LA PREGHIERA IN UN MONDO SECOLARIZZATO
del padre Dumitru Stăniloae
Il bisogno di preghiera dell’uomo che crede è indubbio. Più la fede di qualcuno è forte, più anche la sua necessità di preghiera è forte. D’altra parte, la fede di una persona è sostenuta dalla fede di altre persone. In questo appare l’importanza della Liturgia e di ogni culto pubblico. Ma nella società d’oggi constatiamo un indebolimento della fede. Quindi si constata anche una sorta d’indifferenza alla preghiera. Forse la nozione di società secolarizzata non indica una società completamente non credente, ma una società la cui maggioranza dei membri non pratica la preghiera che soltanto molto di rado, in momenti eccezionali.
Per colui che desidera mantenere la forza della sua fede con la preghiera si pone dunque oggi un doppio problema: quello di difendere la sua fede contro l’influenza debilitante di un ambiente indebolito nella fede, e quello di difendere la pratica della preghiera nel quadro di una società che ha perso soprattutto l’uso della preghiera. Mentre l’uomo precedentemente trovava nell’ambiente sociale un fattore con il quale rinforzava la sua fede e la sua pratica della preghiera, oggi questo mezzo è un fattore di raffreddamento, un fattore contro il quale chi vuole mantenere la sua fede e la sua preghiera deve difendersi.
Oggi l’uomo credente deve cercare in gran parte di per sé le ragioni che possano sostenere la sua fede e la sua pratica della preghiera. E ciò precisamente può rendere la sua fede più profonda e la sua preghiera più calorosa, dato che non sono più sostenute, in gran parte, dall’ambiente sociale. Di conseguenza, l’uomo stesso che riesce a fortificare, con ragioni personalmente meditate, la sua fede e la sua preghiera, può diventare un focolare per il rafforzamento della fede ed il rinnovo della preghiera nel suo ambiente sociale. Con ciò può aiutare la società ad uscire dalla vita superficiale, saturata di noia, che è la causa dell’indebolimento della fede e della preghiera; in altre parole, può aiutarlo a trovare un contenuto più sostanziale, a risanare le sue radici danneggiate reimmergendole in una più grande profondità di vita, senza la quale l’esistenza umana è di un’uniformità monotona e sprovvista di significato. […]
Preghiera e Sacra Scrittura
I Padri spirituali dell’Ortodossia hanno visto un mezzo per rinforzare la preghiera nella meditazione delle parole della Sacra Scrittura e di altri libri spirituali. Sant’Isacco il Siro dice che “la lettura delle Scritture divine rinforza lo spirito e rinfresca la preghiera… perché sono una luce per l’intelligenza, che la conduce sulla via diritta e semina nella preghiera il contenuto della contemplazione, facendo guadagnare allo spirito la sottigliezza e la saggezza”[1].
Le parole della Sacra Scrittura hanno un potere su di noi quando le sentiamo come parole di Dio, che ce le invia al momento della lettura. Allora, tramite esse, incontriamo Dio stesso, ci sentiamo raggiunti dalla sua chiamata, in conformità alle nostre circostanze e al nostro livello spirituale. Allora scopriamo in queste parole un grande potere ed un senso sempre nuovo. Così la lettura si unisce con la preghiera. Occorre chiedere a Dio di aprire l’interiore delle parole, facendosi lui stesso trasparente e sentito in esse. È per questo che lo stesso Isacco il Siro raccomanda: “Sii attento a ciò che leggi. Poiché se tu non lotti, non trovi. E se non combatti con ardore, e non vigili tempestivamente alla porta, non sarai ascoltato”[2]. “Perciò è stato scritto che il cuore è aiutato dalla lettura nella preghiera ed è illuminato dalla preghiera nella lettura”2bis.
Se la meditazione ci scopre Dio nelle parole della Scrittura, ce lo fa scoprire anche nelle cose del mondo. Poiché tutte le parole della Sacra Scrittura non ci parlano di Dio in sé, ma della sua relazione con noi attraverso le cose del mondo ed attraverso il nostro prossimo; così le parole della Scrittura ci parlano delle cose del mondo, ce lo rivelano come creatura di Dio che egli non cessa di sostenere. Le parole della Scrittura e le cose del mondo, comprese le persone, il nostro prossimo e la nostra persona, con i loro pensieri ed i loro problemi, si trovano in un collegamento indissolubile tra esse e con Dio: tutte sono in un certo qual modo indirizzate alla nostra coscienza e date ad essa come altrettanti doni ed appelli di Dio, e con ciò le circostanze sempre mutevoli ci sollecitano a mostrare il nostro modo di vivere secondo la volontà di Dio.
Così siamo chiamati a far maturare il nostro essere, a crescere spiritualmente verso una comprensione sempre più piena della ricchezza del pensiero divino e della profondità dell’amore di Dio verso noi; e così siamo chiamati ad un amore sempre più grande verso lui ed ad unirci a lui. Poiché la complessità delle circostanze e dei problemi mette in rilievo il carattere inesauribile ed il significato infinito delle cose e delle persone, che si radicano nell’infinità di Dio. Approfondendo sempre più il senso delle cose e delle persone, possiamo scoprire un senso sempre più profondo alla Scrittura e viceversa. Approfondendo incessantemente questi due tipi di rivelazione, progrediamo nella percezione dell’amore infinito di Dio, che ci tocca fino alle lacrime. Sant’Isacco dice: “Leggi gli Evangeli, sono dati da Dio per la conoscenza della creazione intera, perché la tua intelligenza prenda coscienza della sua Provvidenza… e perché sia immersa nelle cose meravigliose di Dio”[3]. “E quando la grazia inizierà ad aprirti gli occhi per sentire e vedere le cose nella loro verità, inizieranno a versare dei ruscelli di lacrime”[4]. […]
Offrire le persone ed il mondo a Dio
L’amore di Dio ci porta una forza purificatrice, nelle nostre relazioni con le cose e le altre persone, perché Dio non può essere limitato da nessuno in stretti confini di modo che serva soltanto ad una persona, ma si dà soltanto nella misura in cui ciascuno lo riceve in comunione con tutti. Così avvicinarsi a Dio ed aprirsi a lui significa purificazione, perché in Dio vediamo le cose e le persone oltre i loro limiti, in unione tra esse, e noi stessi in comunione con esse. È per questo che san Marco l’asceta raccomanda come mezzo per porre un vero sguardo sulle cose di offrire come sacrificio a Cristo la rappresentazione di ogni cosa nel momento in cui appare nel nostro pensiero[5]. Questa offerta a Cristo delle rappresentazioni delle cose le identifica al loro ingresso nella profondità più interna e più sensibile del nostro essere. È là, infatti, che Cristo abita in noi dal battesimo. Dobbiamo dunque realizzare un passo che comporta tre aspetti: pensare in modo vero, e dunque disinteressato, ad ogni cosa, offrirla a Cristo e, attraverso lui, a tutti quelli che ama, cercare il nostro centro più centrale ed attualizzarlo ogni volta che pensiamo ad una cosa, dunque, in definitiva, in modo ininterrotto. […]
Offrire la rappresentazione di ogni cosa o persona che osserviamo o alla quale pensiamo, significa ringraziare Dio per questa cosa o questa persona, o glorificarlo o chiedere il suo aiuto perché compia il favore che ci attendiamo.
I Padri hanno chiamato quest’atto: preghiera o, addirittura, liturgia. Questa liturgia può diventare incessante. Così possiamo prendere l’abitudine di fare di ogni rappresentazione, di ogni incontro, l’occasione di una preghiera ininterrotta. Questo incontro con le cose e gli esseri è una via per raggiungere uno stato di preghiera ed anche di liturgia personale incessante, unita alla preghiera continua di Cristo, il nostro Sommo Sacerdote, che ha santificato tutto e vuole santificare tutto incessantemente per noi ricevendo i nostri sacrifici ed offrendoli al Padre insieme con il suo sacrificio. E questa forma di preghiera ha un effetto purificatorio per l’amore che è in essa. “La preghiera è la purificazione della mente”, dice una parola di san Gregorio di Nazianzo, ripresa da sant’Isacco il Siro[6].
La purificazione nell’offerta di sé a Dio
Per san Cirillo di Alessandria nessuno può essere salvato se non dall’atto di offrirsi a Dio in un dono integrale di sé. Ma nessuno può offrirsi come sacrificio puro se non per l’unione con Cristo, che si offre continuamente per noi come sacrificio puro e totale al Padre. È da Cristo che prendiamo il potere di purificarci ed offrirci, unendoci con lui in un unico atto di sacrificio. È l’unico tema dell’opera di san Cirillo: “L’adorazione in Spirito e in Verità” (PG 68). Colui che si offre a Dio si offre con tutti i suoi pensieri e tutti i suoi atti. Vive totalmente in Dio.
L’accento diretto che san Cirillo mette, in primo luogo, sull’offerta della propria persona, non è privo d’importanza. Non possiamo purificare il nostro sguardo, dunque le immagini delle cose e delle persone, e le nostre relazioni con esse, se non purifichiamo la nostra persona. Non possiamo dare le cose a Dio se non diamo noi stessi. È una cosa di primaria importanza vedere noi stessi, in tutto ciò che facciamo, in riferimento a Dio, essere sempre coscienti di questa dimensione profonda e misteriosa della nostra persona. E qui Dio stesso viene in nostro aiuto, lui che è diventato prossimo a noi assumendo l’umanità e dandola al Padre. […]
Se dobbiamo offrire a Cristo la rappresentazione di ogni cosa e la nostra persona stessa, è naturale offrire anche le nostre relazioni con gli altri. E questo ha nuovamente una grande importanza non soltanto per la nostra purificazione, ma anche per il miglioramento delle nostre relazioni con gli altri. È una grande cosa non pensare nulla di cattivo nei confronti degli altri. Ciò significa pensare all’altro e comunicare con lui sempre con amore e comprensione per i suoi difetti, che non definiscono la sua essenza, con un sentimento di perdono, con il sentimento di comunicare con un mistero. Il fatto che qualcuno ha commesso un errore verso me o verso un altro, non deve diminuire ai miei occhi il valore ed il senso incommensurabile del suo mistero, questo dono inesauribile per me, questo dono assolutamente superiore rispetto alle cose, dato che l’altro rappresenta nel suo incontro con me una riserva infinita di mistero. Sant’Isacco dice: “Non devi distinguere il degno dall’indegno, ma che tutti gli uomini siano per te uguali nella tua bontà. Poiché in questo mondo potrai attirare al bene anche gli indegni. Il Signore si è seduto alla tavola dei pubblicani e delle prostitute e non si è separato dagli indegni, per attirare tutti gli uomini al timore di Dio, e per attirarli con dei benefici materiali ai Beni spirituali”[7]. […]
Il mio prossimo mi pone i problemi più complicati; i loro incontri con me producono circostanze sempre nuove e devo vedere in tutto ciò altrettanti appelli che Dio mi invia per fare crescere l’amore. Rispondendo a questi appelli, accetto un dialogo continuamente nuovo tra Dio e me. Mettendo la rappresentazione del mio prossimo, in tutte le situazioni nelle quali ci troviamo, in collegamento con Dio, rispondo a Dio non soltanto ringraziandolo per il fatto che mi ha dato questo prossimo per la mia crescita spirituale, ma chiedendogli anche il suo aiuto per rispondere alle necessità nuove del mio prossimo, non soltanto per la mia crescita spirituale ma anche per la sua. Inoltre, prego perché il mio prossimo sia aiutato in ogni situazione nuova per realizzare il senso della sua esistenza.
La preghiera – gettare un ponte verso il prossimo
Il secondo punto che deve essere considerato in questa relazione è sapere se la mia preghiera può avere un effetto salvifico sul piano delle relazioni sociali, nella società secolarizzata di oggi.
Un tratto caratteristico di questa società è che l’uomo si sente in essa molto più solo che nella società di ieri, in cui non mancava la preoccupazione di Dio. Il credente sente oggi la necessità di pregare forse anche più che in passato, perché con la preghiera si salva dalla solitudine così difficile da sopportare. Ha nella preghiera il mezzo per essere in comunione con Dio. Ha nella preghiera Dio stesso in dialogo con lui con qualsiasi cosa ed egli stesso vede e sente Dio con tutti. Colui che prega prende coscienza delle sue radici nella realtà personale infinita di Dio e non è consegnato alle onde superficiali della vita, di una vita chiusa nel solo orizzonte terrestre. Può riempire la sua vita di un contenuto infinito.
Chi prega getta anche verso il prossimo dei ponti più consistenti rispetto ai ponti fragili e superficiali che si trovano in una società secolarizzata. In fondo, tutti gli uomini desiderano oggi più che mai tali ponti. Ma non hanno compreso che questi ponti possono essere scoperti soltanto con la preghiera. Secondo la nostra convinzione, coloro che pregano possono non soltanto lanciare, offrire tali ponti, ma anche aprire il cuore degli altri perché li ricevano e perché rispondano alla comunicazione dell’amore di coloro che pregano con la comunicazione del loro amore.
Sant’Isacco il Siro dice: “Costringiti, quando incontri il tuo prossimo, ad onorarlo oltre qualsiasi misura. Bacia le sue mani e i suoi piedi e lodalo, anche per virtù che non ha”. “Ama i peccatori… e non disprezzarli per i loro difetti”. “Così e con altri fatti simili, li puoi attirare al bene”9. […]
Rispondere al prossimo – rispondere a Dio
Il legame di ogni uomo attraverso la parola con l’altro è così assoluto che devo rispondere al suo appello senza riserve ed io stesso devo fare appello a lui senza incondizionatamente. Nessuno può evitare di rispondere all’appello dell’altro. E se la mia risposta è negativa, non posso sfuggire alla preoccupazione. Questo carattere assoluto del nostro legame attraverso la parola significa che siamo legati dalla parola in Dio il Verbo stesso. Egli stesso fa appello a me con la chiamata del mio prossimo e devo rispondere al mio prossimo come a Dio stesso. Dio stesso ha posto il prossimo nella situazione di fare appello a me ed ha posto me stesso di fronte a lui, con il dovere di rispondergli e di fare appello a lui. E la gioia che ci facciamo con la risposta positiva dell’uno all’altro è una gioia che ci viene e che diamo anche da parte di Dio. Il nostro legame con la parola esige dunque il suo perfezionamento nell’amore. Il prossimo costituisce la parola ontologica viva e vivificante di Dio verso me e io sono, a mia volta, la parola ontologica di Dio, viva e vivificante, verso il mio prossimo. […]
Pensando a Dio, quando il prossimo fa appello a me, quando lo vedo bisognoso di me, o rallegrandomi per la sua presenza e la sua attenzione, ascolto un comandamento di Dio e ringrazio Dio per il dono e per la parola che mi invia con quello. Il mio dialogo con il prossimo è allo stesso tempo il mio dialogo ed il suo dialogo con Dio. Ma questo dialogo si compie in modo perfetto, tanto tra noi uomini, quanto tra ciascuno di noi e Dio, che sotto forma di preghiera, cioè quando sento la chiamata di un altro e gli rispondo in spirito di preghiera e prego in questo clima di dialogo per trovare la capacità di servire. Nella preghiera mi sensibilizzo interamente all’altro, come esige il dialogo.
Il dialogo e dunque il dialogo perfetto in spirito di preghiera deve essere realizzato non soltanto dalle parole dette, ma anche dalle parole incorporate in opere di aiuto reciproco e, quando occorre, in opere di misericordia. Con le opere ci offriamo ancor più l’uno all’altro e a Dio. È per questo che la preghiera per l’altro deve essere unita all’opera per lui, e quando occorre anche alla misericordia.
Sant’Isacco il Siro dice: “Nulla può avvicinare tanto il cuore a Dio quanto la misericordia”. E: “Se hai qualcosa oltre alla necessità del giorno, dà ai poveri e poi vieni e porta con coraggio le tue preghiere”11. E “Che la misura della misericordia cresca in te fino a che senta la misericordia di Dio per il mondo”12. […]
Anche la preghiera per l’altro deve essere fatta in tale modo con lui che tu possa sentire il suo dolore come il tuo dolore. Con ciò tu ti presenti a Dio portando l’altro in te, puoi avvicinarti a Dio. Dio può essere incontrato soltanto nell’amore verso l’altro che va fino all’appropriazione del suo dolore per te, poiché se Dio è amore, può essere vissuto soltanto nel tuo stato d’amore verso l’altro. In questo si mostra il sacerdozio universale dei laici, che li fa pregare gli uni per gli altri. Questo ci rende comprensibile la preghiera del sacerdote della comunità per tutti i credenti della sua parrocchia. […]
La piena preghiera per gli altri è quella che è accompagnata dal tuo dolore per lui, o dal tuo sacrificio, dal dono della tua opera. È soltanto in questo stato di sacrificio che entro in Dio, insieme a Cristo, al quale prendo in prestito il suo potere di sacrificio. Mi devo fondere con l’amore e con la misericordia per l’altro in Dio e nell’altro, per partecipare al Dio che è misericordia ed amore.
È soltanto con la sensibilità del sacrificio e della misericordia per gli altri che penetro come un profumo nell’area divina, che è, anch’essa, un profumo penetrante d’amore e di misericordia. […]
In Contacts, Vol. 30, No 103, 1978.
Nota: In questa versione abbreviata dell’articolo, è stata mantenuta la numerazione originale delle note a piè di pagina, e sono stati aggiunti gli intertitoli.
Traduzione a cura di © Tradizione Cristiana
[1] Sant’Isacco il Siro, Te eurethenta askêtika, Atene, 1895, Serm. 29, p. 123. Traduzione francese: Isaac le Syrien, Œuvres spirituelles, Desclée de Brouwer, 1981.
[2] Ibid. Serm. 23, p. 102.
2bis Ibid. Serm. 23, p. 98.
[3] Ibid. Serm. 23, p. 95.
[4] Ibid. Serm. 23, p. 96.
[5] San Marco l’asceta, Sul battesimo. Filocalia rumena I [in francese], pp 282-283.
[6] Op. cit. Serm. 32, p. 140.
[7] Ibid. Serm. 23, p. 99.
9 Sant’Isacco il Siro, op. cit., Serm. 6, p. 30.
11 Sant’Isacco il Siro, op. cit., Serm. 23, p. 99.
12 Ibid. Serm. 34, p. 151.