Atti di san Cirillo fanciullo martire

 

Frammento di affresco, museo nazionale di Bucarest

 

San Cirillo era ancora un bambino quando fu chiamato a rendere testimonianza della sua speranza in Cristo. Rafforzato dalla ripetizione continua del nome di Gesù, soffrì la passione forse in Cesarea di Cappadocia, sotto Decio o Valeriano. Incerte infatti sono le notizie su questo piccolo martire, poiché ogni sua memoria al di fuori degli acta è andata perduta, così come, non essendo stato trasmesso negli atti, non ci è giunto neanche il giorno del suo dies natalis; la memoria di un Cirillo martire in Cesarea di Cappadocia insieme ad alcuni compagni per la confessione di Gesù Cristo è in alcuni martirologi assegnata al 29 maggio.

 

 

            Non è giusto che ignoriate, o fratelli, la gloriosa morte del santo fanciullo Cirillo, perciocché, non senza speciale comando, e sussidio del Divino Spirito, pres’egli a lottare cogli scellerati giudici di Cesarea. L’acerba età sua infondeva stupore e confermava, i provetti nella fede dovuta a Cristo. Non altro nome aveasi egli continuamente sulle labbra tranne quello di Cristo, Lui solo dichiarando d’amare: sopraffatto da minacce, coverto di piaghe, si fe’giuoco di quelle, di queste, quasi non fossero guai.

            Siccome l’animosità degli avversari della Fede cresceva continuamente, e molti adolescenti coetanei di Cirillo invidiavanlo per la sua virtù, s’ebbe dal padre vigliacco e malvagio chiusa in faccia la porta della casa, e diniegato l’uso di checché vi si conteneva. Taluni lodarono quella inumanità: Cirillo non si dava pensiero di siffatto ripudio, affermando Dio largirgli dovizie e comodi maggiori de’perduti.

            Questi suoi singolari diportamenti lo resero noto al giudice di Cesarea, che lo fe’pigliare dai suoi sgherri: meravigliò di trovarlo sereno come se fosse convitato a festa.

            Il giudice: “Voglio perdonarti, o fanciullo, e meco ti perdona il genitore, che ti riprende in casa: goditi novamente gli agi del tetto paterno, purché rientri in te stesso, e sii buono”.

            Cirillo: “Godo di venire sgridato, e maltrattato da voi, perché me ne provengono, in compenso, ottime accoglienze da Dio. Piacemi non aver casa; Dio me ne tiene in pronto una assai migliore. Son povero volontariamente per conseguire il possesso d’eterne ricchezze. Non temo una buona morte, che m’introdurrà ad una vita ottima”.

            Mentr’ei ciò diceva, venne legato, come se lo si volesse condurre al supplizio: era un artifizio del giudice per dare un tasto alla intrepidità del fanciullo; il qual, tratto laddove ardeva un gran rogo, e minacciato di venirvi scagliato dentro, non mutò contegno, né colore: onde al giudice, che, richiamatolo, dicevagli: “Vedesti, o fanciullo, quel fuoco? Fa senno, o ne assaggerai…”.

            Cirillo rispose: “Gran danno mi recasti richiamandomi! A quest’ora già starei nella magione del padre mio vero… deh, non indugiare a rimandarmi! Son impaziente di fruirne”.

            Gli astanti lacrimavano udendolo: ei li sgridava: “Miseri, che ignorate la mia fede, e i suoi premii!”.

            Ciò dicendo andò alla morte, mirabile per bellezza agli occhi degli uomini, per santità al cospetto di Dio.

 

Da: Conte TULLIO DANDOLO, Roma Cristiana nei primi secoli, vol. II – Martiri, Assisi 1866, 126-127.

 

Pagina iniziale