò, e il defunto fu da tutti mirato uscirne vivo.

Clamore immenso levossi: chi acclamava la potenza di Cristo, chi gridava quella essere una gherminella. Atanasio corse ad inginocchiarsi dinanzi a Giorgio proclamando la divinità di Cristo, e supplicando il Martire che gli ottenesse perdono dal suo Signore di ogni male che per ignoranza aveva operato.

Sedato il tumulto, Diocleziano dall’alto del suo tribunale parlò così: non comprendete la frode? Non indovinate i tranelli di questi giocolieri? Lo stregone, d’accordo col confratello cristiano, non gli propinò i farmaci annunciati; e colui che fu visto di risorto venne calato vivo nell’urna per rappresentare questa commedia. Ciò detto, Atanasio, e il risuscitato, gridanti il nome di Cristo, fe’ decapitare, e Giorgio riporre in carcere.

Lo richiamò il dì seguente e gli disse: sai come ti amassi e onorassi…

Giorgio: E che male ti ho fatto io perché mutassi meco tenore?

Diocleziano: Se vuoi dare ascolto a me, che ti parlo qual padre, vedrai come ogni patimento ti sarà compensato a cento doppi.

Giorgio: Su via! Ti accompagnerò al tempio a visitarvi i tuoi Dei.

L’imperatore giubilante fece annunziare dagli araldi al popolo che l’indomani s’avesse a radunare nel Tempio. Immenso fuvvi il concorso, ogni sguardo stava fiso in Giorgio, aspettandosi ciascuno che stesse per sagrificare. Ei si accostò al simulacro di Apollo, e, col braccio minacciosamente steso verso di quello sclamò: tu ti aspetti da me divini oniri? E fece il segno della croce. Fu udita in quell’istante la voce del demone abitatore della statua urlare: io non son dio; havvi un Dio unico, l’annunziato da te: noi siamo angioli apostati, ed inganniamo gli uomini per invidia che loro portiamo.

 

Monastero di Decani, san Giorgio distrugge gli idoli e mette un fuga i demoni

 

Giorgio: E qual ardire è il vostro di rimanervene alla presenza di me cultore del vero Dio? A quella intimazione fu udito sprigionarsi da tutte le statue del tempio un lamento; e tutte precipitarono frante sul suolo. Alcuni della plebe infuriarono, i sacerdoti si gettaron su Giorgio percuotendolo; la fama dell’accaduto si diffuse per tutto. Mentre la città andava sossopra pel tumulto, l’imperatrice Alessandra mal sapendo celare la fede cristiana che professava in cuore, uscì dal palazzo, e vedendo da lontano Giorgio malmenato, ned a cagione della pressa potendoglisi accostare, e difenderlo, diessi a gridare: Dio di Giorgio soccorrilo: tu solo puoi salvarlo, che sei onnipotente.

Diocleziano, fatto strappare il martire di mano al popolo, così corrispondi, gli disse con voce e fare da impazzato, alla mia benignità? Così sagrifichi agli Dei?

Giorgio: Così, stolto, appresi a sagrificare. Vergognati d’aspettare appoggio da numi siffatti, che sé medesimi non sanno difendere, e crollano alla intimazione d’un servo di Cristo.

Mentre parlano così ecco arrivare Alessandra, ed intercedere per Giorgio.

Anche tu, le disse Diocleziano, ti sei lasciata ammaliare da questo stregone? Or bene; allo scellerato Giorgio, galileo confesso, insultatore degl’immortali e di me, valutosi d’arti magiche, e corruttore d’Alessandra, sia mozzata la testa insieme alla corrotta da lui. 

 

Sant’Alessandra imperatrice e martire

 

I satelliti trassero Giorgio fuori della città datagli compagna l’Imperatrice nel funebre tragitto; la quale per via fu vista di continuo muovere le labbra, ed alzare gli sguardi: dopo alquanto cammino domandò di fermarsi, sedette; si coverse il capo colla tunica e in quell’atteggiamento spirò[7]. Giorgio, mirando morta quella che gli doveva essere socia di supplizio, ringraziò il Signore d’averla sì dolcemente chiamata a sé; ed affrettò il passo, sinché arrivato al sito prefisso: Sia tu benedetto, o mio Dio, sclamò, che non mi lasciasti in balìa dei denti che mi voleano sbranare, e liberasti la mia anima dai lacci de’ malvagi cacciatori![8] Ed or assisti il tuo servo nell’agone supremo, e lo tutela contro la nequizia frodolenta del nemico aereo[9]. Non aggravare la mano su coloro che peccarono per ignoranza maltrattandomi: accoglimi nel consorzio di tutti quelli che ti amarono sino dal principio del mondo: mi condona le colpe che commisi, e ti ricorda di chiunque invocò, ed invoca il tuo nome magnifico, tu che sei glorioso e benedetto ne’ secoli”. 

Avendo così pregato porse il collo alla spada, e n’ebbe reciso il capo nel dì vigesimo terzo d’Aprile integrando l’egregia confessione della vita intera, e apportando appié del trono di Dio una fede inviolata.

Da: Conte TULLIO DANDOLO, Roma Cristiana nei primi secoli, vol. II – Martiri, Assisi 1866, 210-219.

 

Monastero di Decani, sentenza di Diocleziano e martirio di san Giorgio

 

 

 

Tropario del 23 aprile - Tono 4

Sei stato imprigionato per le tue buone azioni, o Giorgio martire di Cristo; ma con la fede hai sconfitto l’empietà del torturatore. Sei stato offerto come sacrificio gradito a Dio; in tal modo hai ricevuto la corona della vittoria. Per la tua intercessione è concesso a tutti il perdono dei peccati.

Kontakion del 23 aprile - Tono 4

Dio ti ha suscitato come suo coltivatore, o Giorgio[10], perché hai raccolto per te stesso covoni di virtù. Dopo aver seminato nelle lacrime, ora raccogli con gioia; hai versato il tuo sangue in combattimento ed hai vinto Cristo come tua corona. Per la tua intercessione è concesso a tutti il perdono dei peccati.

Tropario del 3 novembre - Tono 4

O liberatore dei prigionieri, difensore dei poveri, medico degli infermi, e difensore dei sovrani, grande-martire Giorgio tropeoforo, intercedi presso Cristo Dio, perché le nostre anime possano essere salvate.

Kontakion del 3 novembre - Tono 8

Come fedeli ricorriamo a te per trovare rifugio e cercare la tua protezione e il tuo rapido aiuto, ti supplichiamo, o soldato di Cristo, affinché possiamo cantare le tue lodi ed essere custoditi dalle insidie del nemico e da ogni rischio e pericolo dell’avversario, e poter gridare: “Rallegrati, o martire Giorgio!”.

 

Roma, San Giorgio al Velabro, affresco dell’abside, opera di Pietro Cavallini.

Nella Deisis Cristo al centro, ai cui lati si trovano la Madre di Dio e san Pietro apostolo, indica con la mano destra san Giorgio quale titolare della chiesa, all’altra estremità si trova san Sebastiano.

 

Immagini:
http://it.wikipedia.org/wiki/File:La_tomba_di_San_Giorgio_(Lod,_Israele)_01.JPG
http://christopherklitou.com/icon_4_nov_gerontius_polychronia_parents_of_st_Giorgio.htm
http://en.wikipedia.org/wiki/Saint_Giorgio
http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:San_Giorgio_in_Velabro_(Rome)
http://www.srpskoblago.org/Archives/Decani/exhibits/Collections/CycleStGiorgio/
http://www.eikonografos.com
http://www.oca.org/FSlives.asp

[1] Il Tropeoforo, portatore di vittoria, era il soldato che portava in trionfo le spoglie (trofeo) dei nemici messi in fuga o sconfitti.

[2] Sia in latino (draco) che in greco (δράκων) il termine drago si riferiva ai serpenti di grande statura. È chiaro dunque il significato simbolico che sta alla base del racconto del miracolo di Beirut, la sconfitta del diavolo e dei culti idolatrici ad opera di Cristo e della Chiesa.

[3] L’editto venne emanato a Nicomedia nel 303, questo è il testo:

Diocletianus maximus semper augustus, eternus, imperator, omnibus, per omnem provinciam ac Romanorum dictionem ducibus praesidibus, ac magistratu aliquo fungentibus, salutem.

Quotiamo ad divinas nostras aures fama quaedam pervenit, quae non mediocriter nos perturbavit, haeresim quemdam valde impiam eorum qui christiani dicuntur, vigere coepisse, quippe qui Jesum, quem Maria quaedam judaica foemina peperit, ut deum colunt, Appollinem vero magnum illum deum, Mercurium, Dyonisium, Herculem, ac Jovem ipsum, per quos nostrae Reipublicae protecta est, contumeliosis maledictis insectantur; venerantes ut deum Christum quem Judaei, tamquam maleficium, in cruce suffixerunt; hac de causa edidimus ut omnes christiani tam viri quam mulieres, per omnes urbes ac regiones suppliciis acerbissimis subjiantur, nisi Diis nostris immolare, et errorem illum adjicere voluerint; veniam illis dari voluimus; sin minus gladio perenti et morte pessima puniri.

Illud autem scitote, si haec divina nostra edicta neglexeritis, easdem qua set illi dabunt poenas vos daturas.

[4] Matteo 10, 28-30.

[5] Giovanni 14, 12.

[6] Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neppure se uno risuscitasse dai morti crederebbero (Luca 16, 31). La fede procede dall’ascolto interiore dell’annuncio di Cristo, senza questa premessa (il cuore aperto a Cristo) gli stessi miracoli non operano alcuna conversione; Cristo stesso non fu accettato dai sacerdoti del tempio, nonostante avesse risuscitato Lazzaro, il figlio della vedova di Nain e la figlia di Giairo.

[7] Così scrive il Dandolo in merito a santa Alessandra: Caso mirabile! Diocleziano il persecutore massimo del cristianesimo ebbe mogli due sante, Serena di cui ricorre la festa il 15 Agosto, ed Alessandra festeggiata il 23 Aprile. Rispondendo alla obbiezione cavata dal silenzio della storia profana intorno questa seconda moglie (e vittima) di Diocleziano, i Bollandisti avvertono 1. che in generale gli storici pagani poco pensiero si danno di registrare i nomi delle mogli degl’imperatori. 2. che due ragioni particolari a Diocleziano spiegano perché le sante Serena ed Alessandra sieno lasciate in ombra da quegli scrittori: la prima di tal ragione deducesi dal decreto del Senato sotto Costantino che abolì tutti gli atti di Diocleziano; la seconda ragione giace riposta nell’avversione professata da Diocleziano stesso contro i Cristiani; onde della detestata conversione e del tragico fine di quelle due imperatrici fu naturale che dagli scrittori pagani si tacesse.

[8] Salmo 124, 6-7.

[9] Cfr. Efesini 2, 2.

[10] Il nome Giorgio deriva dal greco γεωργός, e significa “coltivatore, lavoratore della terra”.

 

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