I SANTI MARTIRI FILEA E FILOROMO

 

Filea apparteneva ad una antica e nobile famiglia dell’Egitto. Era originario di Thmuis, aveva ricoperto alti incarichi, funzioni pubbliche, e possedeva una profonda conoscenza della filosofia. Probabilmente si convertì al cristianesimo in età adulta, portato alla fede attraverso lo studio della filosofia. I suoi amici, la moglie e i figli erano rimasti pagani. Fu eletto vescovo della sua città natale per i suoi meriti, la sua alta posizione e le sue virtù. Imprigionato negli ultimi mesi dell’anno 306, senza dubbio restò in carcere fino al febbraio del seguente anno, quando si istruì il processo. Durante questo periodo, Filea inviò una lettera ai fedeli di Thmuis descrivendo la sofferenza dei cristiani. Scrisse che i suoi fratelli confessori venivano insultati, colpiti e picchiati con verghe, fruste o mazze da qualsiasi persona che lo desiderasse. Alcuni dei confessori, con le mani legate dietro la schiena, erano stati legati a pilastri, i loro corpi distesi con elementi traenti e loro membra, ventre, gambe, cosce e guance orribilmente strappati con ganci di ferro. Altri erano stati appesi da un lato, soffrendo per l’eccessivo dolore per l’allungamento delle loro articolazioni. Il governatore Culciano riteneva che nessun trattamento fosse troppo crudele per i cristiani. Lo storico Eusebio che narra questi fatti, conclude dicendo: “Tali sono le parole che il martire, vero filosofo ed amico di Dio indirizza ai fratelli della sua Chiesa, prima della suprema sentenza. Allo stesso tempo offriva le sue sofferenze a Dio, ed esortava le sue pecore a rimanere inviolabilmente unite nella fede di Cristo, nonostante la sua morte fosse imminente”[1].

In effetti, si avvicinava il momento del sacrificio. Culciano era stato nominato prefetto di Egitto e volle continuare il lavoro del suo predecessore. Una volta insediato, fece comparire davanti al suo tribunale il vescovo di Thmuis. I cristiani conservarono il lungo interrogatorio a cui fu sottoposto Filea. Deve menzionarsi come cosa rara che in questo processo gli avvocati difensori intervennero in favore dell’accusato. Non c’è dubbio che la sua alta posizione, la sua grande ricchezza, il suo rango nella provincia, i suoi legami familiari, spiegano in misura sufficiente questo singolare rilievo, in una società solitamente ostile o quanto meno indifferente alla situazione dei cristiani. Ma in questo caso c’era anche un altro motivo: uno dei fratelli di Filea apparteneva al corpo dei magistrati di Alessandria. Culciano, da parte sua, vide in Filea un avversario che sarebbe stato più glorioso vincere che uccidere, così cercò di metterlo in imbarazzo, passando di colpo da una questione all’altra, e moltiplicando le domande.

Il racconto pervenutoci del suo interrogatorio è stato molto probabilmente scritto sulla base delle annotazioni di un testimone oculare. Questo frammentario manoscritto greco è stato redatto a circa 15 anni dalla sua morte e registra il quinto e ultimo colloquio tra il vescovo e il prefetto Culciano. Esso rivela genuino, anche se ironico, l’interesse per le dottrine cristiane, come la resurrezione del corpo e il ruolo della coscienza, da parte del prefetto, e la razionalità fredda ma inflessibile di Filea.

Il vescovo Filea fu messo a morte poco dopo, insieme a un funzionario, Filoromo, che aveva protestato con il prefetto contro gli sforzi intrapresi per fare apostatare Filea. Entrambi respinsero il ricorso del magistrato che avrebbe salvato la loro vita per il rispetto e per il bene delle loro mogli e dei bambini che erano presenti al processo. Dal luogo del supplizio Filea diresse un’emozionante esortazione ai cristiani, prima di consegnare il suo collo alla spada.

La memoria dei martiri Filea e Filoromo è celebrata il 4 di febbraio.

 

 

Passione de santi Filea, e Filoromo martiri

            I. Condotto Filea sopra del palco, ove si teneva il giudizio, Culciano prefetto gli disse: vuoi tu far senno ancora? Vuoi finalmente operar da savio?

            Filea rispose: sinora sempre sono stato in cervello, e ho operato da savio.

            Culciano gli disse: sacrifica agli dei.

            Filea rispose: non voglio sacrificare.

            Culciano il domandò del perché.

            E Filea rispose: perché le sante scritture d’Iddio dicono, che chiunque sacrificherà ad altri, che all’unico e vero Iddio, sarà sterminato.

            Culciano ripigliò: dunque sacrifica all’unico e vero Iddio.

            Filea rispose: neppure all’unico e vero Iddio non posso sacrificare nel modo, che tu vorresti. Perciocche questo grande Iddio così dice nella sua santa scrittura: a che tanti sacrifici, a che tanta moltitudine di vittime? Dice il Signore. Io ne sono mal soddisfatto. Io più non voglio né olocausti degli arieti, né il grasso degli agnelli, né il sangue de’ caproni: né più voglio, che mi offeriate il fior di farina[2].

            Uno degli avvocati sentendo queste parole di Filea disse: che fior di farina, che caproni, che ciance vai tu farneticando; deh pensa, che si tratta della tua vita.

            Culciano presidente disse a Filea: quali son dunque i sacrifizi, che vuole cotesto tuo Dio?

            Filea rispose: il sommo e vero Iddio si compiace, e vuole da noi il sacrificio continuo d’un cuore sempre mondo e puro, di operazioni giuste e sincere, e di parole schiette e veridiche.

            Culciano disse: or su lasciamo queste baje: sacrifica.

            Filea rispose: io non voglio sacrificare: mai non ho imparato a fare cotesti tuoi sacrifizj.

            Culciano disse: e Paolo apostolo non sacrificò egli?

            Rispose Filea: tolga il cielo, no.

            Culciano ripigliò: Mosè sacrificò certamente.

            Filea rispose: ai soli Giudei fu già comandato di sacrificare al solo e vero Iddio, e di più il comandamento divino ordinava, che dovessero sacrificare nella sola città di Gerusalemme. E per questo gli ebrei adesso peccano anche per questo, perché fuori della predetta città, dovunque si trovino, offeriscono a Dio i loro solenni sacrifizj.

            Culciano disse: deh si lascino tante ciarle: sacrifica.

            Filea rispose: non voglio sacrificare: né voglio disonorarmi con un atto sì infame, né perdere la vita eterna.

            Culciano disse: ma che sacrificando agli dei si perde la vita?

            Filea rispose: così è, chi sacrifica agli dei perde la vita e dell’anima, e del corpo per sempre.

            Culciano ripigliò: tutti gli uomini o sacrificano, o no, tutti una volta hanno a morire, e però tutti di necessità hanno a perdere la vita?

            Filea rispose: chi adora Gesù Cristo, e non sacrifica agli dei, col morire a questa vita mortale non perde la vita per sempre.

            Culciano disse: credi tu forse, che questo corpo appresso alla morte abbia a risorgere?

            Filea rispose: così è, risorgerà a vita immortale e eterna.

            Culciano disse: Paolo apostolo rinegò pur Gesù Cristo?

            Filea rispose: mai no che san Paolo non rinegò Gesù Cristo.

            Culciano disse: io ho più volte giurato, giura ancor tu.

            Filea rispose: il nostro Signor Gesù Cristo ci comanda di non giurare, e nella sua santa scrittura ci dice: il vostro parlare sia questo: sì sì, no no[3].

            Culciano disse: eppure a dir vero Paolo apostolo era un persecutore di Gesù Cristo.

            Filea rispose: dopoche san Paolo ebbe conosciuto Gesù Cristo, mai non fu persecutore.

            Culciano disse: Paolo era un uomo idiota e ignorante; era della Siria, né altra lingua non sapeva parlare, che la Siriaca.

            Filea rispose: san Paolo era Ebreo; parlava, e disputava in lingua Greca con chiunque bisognava, e aveva una sapienza superiore a tutti i savj della terra.

            Culciano ripigliò: ma che vorresti tu dir forse, che egli fu più dotto di Platone?

            Filea rispose: io dico francamente, che san Paolo era più dotto, e più savio non solamente di Platone, ma ancor di tutti insieme i filosofi, e i savj e della Grecia, e di tutte le nazioni del mondo. E in fatti a molti sapientissimi uomini egli insegnò, e persuase la sua celeste dottrina, e gli convinse di manifesti errori, e di molta ignoranza in quella loro filosofia, che prima tanto pregiavano. E se tu vuoi, o prefetto, io son presto a dichiararti di presente la dottrina di san Paolo, e di convincerti della verità di questa dottrina, e degli errori, onde sei ingannato e sedotto.

            Culciano ripigliò, e disse: non ho bisogno di cotesta dottrina, né che tu divenga mio maestro: sacrifica.

            Filea rispose: non voglio sacrificare.

            Culciano disse: hai tu forse scrupolo di sacrificare agli dei?

            Filea rispose: così è.

            Culciano ripigliò: e tu ti fai scrupolo di cotesto, e niuno scrupolo poi ti pigli di mandare affatto in rovina e la moglie, e i tuoi figliuoli, e tutta la famiglia? E non è uffizio essenziale d’un capo di famiglia, l’adoperare ogni mezzo per camparla da mali, e per renderla quanto si può più felice?

            Filea rispose: i doveri, che riguardano Iddio, sono a tutti gli altri superiori, e si debbono anteporre a tutti. La santa e divina scrittura dice così: tu amerai sopra tutte le cose il Signore Iddio tuo, il quale ti creò[4].

            Culciano disse: e chi è cotesto Iddio?

            Filea inalzò pietosamente gli occhi, e ambe le mani al cielo, e disse: l’unico e vero Iddio è Quegli, il quale ha creato il cielo, la terra, e il mare, e tutte le altre cose; è il Creatore e Facitore onnipotente di tutte le cose visibili, e invisibili, e inenarrabili: è Quegli, che solo è veracemente, ed è stabilmente, e immobilmente nei secoli de’ secoli. Amen.

 

            II. Gli avvocati, e ministri del tribunale sgridarono Filea del tanto parlar, che faceva al prefetto, e dicevano, che male, e irreverentemente operava un reo il quale sì, e tanto diceva al suo giudice, e gli resisteva, e contradiceva in tutto.

            Filea rispose a costoro, e disse: io altro non so, che rispondere a quello, che mi domanda.

            Culciano disse: io dunque domando, che tu ti tacci, e sacrifichi.

            Filea rispose: non voglio sacrificare. Non voglio pregiudicare all’onor mio, e alla mia salute. Per non fare questa indegnità, sono pronto a morire da sorte. E perche tu non possa credere, esser follia de’ cristiani l’incontrar la morte allegramente, quando è duopo, per non cadere in qualche vergognosa viltà, ti ricorderò l’essempio di Socrate filosofo gentile. Condannato questi a morte ingiusta, per quanto la moglie, e i figliuoli con molti, e tenerissimi prieghi il sollecitassero a campare la vita, come avrebbe potuto; per non macchiare il suo credito, e la sua fama con qualche debolezza, o con qualche altr’atto poco dicevole alla sua costanza, con animo forte, comeche egli fosse carico d’anni, andò incontro alla morte, e in una velenosa bevanda lietamente la si sorbì.

            Culciano domandò, e disse: Cristo era egli Dio?

            Filea rispose: Gesù Cristo è Dio certissimamente.

            Culciano ripigliò: per quali argomenti puoi tu persuaderti, che Cristo sia Dio?

            Filea rispose: per li moltissimi miracoli, che egli fece. Egli ridonò, sempreche volle, il vedere ai ciechi, l’udire ai sordi, e il parlare ai muti. Mondò i leprosi, risuscitò i morti, e sanò ogni maniera di malatie. Una donna, che da lungo tempo era inferma di flusso di sangue, con fede toccò l’orlo della veste di Gesù Cristo, e di presente fu sana. Chiamò a nome un morto già sepolto da quattro dì, e gli comandò, che tostamente uscisse vivo, e sano dal sepolcro, e così fu fatto senz’indugio; e fece in oltre altri innumerevoli prodigj simili a questi, e maggiori.

            Culciano disse: ma cotesto portentoso tuo Dio non fu egli crocifisso, e morto?

            Filea rispose: questo Dio fu Dio e uomo insieme, e per nostra salute volle farsi uomo, e come uomo volle morire per noi sì veramente. Egli sapeva, e egli ordinò la sua crocifissione, e la sua morte, e tutte quelle altre ingiurie, e tormenti, che doveva sofferire; e di sua amorosa elezione per noi diede se stesso a una passione acerbissima e immensa, e poi alla morte. Le sante scritture di lui già molto tempo innanzi avevano distintamente pronunziate tutte le cose, che gl’intervennero e nella sua vita mortale, e nella passione. Queste scritture sono in mano degli ebrei nemici implacabili de’ cristiani, ed eglino testificano a tutti l’antichità, e divinità di queste scritture: e comeche essi si dienno vanto di capire ciò, che esse dicono, pure per niun modo niente non ne intendono. Chi non mi crede, tragga innanzi; si rechino le scritture, e io mi obbligo a convincerlo con evidenza, di quanto ho detto fin qui.

            Culciano disse: Filea rammenta il rispetto, che ti ho finora mostrato, e quanto io abbia sempre onorata la tua persona. Poteva farti arrestare nella tua patria, e quivi giudicarti. Non volli farlo, e volli così far palese a tutti la stima, che io faceva del tuo merito, e quanto ti amassi.

            Filea rispose: cotesto è vero, io te ne ringrazio, e mi protesto obbligatissimo; e adesso ti priego caldamente, a dare l’ultimo compimento alla tua beneficenza.

            Culciano allora disse: e che poss’io far di più? Che altro desideri tu da me?

            Filea rispose: che tu adoperi contro di me cotesta temeraria autorità, che hai; e che facci di me quello, che dall’imperatore ti è stato comandato.

            Culciano soggiunse: e tu vuoi morir così per niente?

            Filea rispose: fermamente ti dico, che io per niente non voglio morire: io voglio morire per amor d’Iddio, e per testimoniare la verità.

            Culciano disse: Paolo era egli Dio?

            Filea rispose: no.

            Culciano ripigliò: e chi era egli dunque?

            Filea rispose: un uomo simile a noi; ma perciocche era in lui lo Spirito Santo per virtù d’Iddio, faceva tutte quelle meraviglie, quelle virtù, que’ prodigj, che fece.

            Culciano disse: io non voglio sentir altro; voglio far questa grazia a tuo fratello, voglio donarti a lui.

            Filea rispose: e io ti prego a voler fare a me quest’altra grazia grandissima, di usare sopra di me della tua temeraria autorità, e di fare di me quello, che ti è stato ordinato.

            Culciano disse: se tu fossi un pover’uomo, e ignobile, e avessi per l’animo cotesta pazzia, e mi parlassi così, non t’avrei sofferto finora, né ti risparmierei il debito gastigo. Ma tu se’ nobile, e ricchissimo in tanto, che non solamente puoi mantenere con lustro la tua famiglia, ma quasi potresti per poco alimentare tutta la provincia. E per questo riguardo io ti perdono ogni cosa: sacrifica.

            Filea rispose: io non voglio sacrificare: io non ho altro riguardo, che questo; né voglio altro perdono, né dico altro, se non se, io non voglio sacrificare.

            Gli avvocati dissero al prefetto: non importa nulla, che Filea sacrifichi adesso un’altra volta: egli ha già sacrificato una volta nel frontisterio del tempio.

            Filea rispose: io non ho mai sacrificato certissimamente: protesto qui in publico a tutti, che mai non ho sacrificato, e che non voglio mai sacrificare.

            Culciano disse: Filea dà uno sguardo a tua moglie; vedi, come ti guarda pietosa, e da te aspetta la salute.

            Filea rispose: il Signor nostro Gesù Cristo è il solo Salvatore di tutti: io riguardo Lui solo; per l’onore di Lui io sono qui incatenato; e a Lui solo io servo. Siccome egli per la sua misericordia ha eletto, e chiamato me alla divina eredità della sua gloria; così, se gli piace, può condurre a tanto bene cotesta donna ancora, che tu nominasti.

            Gli avvocati dissero al presidente: Filea ti domanda qualche proroga al suo giudizio, e tempo convenevole da deliberare.

            Culciano disse: Filea io ti concedo quello spazio, che domandi, per pensare a te, e risolvere il tuo migliore.

            Filea rispose: io non ho domandato, né voglio cotesto tempo, che tu dì. Io ho deliberato immutabilmente, già è grandissimo tempo: sono fermissimo nella elezione fatta di patire qualunque cosa per amore di Gesù Cristo.

            Allora gli avvocati, e tutti i ministri dell’offizio del prefetto insieme col curatore della città, e con i parenti di Filea fattigli attorno, s’inginocchiarono dinanzi a lui, e abbracciatolo a piedi teneramente, e sospirando, e piangendo, cominciarono a pregarlo, e scongiurarlo che volesse avere qualche riguardo all’infelice afflittissima sua moglie, agl’innocenti figliuoli suoi, e che, deponendo l’orgogliosa alterigia dell’animo suo, compassionasse alcun poco il loro sterminio, e la loro totale desolazione. Ma egli, come se fosse uno scoglio fortissimo, che punto né cede, né crolla alle percosse dell’onde, e de flutti del mar tempestoso, nulla non si commosse, né lasciò compungersi alla importuna efficacissima pietà di costoro; e con voce ferma, e con viso grave, e gioviale diceva, che egli ad altro non riguardava, altro non intendeva, altro non sentiva, se non se cielo, paradiso, e Dio; né altri o figliuoli, o amici, o parenti non conosceva, se non se gli apostoli, e i martiri di Gesù Cristo.

           

III. Infrà gli altri, che furono presenti al giudizio di Filea, vi fu Filoromo tesoriere generale della provincia, e uomo chiarissimo. Questi, veggendo Filea circondato nel modo predetto dai suoi parenti, e da altri, che tutti sospiravano, e piangevano inconsolabili, e il prefetto, che mai rifiniva con sempre nuovi ingegni, e raggiri di molestarlo per istancare, e vincere la sua costanza; e che non per tanto il martire punto non si arrendeva, ad alta voce esclamò, e disse: a che inutilmente dar noja a cotesto valent’uomo? A che sollecitare così con vani sforzi l’invincibile costanza di lui? E perche lui, che è fedele a Dio, volerlo rendere disleale e ribelle? Perche volerlo costringere a rinegare la verità e Dio, per assecondare i piaceri, e le menzogne degli uomini? E non vedete, che egli per niente non guarda gli empj vostri pianti, e per niente non dà orecchio ai vostri consigli, e parole sacrileghe? Le lusinghe, e i pianti degli uomini non possono arrivare a sedurre un cuor fedele, che ad altro non pensa, e ad altro non aspira di tutto il suo cuore, che alla gloria celeste e eterna, e a Dio.

Per questo parlare di Filoromo tutti si sdegnarono sommamente, e tutti gli si voltarono contro, e cominciarono a gridare, e schiamazzare, che Filoromo si voleva dannato, e punito della stessa sentenza capitale di Filea. A questa publica ricchiesta volentieri condiscese il prefetto, e condannò unitamente questi due eroi ad essere decapitati.

Usciti di là, ove si era tenuto il giudizio, e avviati i martiri al luogo consueto dell’ultimo supplizio de’ malfattori, il fratello di Filea, che era uno degli avvocati, disse ad alta voce: Filea domanda, di essere sentito di nuovo in giudizio, e appella dalla sentenza già data.

Culciano richiamò Filea, e gli disse: dunque tu appelli dalla sentenza già data, e vuoi sacrificare?

Filea rispose: il ciel mi liberi da tanta empietà. Io ne ho appellato, ne appello. E tu, o Prefetto, non credi alle bugie di cotesto sciaguratissimo uomo di mio fratello. Sono infinitamente contento, d’essere stato condannato alla morte per la fede di Gesù Cristo; e protesto d’essere per questo obbligatissimo e agl’imperatori, che l’hanno comandato, e al prefetto, che m’ha condannato, poiché eglino m’hanno fatto coerede della infinita eredità di Gesù Cristo Figliuol d’Iddio.

Dopo questo Filea partì, e andò al supplizio. E pervenuto al luogo, dove egli, e Filoromo dovevano esser morti; Filea si rivolse dalla parte d’oriente, e alzando le mani, con una tenerezza, e divozione di paradiso, così ad alta voce parlò: figliuoli miei carissimi, e tutti voi, che in ispirito di verità cercate e procacciate il sommo Bene, siate sempre vigilanti, e solleciti sugli andamenti tutti, e su tutti gli affetti del vostro cuore, perche il nostro nimico, come un lione affamato, che mandi orribili rugiti, si và aggirando intorno a voi, per trovare qualche parte meno custodita, e distesa del vostro cuore, e sforzarla, e entrarvi, e perdervi per sempre[5]. Non abbiamo consumato ancora il nostro combattere qui in terra, e il nostro patire; anzi questo comincia adesso, e adesso cominciamo ad esser veri, e operosi discepoli del nostro Signor Gesù Cristo. Figliuoli carissimi riguardate sempre con attenzione, e con amore i precetti del Signor nostro Gesù Cristo, e con molto studio e diligenza tutti gli custodite in ogni tempo. Invochiamo sempre con fede e con fiducia l’immacolato e incomprensibile suo nome. Sempre lui riguardiamo, e quietamente ci fidiamo di lui, che siede in un trono infinitamente superiore a quello de’ cherubini, che è il creatore, e conservatore dell’universo, ed è di noi, e di tutte le cose principio, e fine, a cui sia gloria ne i secoli de’ secoli. Amen.

Appena ebbe finite queste parole, che i carnefici eseguirono la sentenza del giudice, e a Filea, e a Filoromo fu reciso il capo, e le loro grandi anime salirono gloriose al cielo, ajutate in tutto e confortate dalla grazia onnipotente del Signor nostro Gesù Cristo, il quale insieme col Padre, e collo Spirito Santo vive e regna unico Iddio ne’ secoli de’ secoli. Amen.

 

Da: ATTI SINCERI De primi martiri della chiesa Cattolica. Raccolti dal P. RUINART e tradotti nella lingua Italiana con prenotazioni e note da F. M. LUCHINI. Tomo IV, ROMA MDCCLXXIX p. 14-21.


 

[1] Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, vol. VIII c. IX.

[2] Esodo 22, 20.

[3] Matteo 5, 37.

[4] Deuteronomio 6, 5.

[5] I Pietro 5, 8.

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