Il ruolo del padre spirituale
del vescovo Kallistos Ware
Chi scala una montagna per la prima volta deve seguire una via indicata; ed ha bisogno di avere come guida e compagno qualcuno che ha già scalato questa vetta e che conosce il percorso. Questo doppio ruolo è precisamente quello dell’“abba” o padre spirituale, gheron per i Greci, staretz per i Russi, parole che significano in entrambe le lingue “vecchio” o “anziano”.
L’importanza dell’obbedienza ad un “anziano” è sottolineata fin dagli inizi del monachesimo nell’Oriente cristiano. Come diceva sant’Antonio d’Egitto (IV sec.): “Conosco dei monaci che sono caduti dopo un duro lavoro e sono scivolati nella pazzia perché confidavano nei loro sforzi”[1]. Nei loro apoftegmi, i Padri del deserto insistono molto su questo punto: “Gli anziani hanno detto: Se vedi un giovane monaco salire al cielo con la sua volontà, afferragli il piede e respingilo sulla terra, poiché ciò non gli vale nulla”[2].
Questa figura dello staretz, centrale nella prima generazione dei monaci egiziani, ha conservato fino ad oggi tutta la sua importanza nella Chiesa Ortodossa. “C’è una cosa più importante di tutti i libri ed idee possibili, è l’esempio di uno staretz, al quale potete dire tutti i vostri pensieri, dal quale potete ascoltare, non un parere personale più o meno valido, ma la voce dei santi Padri”, dichiara un laico Russo del XIX secolo, lo slavofilo Ivan Kireevskij (1806-1856). “Dio sia lodato, questi startzi non sono ancora scomparsi dalla nostra Russia”. Ed il padre Alexandre Eltchaninoff (†1934), sacerdote dell’emigrazione russa, aggiunge: “Il loro campo d’azione è illimitato. Sono indubbiamente santi, riconosciuti come tali dal popolo. Penso che nella nostra tragica epoca, sia proprio attraverso loro che la fede sopravvivrà e sarà rafforzata nel nostro paese”[3].
Cosa conferisce ad un uomo il diritto di agire in qualità di staretz? Come e da chi è designato? La risposta è semplice. Lo staretz o padre spirituale è principalmente una figura “carismatica” e profetica; è accreditato per questo compito dall’azione diretta del Santo Spirito. È ordinato non dalla mano dell’uomo, ma da quella di Dio. È un’espressione della Chiesa come “evento” piuttosto che della Chiesa-istituzione.
Detto ciò, non c’è, nella vita della Chiesa, una separazione molto netta tra il profetico e l’istituzionale; queste due dimensioni sono intrecciate e derivano l’una dall’altra. Così, il ministero dello staretz, di natura carismatica, è collegato alla funzione del sacerdote-confessore, chiaramente definita nell’ambito del quadro istituzionale della Chiesa. Nella tradizione ortodossa, il diritto di confessare non è conferito automaticamente con l’ordinazione. Prima di poterlo fare, un sacerdote deve ottenere l’autorizzazione del suo vescovo; nella Chiesa greca, solo una minoranza di chierici ha questo diritto.
Eppure, benché il sacramento della confessione sia certamente un’occasione appropriata per la direzione spirituale, il ministero dello staretz non è lo stesso di quello del confessore. Lo staretz dà dei consigli, non soltanto in occasione della confessione, ma in molte altre circostanze. Mentre il confessore è sempre un sacerdote, lo staretz può essere un semplice monaco fuori dei sacri ordini, una monaca, o un laico o una laica; la tradizione ortodossa ha infatti sia madri che padri spirituali. In realtà, il ministero del padre spirituale è più profondo, poiché solo pochissimi sacerdoti-confessori possono pretendere di parlare con il discernimento e l’autorità dello staretz.
Ma se lo staretz non è ordinato o nominato dalla gerarchia ufficiale, come arriva a questo ministero? A volte, uno staretz designa il suo successore; così, nella Russia del XIX secolo, alcuni centri monastici come Optino hanno conosciuto una “successione apostolica” di maestri spirituali. In altri casi, lo staretz emerge semplicemente, spontaneamente, senza che ci sia un’approvazione esterna. Come sottolinea il padre Alexandre Eltchaninoff: “Sono riconosciuti come tali dalla gente”. Nell’ambito della vita continua della comunità cristiana, diventa chiaro al popolo di Dio – che è il vero custode della santa Tradizione – che tale persona o tale altra ha il dono della paternità o della maternità spirituale. Allora, liberamente ed in modo informale, gli altri iniziano a venire a lei per consigli o istruzioni.
Infatti, la norma vuole che l’iniziativa venga non dal maestro, ma dai discepoli. Sarebbe pericolosamente pretenzioso per qualcuno dire, nel suo cuore o ad altri: “Venite e sottomettetevi a me; sono uno staretz, ho la grazia dello Spirito”. È piuttosto l’opposto che si produce: senza che lo staretz lo susciti, altre persone si avvicinano a lui, gli chiedono un consiglio o di potere vivere permanentemente presso di lui. Inizialmente, probabilmente le rinvierà, suggerendo loro di consultare qualcun’altro. Fino al momento in cui, finalmente, non le rinvierà più, ma le accetterà come una rivelazione della volontà di Dio. Così, sono i suoi figli spirituali che rivelano uno staretz a sé stesso.
La figura dello staretz illustra bene i due livelli, strettamente connessi, sui quali la Chiesa terrena esiste e funziona. Da un lato, il livello esterno, ufficiale e gerarchico, con la sua organizzazione geografica in diocesi e parrocchie, i suoi grandi centri (Roma, Costantinopoli, Mosca, Canterbury) e la sua “successione apostolica” di vescovi. Dall’altro, il livello interno, spirituale e “carismatico”, al quale appartiene soprattutto lo staretz. Qui, i principali centri non sono, per la maggior parte, le grandi sedi patriarcali e metropolitane, ma piuttosto certi eremi lontani da cui irradiano alcune personalità ricche in doni spirituali. Rari sono gli startzi che hanno occupato un posto importante nella gerarchia ufficiale della Chiesa. Tuttavia, l’influenza di un semplice ieromonaco come san Serafim di Sarov (†1833) ha superato di gran lunga quella di qualsiasi patriarca o vescovo nella Chiesa Ortodossa del XIX secolo. Esiste dunque, parallelamente alla successione apostolica dell’episcopato, una successione dei santi e degli uomini spirituali. I due tipi di successione sono essenziali al vero funzionamento del corpo di Cristo, ed è con la loro interazione che la vita della Chiesa si compie sulla terra.
Se lo staretz non è né ordinato né nominato per il suo compito, deve tuttavia essersi preparato. Le vite di sant’Antonio d’Egitto (†356) e di san Serafim di Sarov illustrano particolarmente bene il modello classico di questa preparazione, che consiste in un doppio movimento di fuga dal mondo e di ritorno nel mondo. Senza un’intensa preparazione ascetica, senza un’immersione radicale nella solitudine, sant’Antonio o san Serafim avrebbero potuto fungere, nella stessa misura, da guide agli uomini della loro generazione? Né si sono ritirati per diventare padroni e guide per altri. Se sono fuggiti, non è per prepararsi ad alcuni compiti, ma per obbedire ad un desiderio bruciante di solitudine con Dio. Dio ha accettato il loro amore, ma li ha rinviati come strumenti di guarigione nel mondo che avevano lasciato.
“Acquisisci la pace interiore, diceva san Serafim, e migliaia di anime troveranno la salvezza presso te”[4]. Tale è il ruolo della paternità spirituale. Fate la vostra dimora in Dio e potrete condurre altre persone alla sua presenza. Un uomo deve apprendere ad essere solo; deve ascoltare, nel silenzio del suo cuore, la parola senza parole dello Spirito e scoprire così la verità su sé stesso e su Dio. Ciò che dirà al suo prossimo sarà allora una parola forte, poiché emergerà dal silenzio.
Formato dall’incontro con Dio nella solitudine, lo staretz è capace di guarire con la sua sola presenza. Guida e forma gli altri, inizialmente non con parole accorte, ma con la sua presenza, con l’esempio vivo e particolare che rappresenta. Insegna sia con il suo silenzio che con la sua parola. “Tre padri avevano l’abitudine di andare ogni anno dal beato Antonio. I primi due lo interrogavano sui pensieri e sulla salvezza dell’anima; il terzo manteneva un silenzio assoluto senza chiedere nulla. Dopo molti anni, Abba Antonio gli dice: ‘Ecco, da lungo tempo vieni qui, e tu non mi poni nessuna domanda?’. Gli rispose: ‘Mi basta soltanto vederti, padre!’ ”[5].
Ma il vero viaggio dello staretz è spirituale: nel cuore e non spazialmente, nel deserto geografico. La solitudine esterna, benché sia un aiuto, non è indispensabile, ed un uomo può apprendere a trovarsi solo dinanzi a Dio pur continuando una vita di servizio attiva nella società. Non fu rivelato a sant’Antonio il Grande, nel deserto, che un medico di Alessandria aveva raggiunto un livello di compimento spirituale così elevato come il suo: “Vi è in città qualcuno simile a te, medico di professione, che dà il suo superfluo ai poveri e che tutto il giorno canta il trisagion con gli angeli”[6]. Non sappiamo come Antonio ebbe questa rivelazione, né il nome del medico, ma una cosa è sicura: la preghiera incessante del cuore non è il monopolio dei solitari; la vita mistica e “angelica” è possibile nella città come nel deserto. Il medico alessandrino compie il viaggio interiore senza tagliare i suoi legami con la comunità.
Quali sono i carismi particolari del padre spirituale? Sono tre. In primo luogo, la perspicacia ed il discernimento (diakrisis), la capacità di percepire intuitivamente i segreti dei cuori, comprendere le profondità nascoste dell’essere di cui siamo spesso incoscienti. Il padre spirituale penetra negli atteggiamenti ed i gesti convenzionali dietro i quali nascondiamo agli altri ed a noi stessi la nostra vera personalità; al di là di tutte queste inutili apparenze, giunge a comprendere la persona unica, creata ad immagine ed a somiglianza di Dio. Questo potere è spirituale più che fisico; lungi dall’essere soltanto un tipo di percezione extrasensoriale o una chiaroveggenza santificata, è il frutto della grazia, che presuppone una preghiera attenta ed un combattimento ascetico senza sosta.
A questo dono del discernimento si aggiunge il carisma della parola. Quando una persona si avvicina a lui, lo staretz sa – immediatamente e specificamente – ciò che questa persona ha bisogno di sentire. Oggi siamo inondati di parole, ma, per la maggior parte, non sono evidentemente pronunciate con potenza. Lo staretz utilizza poche parole, a volte resta anche in silenzio. Ma con queste poche parole o con il suo silenzio, è capace di cambiare radicalmente la vita di un uomo. A Betania, Cristo pronunciò soltanto tre parole: Lazzaro vieni fuori (Giovanni 11, 43); queste tre parole tuttavia, dette con potenza, bastarono a riportare il defunto alla vita. In un’epoca dove la lingua è vergognosamente banalizzata, è essenziale riconquistare il potere della parola. E ciò significa riscoprire la natura del silenzio, non semplicemente come una pausa tra le parole, ma come una delle realtà prime dell’esistenza. Gli insegnanti ed i predicatori, per la maggior parte, parlano troppo; il vero staretz si distingue per un’austerità ed un’economia di lingua.
Ma affinché una parola possieda una potenza, l’autorità e l’autenticità che l’esperienza personale conferisce a colui che parla non bastano; occorre la presenza di qualcuno che ascolta attentamente e con vivo desiderio. Se qualcuno interroga uno staretz per semplice curiosità, è probabile che ne derivi soltanto poco profitto; ma se una persona si avvicina allo staretz con una fede ardente ed una grande fame, la parola che ascolta può trasfigurare il suo essere. Le parole degli startzi sono generalmente semplici e prive di ogni artificio letterario; a quelli che le leggono superficialmente, sembrano spesso aride e banali.
Il discernimento del padre spirituale si esercita soprattutto attraverso la pratica della “rivelazione dei pensieri” (logismoi). Nel monachesimo orientale dei primi secoli, il giovane monaco aveva abitudine di vedere ogni giorno il suo padre spirituale e di rivelargli tutti i suoi pensieri. Questa rivelazione dei pensieri è molto più di una confessione dei peccati; il novizio, infatti, parla anche delle idee e dei movimenti interiori che potrebbero sembrargli innocenti, ma nei quali il padre spirituale può discernere dei pericoli nascosti o dei segni importanti. La confessione è retrospettiva e riguarda i peccati che sono stati già commessi; la rivelazione dei pensieri, invece, è profilattica, poiché mette a nudo i nostri pensieri prima che conducano al peccato e li privano così della loro dannosità. Lo scopo di questa rivelazione non è d’ordine giuridico, ottenere l’assoluzione degli errori; è di permettere all’uomo di conoscersi, vedersi così come è realmente.
Forte del suo discernimento, il padre spirituale non attende semplicemente che la persona si riveli da sé, ma le mostra i suoi pensieri nascosti. Quando la gente veniva a vedere san Serafim di Sarov, egli rispondeva a volte alle loro preoccupazioni ancor prima che avessero il tempo di dirgli la ragione della loro visita. In molti casi, la risposta sembrava al primo momento a sproposito, o anche assurda ed irresponsabile; poiché ciò a cui rispondeva san Serafim spesso non era la domanda che il suo ospite aveva consapevolmente in mente, ma quella che avrebbe dovuto porre. In tutto ciò, san Serafim si rimetteva alla luce interiore del Santo Spirito. Riteneva importante di non elaborare in anticipo ciò che stava per dire, poiché le sue parole allora sarebbero state soltanto il riflesso del suo giudizio umano, forse erroneo, e non il giudizio di Dio.
Per san Serafim, il rapporto tra staretz e figlio spirituale era più forte della morte; ed esortava i suoi figli a continuare a rivelargli i loro pensieri anche dopo la sua morte, la sua partenza nella vita del secolo a venire. Prima della sua morte, disse ai monaci di cui era responsabile: “Quando sarò partito, venite sulla mia tomba. Quando avrete il tempo. Il più spesso possibile. Tutto ciò che avrete nel cuore, tutte le vostre pene, faccia contro terra, ditemele, come ad un vivo. E vi ascolterò, e toglierò la vostra tristezza. Poiché per voi, sarò sempre vivo”[7].
Il secondo dono del padre spirituale è la capacità di amare gli altri e fare sue le loro sofferenze. Di un anacoreta del tempo dei Padri del deserto, si è detto semplicemente: “Era caritatevole e molti venivano a lui”[8]. Era caritatevole – è essenziale per ogni paternità spirituale. Senza amore né compassione, una penetrazione illimitata dei segreti del cuore dell’uomo non sarebbe creatrice, ma distruttiva. Chi non può amare gli altri non ha affatto la forza di curarli.
Amare il prossimo significa soffrire con lui e per lui; è il senso letterale della compassione. Portate i pesi gli uni degli altri e adempirete così la legge di Cristo (Galati 6, 2). Il padre spirituale è colui che, per eccellenza, porta il peso degli altri. Come scrive Dostoevskij ne I fratelli Karamazov, “Uno staretz è colui che prende la vostra anima e la vostra volontà nella sua anima e sua volontà”. Non gli basta dare dei consigli. Gli si chiede pure di prendere l’anima dei propri figli spirituali nella sua anima, la loro vita nella sua vita. È il suo compito di pregare per loro, e la sua intercessione costante è più importante di ogni consiglio. Il suo dovere è anche di assumere i loro dispiaceri ed i loro peccati, di prendere su di sé la loro colpevolezza, e di rispondere per loro nell’ultimo Giudizio.
Tutto ciò appare con forza nella Corrispondenza tra Barsanufio e Giovanni di Gaza, che raccoglie circa 850 domande indirizzate a due anziani della Palestina del VI secolo e le loro risposte. Nella sua preghiera a Dio, Barsanufio dice: “Maestro, introduci con me i miei figli nel tuo regno, oppure cancellami dal tuo libro”. E scrive ai suoi discepoli: “Dio sa, non c’è un solo sguardo, un solo momento in cui non ti ho nel pensiero e nella preghiera. Mi preoccupo di te molto più che di me stesso. Do volentieri la mia vita per te, e la mia supplica per te è ininterrotta. Porto i tuoi pesi ed i tuoi smarrimenti. Sei diventato simile ad un uomo seduto all’ombra di un albero. Porterò la tua condanna e non ti abbandonerò né in questo mondo né nell’altro, con la grazia di Cristo”[9].
I lettori di Charles Williams si ricorderanno del principio de “l’amore della sostituzione”, che svolge un ruolo centrale nel suo romanzo Discesa agli inferi. In Dostoevskij, lo staretz Zosima esprime la stessa idea: “C’è soltanto una via di salvezza, è di assumere la responsabilità di tutti i peccati degli uomini, di rendersi responsabile con tutta sincerità di tutto e di tutti”. La capacità dello staretz di sostenere e rinforzare gli altri si misura con la sua volontà di adottare questa via di salvezza.
Detto ciò, il rapporto tra il padre spirituale ed i suoi figli non è unilaterale. Benché si faccia carico dei loro difetti e risponda per loro davanti a Dio, lo staretz non può farlo davvero se i suoi figli spirituali non combattono con tutto il loro cuore per la propria salvezza. Un fratello venne un giorno a vedere sant’Antonio d’Egitto e gli chiese: “Prega per me”. L’anziano gli rispose: “Non ti prenderò in pietà, Dio neanche, se tu stesso non metti del tuo e non supplichi Dio”[10].
Quando si parla dell’amore di uno staretz per coloro di cui si prende cura, è essenziale dare il suo pieno significato alla dimensione paterna del “padre spirituale”. Se padre e figlio, in una famiglia comune, sono normalmente uniti in un amore reciproco, dovrebbe accadere lo stesso nella famiglia carismatica dello staretz. Ma la relazione è soprattutto nel Santo Spirito e, anche se non si tratta di eliminare freddamente la fonte dell’affezione umana, deve tuttavia essere trasfigurata e dunque purificata di ogni febbre emozionale. A questo proposito, nei loro apoftegmi, i Padri del deserto ci consegnano un racconto edificante. Un giovane monaco, Giovanni il Tebano, passò dodici anni servendo il suo vecchio padre spirituale, Abba Ammoe, quando era gravemente malato. Durante tutto questo tempo, l’anziano non lo ringraziò neanche una sola volta né gli disse una parola gentile. Ma quando fu sul punto di morire, disse agli altri anziani che lo circondavano: “Questo è un angelo, e non un uomo”[11]. Questa storia ci mostra bene la necessità del distacco spirituale; detto ciò, un rifiuto così radicale di ogni segno esterno d’affetto non è caratteristico degli Apoftegmi dei Padri del deserto, ed ancor meno dell’insegnamento di Barsanufio e Giovanni.
Il terzo dono del padre spirituale è il potere di trasformare l’ambiente umano, materiale ed immateriale. Il dono di guarigione, che possedettero tanti startzi, è un aspetto di questo potere. Più generalmente, lo staretz aiuta i suoi discepoli a percepire il mondo così come Dio lo ha creato e così come vorrebbe vederlo nuovamente: “Le opere di nostro Padre possono darci troppa gioia?, chiede Thomas Traherne. È lui stesso in tutto”. Il vero staretz è quello che discerne la presenza universale del Creatore nella creazione, ed aiuta gli altri a vederla. Come dice William Blake, “Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all’uomo così come è, infinita”. Lo staretz è colui le cui porte della percezione sono state purificate. Per l’uomo che abita in Dio, nulla è spregevole né banale: vede tutto alla luce del monte Tabor, trasfigurato dall’amore di Cristo. “Che cos’è un cuore misericordioso? domanda sant’Isacco il Siro (VII sec.). È un cuore che brucia per tutta la creazione, per gli uomini, gli uccelli, gli animali, i demoni, e per ogni creatura. Quando l’uomo misericordioso si ricorda di loro o li vede, i suoi occhi versano lacrime abbondanti. La sua misericordia è così forte e così ardente, la sua compassione così grande, che il suo cuore si umilia e non può sopportare di sentire o di vedere il minimo male o la più piccola sofferenza nella creazione. È per questo che offre continuamente una preghiera e delle lacrime anche per gli animali irrazionali, per i nemici della verità e per tutti coloro che gli fanno male, affinché Dio conceda loro la sua protezione e la sua misericordia. Nello stesso modo, prega anche per la famiglia dei serpenti, tanto è grande la compassione che brucia senza misura nel suo cuore per l’immagine di Dio”[12].
Un amore totale come quello di sant’Isacco o dello staretz Zosima di Dostoevskij trasforma il suo oggetto, rende l’ambiente umano trasparente alle energie increate di Dio che irradiano attraverso lui. Per afferrare bene ciò che questa trasfigurazione implica, si rilegga la famosa conversazione tra san Serafim di Sarov e Nicolas Motovilov, uno dei suoi figli spirituali[13].
Tali sono, con la grazia di Dio, i doni dello staretz. Ma che ne è del figlio spirituale? Come contribuisce a questa relazione reciproca tra padre e figlio in Dio?
In breve, ciò che offre, è la sua obbedienza totale ed incondizionata. Nei loro apoftegmi, i Padri del deserto raccontano la storia di un monaco a cui fu chiesto di piantare un bastone di legno secco nella sabbia e annaffiarlo ogni giorno. La fonte era così lontana dalla sua cella che doveva partire la sera per andare a cercare l’acqua e rientrava soltanto l’indomani mattina. Per tre anni, compie esattamente l’ordine del suo maestro. Alla fine di questo periodo, il bastone si mise improvvisamente a germogliare e fruttificare. L’anziano raccolse un frutto, lo portò in chiesa ed invitò i monaci a mangiarne, dicendo: “Venite, e gustate il frutto dell’obbedienza”.
Questa storia, come del resto quelle dello stesso filone dove un anziano chiede al suo discepolo di volare nella cella dei suoi fratelli o gettare il figlio in un forno, possono lasciare al lettore d’oggi un’impressione ambivalente. Sembrano infantilizzare il discepolo o ridurlo ad un livello sub-umano, privandolo di ogni potere di giudizio e di scelta morale. Siamo tentati di chiedere con indignazione: è questa la gloriosa libertà dei figli di Dio (Romani 8, 21)?
Tre elementi, qui, devono essere messi in rilievo. In primo luogo, l’obbedienza offerta dal figlio spirituale al suo maestro non è obbligata, ma acconsentita e volontaria. Spetta allo staretz prendere la nostra volontà nella sua ma lo può soltanto se, con nostro libero arbitrio, la rimettiamo tra le sue mani. Non rompe la nostra volontà, ma la accetta come un dono. Una sottomissione obbligata e non volontaria è ovviamente sprovvista di valore morale; lo staretz chiede a ciascuno di offrire a Dio il suo cuore, non i suoi atti esteriori.
Ma quest’offerta volontaria della nostra libertà non può ovviamente essere fatta una volta per tutte, con un solo ed unico gesto. Il dono deve essere costante, continuo durante tutta la nostra vita; la nostra crescita in Cristo sarà precisamente la misura del nostro dono di noi stessi. Il dono della nostra libertà deve essere rinnovato ogni giorno, ogni istante, sotto molte forme e sempre in evoluzione. Ciò significa che la relazione tra staretz e discepolo non è statica ma dinamica, non immutabile ma infinitamente varia. Ogni giorno e ad ogni ora, guidato dal suo padrone, il discepolo affronta nuove situazioni che richiedono ogni volta una risposta diversa, una nuova forma di dono di sé.
In secondo luogo, la relazione tra staretz e figlio spirituale non è unilaterale, ma reciproca. Come lo staretz permette ai suoi discepoli di vedersi così come sono realmente, i discepoli rivelano lo staretz a sé stesso. Generalmente, un uomo prende coscienza della sua vocazione di staretz soltanto quando gli altri vengono a lui e desiderano assolutamente mettersi sotto la sua guida. Questa reciprocità continuerà durante tutto il loro rapporto. Il padre spirituale non ha programmi completi, elaborati in anticipo nei minimi dettagli ed imposti a tutti nello stesso modo. Al contrario, se è un vero staretz, avrà una parola diversa per ciascuno; e nella misura in cui la parola che dà è, a livello più profondo, non la sua ma quella del Santo Spirito, non sa in anticipo ciò che sarà. Lo staretz agisce sulla base non di norme astratte, ma di situazioni umane concrete. Lui e il suo discepolo affrontano insieme ogni situazione, senza conoscere in anticipo l’esito, ma aspettando l’illuminazione dello Spirito. Il padre spirituale quanto il discepolo devono apprendere camminando.
Questo rapporto di reciprocità appare chiaramente in alcuni apoftegmi dei Padri del deserto, dove un anziano ha un figlio spirituale ben migliore di lui. Il discepolo, ad esempio, sorprende il suo maestro in piena fornicazione, ma finge di non avere visto nulla e resta sotto la sua custodia; così, grazie alla paziente umiltà del suo discepolo, il padre spirituale è finalmente portato al pentimento e ad una nuova vita. In un caso simile, non è il padre spirituale che aiuta il discepolo, ma l’inverso. Situazioni simili sono, ovviamente, di gran lunga distanti dalla norma, ma mostrano che il discepolo è a volte chiamato a dare e a ricevere.
In realtà, il rapporto non è bilaterale ma triangolare. Oltre allo staretz e al suo discepolo, c’è, infatti, un terzo partner: Dio. Il nostro Signore ci ingiunge di non chiamare nessuno “padre”, poiché abbiamo un solo Padre, che è nei cieli (Matteo 23, 9). Lo staretz non è un giudice infallibile o una corte d’appello, ma un servo del Dio vivente; non un dittatore, ma una guida ed un compagno sulla via. L’unico vero “direttore spirituale”, in tutti i sensi del termine, è il Santo Spirito.
Ciò ci porta al terzo punto. Nella migliore tradizione della Chiesa Ortodossa d’Oriente, lo staretz ha sempre cercato di evitare ogni costrizione e violenza spirituale nel suo rapporto con i suoi discepoli. Se, guidato dallo Spirito, parla ed agisce con autorità, quest’autorità è quella dell’amore umile. Ne I fratelli Karamazov, lo staretz Zosima esprime un aspetto essenziale della paternità spirituale: “Dinanzi ad alcune idee, ci si ferma a volte perplessi, soprattutto alla vista del peccato dell’uomo e ci si chiede: ‘Occorre prenderlo con la forza oppure con un amore umile?’. Decide sempre: ‘Lo prenderò con un amore umile’. Se decidi così una volta per tutte, potrai conquistare il mondo intero. L’umiltà nell’amore è una forza straordinaria, la più grande di tutte e nulla la eguaglia”[14].
Preoccupato di evitare ogni costrizione meccanica, numerosi padri spirituali nell’Oriente cristiano rifiutano di dare ai loro discepoli una regola di vita, una serie di ordini esterni applicabili automaticamente. Come dice un monaco romeno contemporaneo, lo staretz “non è un legislatore, ma un mistagogo”[15]. Guida gli altri, senza imporre delle regole, ma condividendo la sua vita con loro. “Un fratello chiese ad Abba Poemen: ‘Dei fratelli abitano con me; vuoi che gli comandi?’ L’anziano rispose: ‘No! Ma all’inizio agisci, e se vogliono vivere, sta a loro di vedere!’. Il fratello gli dice: ‘Loro stessi, padre, vogliono che gli comandi. L’anziano gli dice: ‘Per niente! Sii per loro un modello e non un legislatore”[16]. Quando si chiese a Barsanufio una regola di vita dettagliata, rifiutò, dicendo: “Non voglio che tu sia sotto la legge, ma sotto la grazia. Sai che non abbiamo mai imposto legami a qualcuno, neanche a noi stessi. Non forzare la volontà ma semina nella speranza. Ed, infatti, il nostro Signore non ha mai forzato nessuno, ma annunciava l’Evangelo, ed ascoltava chi voleva”[17].
Non forza la volontà. Il compito del padre spirituale non è di distruggere la libertà di un uomo, ma di aiutarlo a vedere la verità da e per lui stesso; non è di eliminare la sua personalità, ma permettergli di scoprire se stesso, di crescere fino alla sua piena maturità e diventare ciò che è realmente. Se eventualmente il padre spirituale chiede al suo discepolo un’obbedienza incondizionata ed apparentemente cieca, non è mai fine a sé e ciò non ha mai lo scopo di ridurlo in schiavitù. Lo scopo di questa specie di “trattamento shock” è semplicemente di liberare il discepolo dal suo “ego” menzognero ed illusorio, di modo che possa accedere alla vera libertà. Il padre spirituale non impone le sue idee personali e le sue devozioni, aiuta il discepolo a trovare la sua vocazione propria. Come diceva un benedettino del XVII secolo, dom Augustin Baker: “La guida non deve insegnare la sua via, né alcun determinato cammino di preghiera, ma aiuta i suoi discepoli a trovare da loro la propria rotta. In altre parole, è soltanto l’usciere di Dio; deve condurre le anime nel cammino di Dio, non nel suo”.
Infine, ciò che il padre spirituale dà al suo discepolo non è né un codice di regole scritte o orali, né una serie di tecniche di meditazione, ma una relazione personale. All’interno di questa relazione, il maestro cresce e cambia quanto il discepolo, poiché Dio li guida costantemente tutti e due. Può occasionalmente fornire al suo discepolo delle istruzioni orali dettagliate, con risposte precise ad alcune domande specifiche. In altre occasioni, può non dare alcuna risposta, o perché ritiene che la questione non necessiti una risposta, o perché egli stesso non sa ancora quale debba essere la risposta. Ma queste risposte – o queste assenze di risposta – sono sempre date nel quadro di un rapporto personale. Molte cose non possono essere espresse con le parole, ma possono essere trasmesse attraverso un incontro personale diretto.
E cosa occorre fare se non si trova un padre spirituale? Si può, inizialmente, volgersi verso i testi. Nel XV secolo in Russia, san Nil Sorski deplorava l’estrema scarsità di guide spirituali qualificate; eppure, quanto più numerose d’oggi dovevano essere a quel tempo! Cercate con cura, ci propone, una guida esperta e degna di fiducia. “Tuttavia, se non si trova questo maestro, i santi Padri dicono di istruirci nelle divine Scritture, secondo la parola del Signore stesso”[18]. Poiché la testimonianza delle Scritture non deve essere isolata da quella dello Spirito nella vita della Chiesa, il “cercatore” leggerà anche gli scritti dei Padri e, soprattutto, la Filocalia[19]. Ma c’è un pericolo evidente. Se lo staretz adatta i suoi consigli allo stato interiore di ciascuno, i libri offrono lo stesso precetto a tutti. Come potrà un principiante distinguere se un testo si applica o no alla sua situazione? Anche se non può avere un padre spirituale nel senso proprio del termine, dovrebbe almeno trovare qualcuno più esperto di sé stesso, capace di guidarlo nelle sue letture.
Si può anche apprendere frequentando dei luoghi dove la grazia divina si è finora manifestata in modo eccezionale e dove la preghiera è estremamente concentrata. Prima di prendere una decisione capitale, ed in mancanza di vera guida, molti cristiani ortodossi si recano in pellegrinaggio a Gerusalemme o al Monte Athos, in qualche monastero o sulla tomba di un santo dove pregano per ricevere la luce. È stato così che io stesso ho preso le decisioni più difficili della mia vita.
In terzo luogo, possiamo imparare dalle comunità religiose che hanno una forte tradizione di vita spirituale. In mancanza di un maestro personale, l’ambiente monastico può servirci da “guida spirituale”; possiamo ricevere una formazione attraverso i vari tempi del programma quotidiano, con i suoi momenti di preghiera liturgica e silenziosa, l’equilibrio tra il lavoro manuale, lo studio e la ricreazione. Sembra che sia stato così, soprattutto, che san Serafim di Sarov acquisì la sua formazione spirituale. Un monastero ben organizzato incarna, sotto una forma accessibile e viva, la saggezza ereditata di numerosi startzi. Non soltanto i monaci, ma anche gli ospiti che restano più o meno a lungo, possono essere formati e guidati dall’esperienza della vita comunitaria.
Infine, prima di chiudere questo capitolo sull’assenza dello staretz, occorre anche sottolineare l’estrema flessibilità che deve esistere nella relazione tra maestro e discepolo. Alcuni possono vedere il loro padre spirituale ogni giorno ed anche ad ogni ora, pregare, mangiare e lavorare con lui, forse anche dividere la stessa cella, come accadeva spesso nel deserto d’Egitto. Altri possono vederlo soltanto una volta al mese, o una volta all’anno; altri, ancora, possono visitare uno staretz una sola volta nella loro vita e ciò basterà a metterli sul buon cammino. Esistono, inoltre, molti tipi diversi di padri spirituali; pochi di loro sono taumaturghi come san Serafim di Sarov. Ma molti sacerdoti e laici, senza avere i doni più spettacolari degli startzi, possono certamente offrire agli altri i consigli che cercano. Infine, parallelamente alla paternità o alla maternità spirituale, ci sono sempre possibilità di fraternità spirituale.
Se molta gente pensa che non può trovare un padre spirituale, è perché lo vogliono di un certo tipo: cercando un san Serafim, chiudono gli occhi sulle guide che Dio invia loro in realtà. Spesso, i loro problemi pretenziosi non sono così complicati ed, infatti, conoscono già la risposta in fondo al loro cuore. Ma questa risposta non gli piace, perché implica uno sforzo paziente e sostenuto da parte loro; allora, cercano un tipo di deus ex machina che, con una sola parola miracolosa, renderà improvvisamente ogni cosa facile. Ciò di cui questa gente ha bisogno è, anzitutto, di essere aiutata a comprendere la vera natura della paternità spirituale.
Tratto dal libro del vescovo Kallistos Ware, Le royaume intérieur, Le Sel de la Terre, 1993.
Traduzione a cura di © Tradizione Cristiana
[1] Apophtegmes des Pères du désert, collection alphabétique, PG 65.
[2] Abba, dis-moi une parole, apophtegme 134, Abbaye de Solesmes, 1984, p. 20.
[3] Écrits spirituels, Abbaye de Bellefontaine (Spiritualité orientale No 29), 1979.
[4] Irina Goraïnoff, Séraphim de Sarov, Desclée de Brouwer, 1979, pp. 47 e 196.
[5] Abba, dis-moi une parole, apophtegme. 173, p. 79.
[6] Ibid., apophtegme 361, p. 150.
[7] Séraphim de Sarov, p. 118.
[8] Jean-Claude Guy, Paroles des anciens, Seuil (Points-Sagesses) 1976, p. 122.
[9] Barsanuphe et Jean de Gaza, Correspondance, Lettres 187, 113, 39, 353 et 239, Abbaye de Solesmes, 1972, pp. 152, 102, 38, 253 e 189-190.
[10] Paroles des anciens, p. 18.
[11] Ibid., p. 83.
[12] Oeuvres spirituelles, 81e discours, Desclée de Brouwer, 1981, p. 395 (testo modificato sulla base della traduzione inglese effettuata direttamente a partire dal siriaco dal Monastero della Santa Trasfigurazione, Boston, Massachusetts, 1984, pp. 344-45).
[13] Séraphim de Sarov, pp. 155-185.
[14] Le Livre de Poche, T.1, p. 406.
[15] André Scima, “La tradition du Père spirituel dans l’Église d’Orient”, in Hermis, Le Maître Spirituel selon les traditions d’Occident et d’Orient, No 4, 1983, pp. 173-189.
[16] Abba, dis-moi une parole, apophtegme 199, Abbaye de Solesmes, 1984, pp. 84-85.
[17] Barsanuphe et Jean de Gaza, Correspondance, “Lettres” 23, 51 et 35, Abbaye de Solesmes, 1971, pp. 29,47 e 36.
[18] Saint Nil Sorski, Abbaye de Bellefontaine (Spiritualité orientale No 32), 1980, p. 40.
[19] La Filocalia in traduzione francese: Jacques Touraille, trad., La Philocalie des Pères neptiques, Desclée de Brouwer et J.-C. Lattès, 1995.