La Preghiera di intercessione dello staretz Silvano
“Il nostro fratello è la nostra vita”, diceva lo staretz. Per amore di Cristo, ogni uomo viene assunto come parte integrante della nostra esistenza eterna. Silvano cessa poco a poco di vedere, nel comandamento di amare il suo prossimo come sé stesso, una semplice norma etica. Nella parola come, percepisce non l’indicazione della misura dell’amore, ma la dichiarazione della comunità ontologica dell’esistenza umana.
“Il Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso ogni giudizio nelle mani del Figlio… perché è il Figlio dell’uomo” (Giovanni 5, 22-27). Questo Figlio dell’uomo, Grande giudice del mondo, dirà nell’Ultimo Giudizio che “ognuno di questi piccoli”, era egli stesso; in altri termini, unisce l’esistenza di ogni uomo alla sua, la include nella sua esistenza personale. Il Figlio dell’uomo ha assunto tutta l’umanità, “l’Adamo totale”, ed è per questo Adamo totale che ha sofferto. L’apostolo Paolo dice che, anche noi, dobbiamo avere gli stessi pensieri e gli stessi sentimenti, lo stesso stile di vita che aveva Cristo (Filippesi 2, 5).
Il Santo Spirito, insegnando a Silvano l’amore di Cristo, gli permise di vivere realmente quest’amore, di assumere la vita di tutta l’umanità. La sua preghiera tesa all’estremo ed accompagnata da abbondanti lacrime per il mondo intero, lo avvicinò e lo unì con forti legami all’“Adamo totale”. Per lui, che aveva vissuto la resurrezione della sua anima, gli era diventato naturale vedere in qualsiasi uomo il suo fratello per l’eternità. Nella nostra vita terrena, c’è un certo ordine di successione temporale e spaziale, ma nell’eternità siamo tutti uno; è per questo che ciascuno di noi non deve soltanto occuparsi di sé stesso, ma anche di quest’unità.
Dopo la sua esperienza delle sofferenze dell’inferno, dopo l’indicazione del Signore: “Tieni la tua mente all’inferno”, lo staretz Silvano amava in particolare pregare per i morti, per quelli che soffrono nell’inferno, ma pregava anche per i vivi e per quelli che non erano ancora nati. Nella sua preghiera, che superava i limiti del tempo, qualsiasi riferimento a ciò che è transitorio nella vita umana, è scomparso. Nella sua sofferenza per il mondo, gli era stato dato di vedere negli uomini soltanto coloro che conoscevano Dio e coloro che non lo conoscevano. Gli era insopportabile pensare che uomini sarebbero andati a dimorare nelle “oscurità esterne” (Matteo 8, 22).
Ci ricordiamo di una conversazione che ebbe con un eremita.
Quest’ultimo gli disse con un’aria di evidente soddisfazione: “Dio punirà tutti gli atei. Bruceranno nel fuoco eterno”.
Visibilmente turbato, lo Staretz Silvano gli replicò: “Eh bene! Dimmi, ti prego, se fossi messo in paradiso, e di là potessi vedere come qualcuno brucia nel fuoco dell’inferno, potresti essere in pace?”.
“Che fare? È per colpa del loro errore”, disse l’altro.
Allora, con il viso addolorato, lo Staretz rispose: “L’amore non può sopportare ciò… Occorre pregare per tutti gli uomini”.
E realmente, pregava per tutti gli uomini; pregare soltanto per sé stesso gli era diventato estraneo. Tutti gli uomini sono soggetti al peccato, tutti sono privati della gloria di Dio (Romani 3, 23). Per lui che aveva già contemplato, nella misura che gli era stata concessa la gloria divina e che aveva in seguito vissuto la perdita di questa grazia, il minimo pensiero di tale privazione gli era penoso. Il suo cuore si consumava al pensiero che gli uomini vivono senza conoscere Dio e il suo amore, e pregava con una preghiera ardente perché il Signore, nel suo amore ineffabile, permetta loro di conoscerlo.
Tratto da: Archimandrite Sophrony, Starets Silouane, Moine du Mont Athos, Présence, 1973. pp 47-49.
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Nel 1938 è morto un monaco del Monte Athos. Era un uomo molto semplice, un contadino russo che, arrivato al monastero verso l’età di vent’anni, vi visse cinquant’anni. La sua semplicità era notevole. Era giunto al Monte Athos dopo aver letto in un opuscolo sulla Santa Montagna che la Madre di Dio aveva promesso di intercedere e di pregare per chiunque avesse servito Dio nei monasteri dell’Athos. Lasciò dunque il suo villaggio dicendo: “Se la Madre di Dio è pronta a rispondere di me, andiamo alla Santa Montagna e la mia salvezza sarà affare suo”. Era un uomo stupefacente e diresse per lunghi anni le officine del suo monastero. In queste officine lavoravano dei giovani contadini russi che trascorrevano uno o due anni al Monte Athos al fine di accumulare, centesimo dopo centesimo, qualche centinaio di franchi, al massimo: ciò che avrebbe permesso loro, una volta rientrati al villaggio, di farsi una casa, costruire una capanna e comperare la semente necessaria per il primo raccolto.
Un giorno, i monaci che dirigevano altre officine gli chiesero: “Padre Silvano, come si fa che i vostri operai lavorano così bene mentre non li sorvegliate, mentre i nostri, che non togliamo gli occhi da loro, cercano tutto il tempo di imbrogliarci?”.
Il padre Silvano rispose: “Lo ignoro. Tutto ciò che posso dirvi è come faccio. La mattina, non entro mai all’officina senza avere dapprima pregato per tutti questi bravi ragazzi; vado da loro con il cuore pieno di compassione e d’amore e quando entro nell’officina, li amo così tanto che lacrime d’amore inondano il mio cuore. Distribuisco loro i compiti per il giorno e, poiché sono deciso a pregare per loro tutto il tempo che durerà il loro lavoro, ritorno nella mia cella e prego per ciascuno di loro in particolare. Mi metto alla presenza di Dio e gli dico: “Mio Dio, ricordati di Nicola. È giovane, ha appena vent’anni ed ha lasciato al paese sua moglie che è ancora più giovane di lui ed il loro primo bambino. Puoi immaginare quale miseria li ha costretti a lasciarli e ciò perché non poteva farli vivere del suo lavoro? Nella sua assenza veglia su loro. Proteggili da qualsiasi male. Dagli il coraggio di portare a compimento il suo anno qui e tornare in Russia per trovare i suoi nella gioia, con abbastanza denaro ma anche coraggio per affrontare le difficoltà”.
Proseguì: “All’inizio, pregavo con lacrime di compassione per Nicola, la sua giovane moglie ed il loro piccolo bambino ma, mentre pregavo, la sensazione della presenza divina mi riempiva sempre di più; ad un certo momento, divenne così intensa che, perdendo di vista Nicola, sua moglie, il loro bambino, le loro necessità, il loro villaggio, non avevo più coscienza che soltanto di Dio solo. La sensazione della presenza di Dio mi ha portato in un raccoglimento sempre più profondo; improvvisamente, all’interno stesso di questa presenza, incontrai l’amore di Dio e, nel cuore di questo amore, Nicola, la sua giovane moglie ed il bambino; allora, con l’amore stesso di Dio, ricominciai a pregare per loro; ma mi sentii di nuovo attirato in nuovi abissi nel fondo dei quali incontrai ancora una volta l’amore di Dio. È così che trascorro i miei giorni: prego per ciascuno dei miei operai, volta a volta, l’uno dopo l’altro; alla fine del giorno dico loro alcune parole, preghiamo insieme e vanno a riposarsi. Quanto a me, ritorno al monastero per assolvere ai miei doveri monastici”.
Si può afferrare attraverso questo racconto quale sforzo e quale combattimento esigono la preghiera contemplativa, la compassione, la preghiera attiva. Il padre Silvano non si accontentava di dire: “Signore, ricordati di questo, di quello ed ancora di quest’altro!”; passava ore ed ore a pregare con compassione, pregare con amore, una compassione ed un amore che erano una sola cosa nel suo cuore.
Tratto da: Mgr Antony Bloom, L’école de prière, Seuil (LV 143), 1972.
Signore misericordioso, ascolta la mia preghiera, fa che tutti i popoli della terra ti conoscano per il Santo Spirito.
Signore, Signore, accorda la forza della tua grazia a tutti i popoli affinché ti conoscano per il Santo Spirito e ti lodino nella gioia, poiché anche a me, impuro e misero, hai dato la gioia di desiderarti. Il mio cuore è attirato verso il tuo amore, giorno e notte, insaziabilmente.
San Silvano l’Athonita
Traduzione a cura di © Tradizione Cristiana