S. Massimo Confessore
LA MISTAGOGIA
In cui si spiega di che cosa siano simbolo le cerimonie celebrate secondo la santa Chiesa, durante la sinassi
proemio
In qual modo il saggio, colta l’occasione, divenga più saggio; e il giusto, avendo conosciuto, sarà sollecito d’imparare, secondo il divino proverbio, tu stesso, o fra tutti da me veneratissimo, chiaramente mostrasti con la stessa esperienza, avendo insegnato in fatto ciò che la divina scrittura saviamente adombra. Una volta infatti, avendo ascoltato me che spiegavo, in fretta e succintamente, come potevo, le belle e mistiche considerazioni di un altro grande vecchio, veramente dotto nelle cose divine, in riguardo alla santa Chiesa e alla santa sinassi, che in lei si compie, e come meglio potevo con l’intento di insegnare, ti affrettasti a chiedermi che io componessi una esposizione scritta di tali cose, volendo tenere il mio scritto come rimedio dell’oblio e soccorso della memoria, dicendo che naturalmente il tempo la vince, e insensibilmente, con l’oblio, può rovinare e distruggere le forme e le immagini delle belle cose ivi contenute; e perciò in ogni modo ha bisogno di qualche cosa che la rinnovi, per cui la potenza sempre valida della parola possa conservare il ricordo inviolabile ed integro. E quanto il ricercare una incancellabile memoria delle cose udite sia più saggia cosa del semplice udire, non ignora per certo chiunque si cura anche poco della nobiltà della ragione, ed alla consuetudine con questa non sia del tutto estraneo.
Ed in principio veramente, io esitavo — perché non dirlo? — ad imprendere tale argomento: non perché non volessi in qualche modo compiere, o diletti, secondo le mie forze, il desiderio del vostro cuore, ma per il fatto che io non son partecipe della grazia che conduce a ciò coloro che ne sono degni, e sono inesperto della facoltà e dell’uso dello scrivere, avendo vissuto sempre in disparte, e per nulla iniziato nei precetti del comporre, che per mezzo della sola espressione trovano favore — dei quali massimamente la gente si compiace, limitando il piacere all’udito, pur se spesso non contengano nulla di degno e di profondo —; e infine, ciò che è la cosa più importante e più vera, temendo, con la indegnità delle mie parole, di arrecare offesa alla sublime concezione di quel beato uomo intorno alle cose divine. Tuttavia poi, cedendo alla forza dell’amore, che è la più grande di tutte, accettai volentieri l’ordine, scegliendo piuttosto, con l’obbedirvi, di esser deriso dai malcontenti per la presunzione e per l’ignoranza, che non, indugiando, di sembrare restio a porre al vostro servizio le mie forze per ogni cosa buona. Ed affidai la cura dello scrivere a Dio, che solo opera miracoli, e insegna la scienza agli uomini, e schiarisce la lingua ai balbuzienti, e vede la via d’uscita anche nelle incertezze, e solleva dalla terra il mendico e innalza il povero dallo sterco, ovvero dai pensieri carnali e dal fetido fango delle passioni, tanto il povero di spirito, come chi è povero di malizia ed è privo delle facoltà da essa derivanti, o al contrario, chi è ancora impigliato nella legge e nelle passioni della carne, e pertanto è privo e povero della grazia secondo virtù e conoscenza.
Ma poiché anche i simboli nella sacra celebrazione della santa sinassi sono stati considerati, in maniera degna del suo alto intelletto, da quel santissimo e veramente divino interprete, Dionigi l’Areopagita, nell’opera sulla gerarchia ecclesiastica, è da sapersi che non delle medesime cose questo nostro libro tratterà, né procederà per gli stessi argomenti di quello: che veramente sarebbe cosa ardita e presuntuosa e vicina alla stoltezza, per chi non possa né seguirlo né comprenderlo, accingersi a tratture delle medesime cose, ed assumere per proprii quei misteri che a lui solo per grazia divina furono rivelati dallo Spirito. Ma quelle cose che da lui benignamente per volontà divina furono tralasciate in modo da poter essere riprese ancora da altri, per la spiegazione e per l’esercizio dell’abitudine di quelle cose secondo il desiderio per le cose divine, e per mezzo delle quali il chiarissimo raggio delle cerimonie compiute, quando sia compreso, diventa loro convenientemente intellegibile, ed a se stesso conduce coloro che son presi dal desiderio; — affinché i posteri, per tutto il tempo della presente vita, non rimangano del tutto oziosi, non avendo la ragione che ci è data in mercede della coltura della vigna divina, cioè in cambio dello spirituale lavoro della vigna spirituale, che dapprima ci era stato rapito con inganno dal maligno per la trasgressione del comandamento, e che ora ci restituisce la spirituale mercede della divina e regale immagine.
Io dichiaro dunque che non esporrò in ordine tutto ciò che quel beato vecchio misticamente considerò, e neppure le stesse cose da lui dette, come furono da lui meditate ed esposte. Quegli infatti, oltre all’esser filosofo e maestro d’ogni sapienza, per la copia della virtù e della lunga e sapiente e faticosa consuetudine con le cose divine fattosi libero dai legami della carne e dalle sue illusioni, aveva l’intelletto giustamente illuminato dai raggi divini, e che perciò poteva subito vedere le cose invisibili al volgo; e le parole, che esattissimamente interpretavano le cose meditate; e che, a guisa d’uno specchio non offuscato da alcuna macchia di passioni, avevano forza di comprendere e di esporre chiaramente ciò che gli altri non potevano neppur percepire, così che gli uditori potevano vedere tutto il senso compreso nelle parole, e tutte le cose considerate apparir chiaramente all’intelligenza, e, trasmesse loro per mezzo della parola, comprenderle. Ma quelle cose che ricordo, secondo che posso oscuramente comprendere ed ancora più oscuramente dire; ma almeno con pio animo, e con la grazia di Dio, il quale illumina le cose tenebrose. Ed io penso che voi, che sapete giustamente giudicare, non crediate che io possa dire o comprendere altrimenti che come posso comprendere e dire, e come concede la grazia celeste, cioè in maniera conveniente alla facoltà raziocinante datami dalla Provvidenza, anche se altissimo è il donatore e maestro. Poiché il ricercare effetti eguali, da parte di chi non sia eguale né per virtù né per conoscenza, mi sembra non esser cosa dissimile dal tentare di mostrare che la luna splende allo stesso modo che il sole, e dallo sforzarsi di far coincidere in tutto quelle cose, che non sono assolutamente le stesse; ciò che è inconcepibile ed impossibile.
Iddio (dunque ci) guidi nelle cose da dire e da comprendere, egli che è la sola intelligenza degli esseri intellettivi e delle cose intelligibili, sola ragione di coloro che dicono e delle cose dette, unica vita dei viventi e di coloro che ricevono la vita, e per tutti egli è e diventa ogni cosa, per mezzo delle stesse cose che sono e che divengono; per se stesso infatti in alcun modo mai non è né diventa nulla, di ciò che è qualche cosa fra le cose che sono e divengono, come non è congiunto per nulla ad alcuna delle cose che sono naturalmente; e per questo, poiché è perfetto, ammette piuttosto il non essere, come più convenientemente detto di sé. Bisogna infatti, se veramente è necessario per noi conoscere la differenza fra Dio e le cose create, che l’affermazione dell’essere perfetto sia l’esclusione delle cose che sono, e l’affermazione delle cose che sono sia l’esclusione dell’essere perfetto, e che intorno allo stesso entrambi gli appellativi propriamente e nessuno dei due propriamente si possano considerare, dico l’essere e il non essere. Entrambi propriamente, in quanto che l’una afferma che Dio è causa dell’esistenza delle cose, e l’altra secondo l’eccellenza esclude ogni causa dell’essere delle cose che sono; e nessuna delle due alla loro volta propriamente, in quanto che nessuna nega la posizione secondo l’essenza e la natura di ciò che cerca di essere qualche cosa. Ciò infatti, cui nulla per niente è congiunto naturalmente secondo la causa; o è o non è: e nessuna delle cose, che sono e che sono dette, né alcuna delle cose, che non sono e non sono dette, è a questo naturalmente vicina. Ha infatti una sostanza semplice e ignota e inaccessibile a tutti e affatto inesplicabile, di là da ogni affermazione e negazione. E di ciò questo basti ; veniamo all’argomento propostoci dell’opera.
capo I
Come e in qual modo la Santa Chiesa sia l’immagine e la figura di Dio
Diceva dunque quel beato vegliardo che la santa Chiesa, considerata a primo aspetto, mostra la figura e l’immagine di Dio, come quella che, per l’imitazione e per la forma, ha la stessa forza di lui. A quel modo infatti che Dio, avendo, con la sua potenza infinita, creato e portato all’essere ogni cosa, le contiene ed accoglie e circoscrive, e tanto le cose intelligibili quanto le cose sensibili, sia a se stesso che fra di loro, provvidenzialmente costringe; ed a se stesso, come causa e principio e fine di tutte le cose, anche quelle che sono per natura fra di loro distinte, soggiogando, con la sola potenza dei rapporti, che le conducono verso di lui come al loro principio, fa che siano fra di loro concordi; per mezzo della quale tutte le cose son condotte alla medesima condizione di moto e di essenza incorrotta ed inconfusa, così che alcuna delle cose che sono, in quanto al principio, o per diversità di natura o di moto, si muove o si separa da alcun’altra, ma tutte le cose, per l’indissolubile condizione dell’unico principio e causa che vigila, sono con tutte distintamente combinate; la quale annulla per tutte e nasconde tutte le particolari condizioni considerate secondo la natura di ciascuna delle cose che sono, non col corromperle, distruggerle e col fare che non siano, ma col vincerle e con l’esser superiore, a quel modo che la totalità (fa) delle parti, o anche perché appare la causa della stessa totalità, per opera della quale la totalità stessa e le parti di essa è possibile che appaiano ed esistano, in quanto contengono l’intera causa di se stesse che risplende; la quale, come il sole per natura e per potenza risplende su tutti gli altri, così di quelle nasconde la sostanza, in quanto è causa delle cose causate. Avviene infatti che, come le parti dall’intero, così anche dalla causa le cose causate e propriamente esistano e si conoscano, e tengano oziosa la loro proprietà, quando, avendo accolto l’impulso verso la causa, siano interamente qualificate, come si è detto, per la sola potenza dell’abito verso di essa. Essendo egli infatti tutto in tutte le cose, il Dio che è incommensurabilmente al di sopra di tutte le cose, solissimo sarà veduto dai puri di animo, quando la mente, che nella contemplazione raccoglie le ragioni di tutte le cose, si annullerà nello stesso Dio, come nella causa e principio e fine della creazione e della nascita di tutte le cose, fondamento continuo della comprensione di tutte le cose.
A questo stesso modo anche la santa Chiesa di Dio apparirà come l’immagine che produce riguardo a noi le stesse cose che Iddio, che è l’archetipo. Essendo invero molti, e per numero quasi infiniti, uomini e donne e fanciulli, per nascita e per forma, per genti e per la lingua, per genere di vita e per età e per senno, per arti e per modi, per costumi e per propensioni, per scienza e per dignità, per fortuna e per aspetto e per abitudini, fra di loro diversi e molto differenti coloro che in essa sono e per essa rinascono e sono ricreati nello spirito, a tutti egualmente concede e fa grazia di una sola forma e di un sol nome, cioè di essere e di prender nome da Cristo; e, riguardo alla fede, una sola semplice ed intera ed indivisibile condizione, la quale fa in modo che le molte ed indicibili differenze fra ciascuno non si possa nemmeno conoscere che esistano, per l’universale raccogliersi e conciliarsi di tutte le cose in essa; per cui nessuno per se stesso è affatto separato dalla comune, ma sono tutti reciprocamente connaturati e congiunti, secondo l’unica semplice ed indivisibile grazia e potenza della fede. Uno solo infatti, dice, era il cuore, una l’anima di tutti: in modo da essere e da sembrare un corpo solo da diverse membra, e veramente degno di Cristo stesso nostro vero capo: in cui, dice il divino Apostolo, non è né maschio né femmina, né Giudeo né Greco, né circoncisione né prepuzio, né barbaro né Scita, né servo né libero, ma egli stesso è tutto in ogni cosa egli che per l’unica semplice forza infinitamente saggia della bontà tutte le cose in se stesso conchiude, come il centro le rette che da lui partono, secondo un’unica semplice singolare causa e potenza, non lasciando che i principii delle cose si disgiungano insieme con i termini, ma circoscrivendo in cerchio le loro deviazioni, ed a se stesso riconducendo le distinzioni delle cose che sono e che nacquero da lui; poiché le opere e le creazioni dell’unico Iddio non siano del tutto estranee e nemiche fra di loro, non avendo intorno a che cosa e dove dimostrare la loro pacifica amicizia ed identità, e non corrano pericolo che lo stesso essere, ove sia separato da Dio, cada nel non essere.
Bene dunque si è detto che la santa Chiesa è l’immagine di Dio, come quella che produce la stessa unità dei fedeli in Dio, anche se siano diversi per proprietà, e di varii luoghi e costumi, quelli che per mezzo della fede si trovino ad essere unificati in essa; unione che lo stesso Iddio naturalmente produce riguardo alle essenze delle cose, con l’impulso e con l’unione in se stesso, come nella causa e principio e fine, mitigando e identificando, come si è mostrato, le loro differenze.
capo II
Perché, come ed in qual modo la santa Chiesa di Dio sia l’immagine del mondo, il quale consiste di sostanze visibili ed invisibili
In quanto al secondo modo di considerarla, soleva dire la santa Chiesa di Dio essere la forma e l’immagine dell’intero mondo, costituito di essenze visibili ed invisibili, poiché, come Dio, contiene unione e diversità. A quel modo infatti che, essendo, riguardo alla costruzione, una sola cosa, ammette poi, per una certa qualità, la diversità nella posizione della forma, e si distingue in quel luogo, che chiamiamo sacrario, riservato ai soli sacerdoti e ministri, e in quello, che chiamiamo tempio, libero per l’accesso a tutto il popolo; ma pur nella realtà è una sola e non condivisa nelle sue parti, a causa della diversità delle stesse parti fra di loro, ma, con l’impulso verso ciò che in se stessa è uno, liberando le stesse parti dalla diversità del nome, e mostrando che sono entrambi identiche fra di loro, e rivelando che, ciò che ognuna di esse è per se stessa, esiste l’una nell’altra per via di coesione; cioè che il sacrario è tempio in potenza, consacrato per l’impulso della iniziazione verso il termine, è a sua volta il tempio è sacrario, avendo in atto il principio della propria iniziazione, essa stessa rimane una in due; così anche l’intero mondo degli esseri, che per la creazione è nato da Dio, distinto in mondo intellegibile, (che è) composto di essenze intellettuali ed incorporee, ed in questo (nostro) sensibile e corporeo, magnificamente intessuto di molte forme e creature, che è quasi come un’altra chiesa, non fatta da mano alcuna, sapientemente è rivelata per mezzo di questa manufatta; ed ha come sacrario il mondo di su, attribuito alle potenze superne, e come tempio il mondo di giù, assegnato a coloro cui tocca di vivere sensibilmente. Ed a sua volta il mondo è uno, non condiviso nelle sue parti: ma anzi, circoscrivendo la naturale diversità qualitativa delle stesse parti con l’impulso verso ciò che in esso è uno ed indivisibile, mostra che sono la stessa cosa con lui e scambievolmente in maniera distinta fra di loro, e che l’uno nell’altro entra e il tutto nel tutto, e che entrambi riempiono le stesso tutto come le parti l’unità, in modo uniforme ed intero. Infatti tutto il mondo intellegibile appare fatto ad immagine del sensibile, con i simbolici aspetti che hanno facoltà di vedere; e tutto il sensibile, sotto forma di concetti, per via di conoscenza secondo l’intelletto esiste in tutto l’intellegibile. In quello infatti questo esiste per via di concetti, e quello in questo per via di forme: ma uno è l’ufficio di essi, come se fosse una ruota in una ruota, dice Ezechiele, il mirabile contemplatore delle grandi cose, parlando, credo, dei due mondi. E ancora: infatti le cose invisibili di esso dalla creazione del mondo sono vedute intellegibili per mezzo delle cose create, dice il divino Apostolo. E se, come è scritto, le cose invisibili sono vedute per mezzo delle visibili, a maggior ragione le cose visibili saranno comprese per mezzo delle invisibili, da coloro che si elevano alla contemplazione spirituale. Infatti la contemplazione simbolica delle cose intellegibili per mezzo delle visibili è spirituale scienza e concezione delle cose visibili per mezzo delle invisibili. Bisogna infatti che le cose atte a significarsi a vicenda abbiano reciproche significazioni del tutto vere e perspicue, e fra loro relazione intatta.
capo III
Come la santa Chiesa di Dio sia anche l’immagine del solo mondo sensibile
E ancora soleva dire che la santa Chiesa di Dio è il simbolo per se stessa del solo mondo sensibile, come quella che comprende il cielo, divino sacrario, e la terra, ornamento aggiunto del tempio. Allo stesso modo è una chiesa anche il mondo, che ha il cielo, simile al sacrario, e l’ornamento della terra, simile al tempio.
capo IV
Come ed in qual modo la santa Chiesa di Dio raffiguri simbolicamente l’uomo, ed essa stessa sia da questo raffigurata come un uomo
E inoltre, secondo un altro modo di considerarla, diceva che la santa Chiesa di Dio è (come) l’uomo: la quale ha per anima il sacrario, per intelligenza il divino altare, e per corpo il tempio; in quanto che è immagine e somiglianza dell’uomo, che è fatto ad immagine e somiglianza di Dio. E per mezzo del tempio, come del corpo, propone la filosofia morale; per mezzo del sacrario, come dell’anima, spiritualmente espone la contemplazione naturale; e come per mezzo dell’intelletto del divino altare muove verso la teologia mistica. E, a sua volta, come una mistica chiesa è l’uomo, il quale come per mezzo del tempio del corpo fa virtuosamente brillare il principio attivo dell’anima con la forza dei comandamenti secondo la filosofia morale; come per mezzo del sacrario dell’anima conduce a Dio, secondo la contemplazione naturale per mezzo della ragione, i concetti sensibili, puramente in ispirito separati dalla materia; e come per mezzo dell’altare dell’intelletto richiama, con un altro loquace e sonoro, silenzio, il silenzio, celebratissimo nei templi, della invisibile ed inconoscibile voce della divinità. E per quanto all’uomo è concesso, ha consuetudine con essa secondo la teologia mistica e diventa tale, quale deve essere colui che è degnato della presenza di Dio ed è insignito dei suoi fulgidissimi splendori.
capo V
Come ed in qual modo ancora la santa Chiesa di Dio sia l’immagine e la forma dell’anima, considerata in se stessa
Ed insegnava che la santa Chiesa può essere non soltanto l’immagine dell’intero uomo, dico di quello che consiste dell’unione di corpo ed anima, ma anche della stessa anima considerata per se stessa per mezzo della ragione. Poiché infatti diceva che l’anima generalmente consiste in una intellettiva e vitale potenza: l’intellettiva si muove spontaneamente secondo volontà, la vitale invece involontariamente secondo natura, come è, rimane ferma. Ed ancora, all’intellettiva appartiene il principio contemplativo e l’attivo: e diceva che il contemplativo si chiama intelletto, l’attivo ragione; e l’intelletto muove la facoltà intellettiva, la ragione rende previdente la facoltà animale. E quello è ed è chiamato sapienza, dico l’intelletto, quando mantenga del tutto immobili i proprii movimenti verso Dio; e la ragione allo stesso modo è ed è chiamata saggezza, quando con la forza saggiamente congiungendo alla mente la facoltà animale da lui governata con previdenza, mostra che non è differente, ma che, come lui, porta la stessa e medesima immagine di Dio, per mezzo della virtù. La quale anche, diceva, si divide naturalmente in intelletto e ragione: cosicché mostra piuttosto che l’anima è e consta in principio di intelletto e di ragione, in quanto è intellettiva e razionale, considerata cioè in rapporto egualmente ad entrambi, dico intelletto e ragione, la facoltà animale — poiché non è lecito pensare nessuna delle due essere priva di vita — e divisa da entrambi. Per mezzo della quale l’intelletto, che dicemmo chiamarsi anche sapienza, dall’abito contemplativo spinto secondo l’ineffabile scienza e silenzio, è condotto verso la verità per mezzo della conoscenza che non ha oblio né fine; e la ragione, che chiamammo saggezza, con l’abito attivo corporalmente secondo la virtù finisce nel bene per mezzo della fede: delle quali cose entrambe consiste la vera scienza dei fatti umani e divini, la scienza veramente infallibile, termine di tutta la divina filosofia dei Cristiani.
E intorno a queste cose ancora più chiaramente diceva che dell’anima una parte, come si è detto, è contemplativa, l’altra attiva: e la contemplativa chiamava intelletto, l’attiva ragione, cioè come prime facoltà dell’anima; e ancora chiamava l’intelletto sapienza e la ragione saggezza, come prime energie. E in particolare diceva poi che all’anima, riguardo al principio intellettivo, appartengono l’intelletto, la sapienza, la contemplazione, la conoscenza, la inobliabile conoscenza: e fine di queste è la verità; riguardo al principio razionale, la ragione, la saggezza, l’azione, la virtù, la fede: e fine di queste è il bene. E diceva che la verità ed il bene manifestano Iddio: ma la verità quando il divino sembri esser significato secondo l’essenza, poiché la verità è una cosa semplice, una, unica, identica, indivisibile, immutabile, impassibile, indefettibile e del tutto indiscontinua; il bene, quando secondo l’attività. Poiché il bene è attivo, e previggente delle cose che da lui nascono e conservativo; dal «molto essere», o «esser fisso», o «correre», secondo l’opinione degli etimologi, essendo causa, per tutte le cose che sono, dell’essere e del rimanere e del muoversi.
E le cinque coppie considerate nell’anima diceva esser comprese in quell’unica coppia che è rivelatrice di Dio. E le coppie sono: intelletto e ragione, sapienza e saggezza, contemplazione ed azione, conoscenza e virtù, inobliabile conoscenza e fede; la coppia rivelatrice di Dio è: verità e bene. Mossa dalle quali in progresso, l’anima si unisce al Dio dell’universo, imitando dall’essenza e dalla potenza di lui ciò che è immutabile e benefico, per mezzo del fermo ed immutabile abito che è nel bello, secondo il desiderio. E, per aggiungere una piccola ma utile osservazione di queste cose, è questa forse la divina decade delle corde del salterio intellegibile secondo l’anima, la quale comprende la ragione che risuona d’accordo con lo spirito, per mezzo dell’altra beata decade dei comandamenti, e produce i perfetti e concordi e armoniosi suoni, per mezzo dei quali è lodato Iddio: affinché io comprenda qual è la ragione della decade che canta e di quella che è cantata, ed in qual modo la decade, misticamente unita e congiunta con la decade, ricongiunge a se stesso Gesù mio Dio e Salvatore, completo per me che mi salvo, il sempre pienissimo, che non può mai uscir di se stesso, e me uomo mirabilmente restituisce a se stesso, o piuttosto a Dio, dal quale ho ricevuto l’essere, e verso il quale mi affretto, desiderando da lungo tempo di conseguire la beatitudine. La qual cosa chi possa conoscere, dall’aver provato ciò che dicemmo, lo saprà chiaramente, avendo compreso manifestamente per esperienza la propria dignità: in qual modo sia reso all’immagine ciò che è secondo l’immagine; come si onori l’archetipo; quale sia la potenza del mistero della nostra salute, e per chi Cristo sia morto; e come ancora noi possiamo rimanere in lui ed egli in noi, secondo (egli) disse; e come è retta la parola del Signore e tulle le opere di lui nella fede. Ma riconduciamo il pensiero alla serie del discorso, e di queste cose basti aver detto ciò.
Diceva che l’intelletto, mosso per mezzo della sapienza, giunge alla contemplazione, e dalla contemplazione alla conoscenza, e dalla conoscenza alla inobliabile scienza, e dalla inobliabile scienza alla verità: nella quale l’intelletto trova un termine al movimento, essendo in lui circoscritte l’essenza e la potenza, l’abito e l’attività.
E invero diceva che la sapienza è una potenza dell’intelletto, e che l’intelletto stesso è sapienza in potenza; e la contemplazione abito, e la scienza energia. E l’inobliabile scienza (è una potenza) della sapienza, della contemplazione e della scienza, cioè della potenza, dell’abito e dell’attività: nella quale è il conoscibile, di là da ogni scienza infinita, ed abituale movimento perpetuo, e di essa è termine la verità, in quanto sicuramente conoscibile. Ciò che è degno di meraviglia: in qual modo ciò che è inobliabile possa finire quando sia circoscritto, ovvero trovi il suo termine nella verità come in Dio. La verità infatti è Dio, intorno a cui la mente continuamente e senza oblio muovendosi, non può mai cessare dal moto, non trovando termine colà dove non è differenza. Infatti la mirabile grandezza della divina infinità è senza quantità, indivisibile e del tutto priva di dimensione, e non ha alcuna comprensione che la tocchi, riguardo al conoscere che cosa mai è in essenza. E ciò che non ha dimensione o comprensione per alcuna cosa, non può essere percepito da alcuno.
E allo stesso modo diceva che la ragione muovendosi per mezzo della saggezza giunge all’azione: e dall’azione alla virtù; dalla virtù alla fede, la veramente salda e infallibile certezza delle cose divine. E la ragione, avendo questa dapprima in potenza secondo saggezza, poi la mostra in atto secondo la virtù, per mezzo della manifestazione delle opere. Infatti la fede senza le opere è una cosa morta, secondo è scritto. E ciò che è morto ed inattivo, nessuno mai che sia saggio oserebbe dire che sia da annoverarsi fra le cose belle. E per mezzo della fede (giunge) al bene, nel quale ha termine, cessando la mente dalle proprie attività, essendo circoscritte la sua potenza e la capacità e l’attività.
Diceva infatti che la saggezza è una facoltà dell’anima. E la stessa ragione essere saggezza in potenza: e la capacità, azione; e l’attività, virtù. E la fede (essere) costanza intima ed immutabile di saggezza e di azione e di virtù; ossia di potenza e di abito e di energia: della quale il termine ultimo è il bene, in cui cessando dal movimento la ragione si ferma. Poiché Dio è il bene, in cui è stabilito che trovi fine ogni potenza di ogni ragione. Definire ed esporre come ed in qual modo ciascuna di queste cose si compia ed avvenga in realtà, e che cosa a ciascuna di queste si opponga o si assimili e in qual grado, non è del presente argomento; tranne in quanto al conoscere quando ogni anima, per grazia dello Spirito Santo e della propria disciplina e diligenza, possa congiungere e contessere queste cose fra di loro: cioè la ragione all’intelletto; e alla sapienza la saggezza, e alla contemplazione l’azione, e alla conoscenza la virtù, ed alla inobliabile conoscenza la fede, senza che nessuna cosa rispetto all’altra sia inferiore o superiore, e togliendo loro ogni eccesso e difetto. E, per dirla in breve, riduca in unità la propria decade: e allora essa stessa sarà unificata al Dio verace e buono ed uno e solo; bella e magnifica, e, per quanto è possibile, divenuta simile a lui, per il complemento delle quattro virtù generali, di quelle cioè che mostrano la divina decade, che è nell’anima, e comprendono l’altra beata decade dei comandamenti. Poiché la tetrade è decade in potenza, composta per serie dall’unità secondo progressione. Ed a sua volta essa stessa è unità, che, per aggregato, comprende il bene in maniera unitaria, e il semplice e l’indivisibile della divina potenza, mostrandolo in se stessa indivisibilmente divisa. Per mezzo delle quali l’anima protegge con forza e inattaccabilmente ciò che è proprio, e ciò che è estraneo vigorosamente scaccia come male: poiché possiede ragione ragionevole, e sapiente saggezza, e contemplazione attiva, e conoscenza virtuosa, ed oltre a ciò quella inobliale scienza fedelissima ed incrollabile. Ed offre a Dio le cose causate, saggiamente congiunte alle cause, e le azioni alle facoltà: e in cambio di queste cose riceve l’indiamento che crea la semplicità.
L’azione infatti è anche manifestazione: e come l’effetto (è manifestazione) della causa, la ragione (è) dell’intelletto, e la saggezza della sapienza, e l’azione della contemplazione, e la virtù della conoscenza, e la fede della inobliabile conoscenza. Delle quali cose è fatta l’innata disposizione verso la verità ed il bene, dico verso Iddio: la quale egli diceva essere scienza divina, e conoscenza infallibile, e amore, e pace, nelle quali e per mezzo delle quali (avviene) l’indiamento. E la scienza essere come complemento di ogni conoscenza possibile agli uomini intorno a Dio e alle cose divine, e infallibile compendio delle virtù; la conoscenza avvicinarsi sinceramente alla verità e offrirci una sufficiente prova del divino. E l’amore (essere) tutto come partecipe dell’intera dolcezza di Dio per disposizione; e la pace provare le stesse cose che Dio e fare in modo che avvenga le provino coloro che ne son degni. Se infatti il divino è del tutto immobile, come quello che per alcuna cosa è turbato — che cosa infatti potrebbe prevenire la sua vigilanza? —, (anche) la pace è una stabilità tranquilla ed immota, ed inoltre una gioia imperturbata. E non accade lo stesso anche ad ogni anima, la quale sia degnata di conseguire la pace divina? Come quella che avendo — se così è lecito dire — oltrepassato non solo i confini della malvagità e dell’ignoranza, della menzogna e della tristizia, dei mali opposti alla virtù e alla conoscenza, alla verità ed al bene, i quali coesistono coi naturali moti dell’animo; ma anche della stessa virtù e della scienza, e ancora della verità e della bontà da noi conosciute; e nel verissimo ed ottimo riposo di Dio, secondo il veracissimo annunzio di lui, ineffabilmente ed ignotamente adagiatasi; più nessuna causa di turbamento naturale per sé contenendo, che possa sorprendere il suo segreto in Dio; — in quel beato e santissimo giaciglio compie il tremendo mistero, che è di là da ogni intelletto e ragione. Per mezzo del quale Iddio con l’anima e l’anima con Dio diventa una sola carne ed un solo spirito. Oh, come ti ammirerò, o Cristo, per la tua bontà! O non ardirò dire «sia lode a te», io che non ho facoltà degnamente sufficiente per ammirarti! Saranno infatti due in ima carne sola, e questo è un grande mistero: ma io parlo di Cristo e della Chiesa, dice il divino Apostolo. E ancora : chi aderisce al Signore, è un solo spirito.
Non vi sarà dunque ragione che pensatamente possa dividere in molte parti l’anima divenuta in tal modo uniforme, e in se stessa e in Dio raccolta, coronata il capo del solo e primo ed unico Verbo e Dio: nel quale, come nel Creatore ed artefice delle cose che sono, secondo una incomprensibile semplicità tutte le ragioni delle cose uniformemente ed esistono e consistono; fisa nel quale, che non è fuori di lei, ma intero in lei intera, con un semplice slancio comprenderà anch’essa le ragioni delle cose e le cause, da le quali forse, prima di essere sposata al Verbo e Dio, era distratta pervie di separazione. E per mezzo di esse è armoniosamente condotta a salvamento in lui, che crea e contiene ogni ragione ed ogni causa. Poiché queste dunque, come dicemmo, sono le parti dell’anima, la quale, nell’intelletto, contiene in potenza la sapienza, e dalla sapienza la contemplazione, e da questa la conoscenza, e dalla conoscenza la inobliabile conoscenza, per mezzo della quale è condotta alla verità, che è come il termine e il fine dell’intelletto; e, nella ragione, contiene la saggezza, e da questa l’azione, e dall’azione la virtù, e da questa la fede, secondo la quale trova pace nel bene, come nel beato fine delle facoltà razionali; per mezzo delle quali si raccoglie la scienza delle cose divine, per concorso dell’unione di queste cose fra di loro; a tutte queste cose chiaramente si adatta la santa Chiesa di Dio, assimilata all’anima secondo contemplazione. La quale per mezzo del sacrario significa tutte le cose che son mostrate esistenti nell’intelletto e dall’intelletto; per mezzo del tempio dichiara le cose che si manifestano esistere nella ragione e dalla ragione per separazione: e tutto accoglie verso il mistero compiuto sull’altare divino. E chi, per mezzo di quelli che si celebrano nella Chiesa, possa rivelarlo saggiamente e sapientemente, veramente fa la Chiesa di Dio, e divina la propria anima: per mezzo della quale forse, e ad immagine della quale sapientemente fatta, la Chiesa, che è un modello simbolico, per mezzo della varietà delle cose divine che in essa sono, fu data a noi come guida verso il bene.
capo VI
Come ed in qual modo anche la sacra Scrittura sia detta uomo
A quel modo poi che, secondo la contemplazione elevatrice, diceva che l’uomo spirituale è la Chiesa, e la Chiesa mistica l’uomo, così diceva che la santa Scrittura tutta in complesso è (come) l’uomo: e il Vecchio Testamento comprende il corpo, il Nuovo l’anima e lo spirito e l’intelletto. E ancora che, dell’intera santa Scrittura, la Vecchia dico e la Nuova, il contenuto storico è il corpo; il senso delle scritture e lo scopo verso il quale l’intelletto è indirizzato, l’anima. Ed io, udendo ciò, molto ammirai l’esattezza del paragone, e convenientemente lodai, come potevo, colui che a ciascuno secondo il merito distribuisce le grazie. Come infatti l’uomo, che è in noi, è mortale per ciò che appare, ma per ciò che non appare è immortale, così anche la sacra Scrittura — che da una parte contiene una scrittura apparente, che è transeunte, dall’ altra uno spirito nascosto nella scrittura, il quale non cessa mai di esistere — dimostra che è vera la ragione della contemplazione. E come questo nostro uomo, signoreggiando con la filosofia l’impulso e il desiderio delle passioni, macera la carne, così anche la sacra Scrittura, intesa spiritualmente, circoncide la propria lettera. Dice infatti il divino Apostolo: quanto l’uomo che è fuori di noi si consuma, tanto quello di dentro si rinnova giorno per giorno. Questo si comprenda e si dica anche della sacra Scrittura, figuratamente intesa come uomo. Quanto infatti da lei la lettera si allontana, tanto lo spirito è superiore; e quanto si ritraggono le ombre del culto temporale, tanto avanza la splendida, fulgida e non ombrata verità della fede; secondo la quale e per mezzo della quale essenzialmente è ed è scritta, ed è detta Scrittura, impressa nella mente per grazia spirituale. Come anche l’uomo, per mezzo dell’anima raziocinante ed intellettiva, essenzialmente è ed è detto uomo: secondo la quale e per mezzo della quale è immagine e similitudine di Dio, che lo ha creato, e dagli altri animali per natura è distinto, non avendo apparenza alcuna di facoltà, che lo costringa verso di essi.
A quel modo poi che, secondo la contemplazione elevatrice, diceva che l’uomo spirituale è la Chiesa, e la Chiesa mistica l’uomo, così diceva che la santa Scrittura tutta in complesso è (come) l’uomo: e il Vecchio Testamento comprende il corpo, il Nuovo l’anima e lo spirito e l’intelletto. E ancora che, dell’intera santa Scrittura, la Vecchia dico e la Nuova, il contenuto storico è il corpo; il senso delle scritture e lo scopo verso il quale l’intelletto è indirizzato, l’anima. Ed io, udendo ciò, molto ammirai l’esattezza del paragone, e convenientemente lodai, come potevo, colui che a ciascuno secondo il merito distribuisce le grazie. Come infatti l’uomo, che è in noi, è mortale per ciò che appare, ma per ciò che non appare è immortale, così anche la sacra Scrittura — che da una parte contiene una scrittura apparente, che è transeunte, dall’ altra uno spirito nascosto nella scrittura, il quale non cessa mai di esistere — dimostra che è vera la ragione della contemplazione. E come questo nostro uomo, signoreggiando con la filosofia l’impulso e il desiderio delle passioni, macera la carne, così anche la sacra Scrittura, intesa spiritualmente, circoncide la propria lettera. Dice infatti il divino Apostolo: quanto l’uomo che è fuori di noi si consuma, tanto quello di dentro si rinnova giorno per giorno. Questo si comprenda e si dica anche della sacra Scrittura, figuratamente intesa come uomo. Quanto infatti da lei la lettera si allontana, tanto lo spirito è superiore; e quanto si ritraggono le ombre del culto temporale, tanto avanza la splendida, fulgida e non ombrata verità della fede; secondo la quale e per mezzo della quale essenzialmente è ed è scritta, ed è detta Scrittura, impressa nella mente per grazia spirituale. Come anche l’uomo, per mezzo dell’anima raziocinante ed intellettiva, essenzialmente è ed è detto uomo: secondo la quale e per mezzo della quale è immagine e similitudine di Dio, che lo ha creato, e dagli altri animali per natura è distinto, non avendo apparenza alcuna di facoltà, che lo costringa verso di essi.
capo VII
Perché il mondo sia detto uomo, ed in qual modo anche l’uomo (sia detto) mondo
E ancora, secondo questa stessa somigliante immagine, esponeva che l’intero mondo, consistente di cose visibili ed invisibili, è l’uomo; e l’uomo a sua volta, composto di anima e di corpo, e il mondo: diceva infatti che le cose intellegibili offrono la ragione dell’anima, come anche l’anima, delle cose intellegibili; e le cose sensibili offrono un’immagine del corpo, come anche delle cose sensibili, il corpo. E diceva che le cose intellegibili sono l’anima delle sensibili, e le sensibili il corpo delle intellegibili. E il mondo intellegibile essere nel sensibile come l’anima nel corpo; e il sensibile nell’intellegibile come il corpo unito all’anima. E il mondo essere uno da due, come anche dall’anima e dal corpo l’uomo è uno, senza che l’una di queste due cose, congiunte fra di loro in unità, rinneghi e scacci l’altra, secondo la legge di chi le unì insieme: secondo la quale è infusa la ragione dalla potenza unificatrice, che non permette che la fondamentale identità di queste cose rispetto all’unificazione scompaia per la differenza naturale, né che la proprietà, che circoscrive ciascuna di queste cose in se stessa, appaia essere più potente, per separazione e scissione, che l’affinità d’amore misticamente ispirata in loro per l’unificazione. Secondo la quale l’universale ed unico modo della invisibile ed inconoscibile presenza in tutte le cose della causa che comprende le cose, variamente esistendo in tutte, le rende tutte, e per se stesse e fra di loro, inconfuse ed indivise, e mostra che esistono piuttosto per l’abito che le unifica fra di loro, che in se stesse; finché non paia di scioglierle a colui che le congiunse, per una più grande e più mistica economia, in vista dello sperato compimento universale. Quando anche il mondo delle cose visibili, come l’uomo, morrà, e risorgerà ancora nuovo da vecchio, secondo l’attesa prossima resurrezione; quando anche questo nostro uomo, come parte nel tutto e piccolo nel grande, risorgerà insieme col mondo, avendo ottenuto potenza di non poter più perire; quando il corpo all’anima e le cose sensibili alle intelligibili diverranno simili, secondo conviene opinare, in tutte le cose per manifesta ed attiva potenza divenendo proporzionalmente visibile in ciascuna la divina potenza, e per se stessa conservando nei tempi infiniti l’indissolubile vincolo dell’unità.
Se qualcuno dunque di questi tre uomini — dico del mondo, della sacra Scrittura e di questo nostro — vuol conseguire un modo di vita diletto e grato a Dio, faccia ancora maggior conto delle cose migliori. E, per quanto può, abbia cura dell’anima, che è immortale e divina e vivificata per le virtù, e disprezzi la carne, che è soggetta a ruina ed a morte, e può corrompere la dignità trascurata dell’anima. Il corruttibile corpo infatti, dice, aggrava l’anima ed opprime il terreno tabernacolo, la mente irrequieta. E ancora: la carne appetisce contro lo spirito, e lo spirito contro la carne. E poi: chi ha seminato nella propria carne, dalla carne mieterà perdizione. E contro le potenze incorporee ed intellettive muove guerra con la mente per mezzo dell’intelligenza, lasciando le cose presenti e visibili. Infatti le cose che si vedono sono temporali; quelle che non si vedono, eterne: nelle quali, per l’abbondanza dell’abito della pace, Iddio si posa. E col saggio esercizio della sacra Scrittura, superata la lettera, verso lo Spirito Santo sapientemente si innalzi, in cui è la plenitudine dei beni e i reconditi tesori della conoscenza e della scienza. Dei quali se qualcuno apparirà essere internamente degno, troverà lo stesso Dio impresso nelle tavole del cuore per grazia dello spirito, nel volto rivelato vedendo come in uno specchio la gloria di Dio, tolto il velo della lettera.
capo VIII
Di che cosa sterno simbolo il primo ingresso della santa sinassi, e le cose che si celebrano dopo di esso
Dopo la breve esposizione delle teorie espresse dal beato vegliardo intorno alla santa Chiesa, procede il nostro discorso, per fare una ancora più breve dichiarazione, come è possibile, della santa sinassi della Chiesa. Ed insegnava che il primo ingresso del sacerdote nella santa Chiesa per la sacra sinassi è come l’immagine e la figura della prima presenza nella carne del Figlio di Dio e Salvatore nostro Cristo in questo mondo: per mezzo della quale liberando e riscattando la natura degli uomini, asservita alla rovina e da se stessa per mezzo del peccato venduta alla morte e tirannicamente dominata dal diavolo, purgando come responsabile tutto il debito di quella, egli ch’era innocente ed incolpevole, di nuovo la ricondusse alla grazia originaria del regno, dando se stesso come riscatto in cambio di noi. E in cambio delle nostre esiziali passioni diede la sua passione vivificatrice, salutare rimedio salvatore del mondo intero: dopo il quale avvento, con l’ingresso del sacerdote nel sacrario e l’ascesa al trono sacerdotale, è simbolicamente figurata l’ascesa e la restaurazione di lui al cielo e sul trono superceleste.
capo IX
Che cosa significhi anche l’ingresso del popolo nella santa Chiesa di Dio
E diceva il beato veglio che l’ingresso del popolo col sacerdote nella Chiesa significa la conversione degli infedeli dalla stoltezza e dall’errore al riconoscimento di Dio, e il mutamento dei fedeli dalla malvagità e dall’ignoranza alla virtù ed alla scienza. Infatti l’ingresso nella Chiesa non dimostra soltanto la conversione degli infedeli verso il verace Iddio, ma anche l’emendazione, per via del pentimento, di ciascuno di noi; che siamo i fedeli, è vero, ma con la tendenza d’una vita intemperante e sconveniente violiamo i comandamenti del Signore. Ogni uomo infatti, omicida, o adultero, o ladro, o superbo, o arrogante, o violento, o ambizioso, o avaro, o maldicente, o vendicativo, o disposto all’ira, o oltraggiatore, o delatore, o maledico, o facile all’invidia, o ebro, e infine, per non allungare il discorso numerando tutti i generi di vizii, chiunque sia preso da qualsiasi vizio, dopo che abbia cessato di esser volontariamente tenuto in pratica e di operare deliberamente, e cambi vita in meglio, preferendo la virtù al vizio —, costui propriamente e veramente si può pensare e dire che, insieme con Cristo e col sacerdote, sia entrato nella virtù, cioè nella Chiesa figuratamente intesa.
capo X
Di che cosa siano simbolo le divine letture
E diceva il maestro che le divine letture dei sacri libri lasciano intendere i divini e beati consigli di Dio santissimo: per mezzo delle quali, ciascuno di noi propriamente riceve, secondo la facoltà che è in lui, i precetti di ciò che è da fare; e apprende le leggi delle divine e beate prove, secondo le quali nella legge esercitandosi, diventa degno delle vittoriose corone del regno di Cristo.
capo XI
Di che cosa siano simbolo i canti divini
E diceva che la spirituale dolcezza dei canti divini significa il godimento rivelatore dei beni divini: il quale muove le anime al perfetto e beato amore di Dio, e più le eccita all’odio del peccato.
capo XII
Che cosa significhino le esortazioni di pace
Affermava poi quel saggio che, per mezzo delle acclamazioni di pace, che avvengono nel sacrario ad ogni lettura per ordine del sacerdote, sono significati i divini, favori, impartiti per mezzo degli angeli: per mezzo dei quali Iddio limita le lotte di coloro che legittimamente combattono per la verità contro le potenze avverse, sciogliendo i legami invisibili, e dando la pace nella distruzione del corpo del peccato, e, in cambio dei travagli per la virtù, dando ai santi la grazia della tranquillità. Affinché, liberi dal combattere, alla agricoltura spirituale, cioè al lavoro delle virtù, trasferiscano le potenze dell’anima: per mezzo delle quali fugarono le schiere degli spiriti maligni, essendo loro duce Iddio e il Verbo, che disperde le amare e difficili astuzie del diavolo.
capo XIII
Di che cosa propriamente per ciascuno sia simbolo la lettura del Santo Vangelo, e i misteri che seguono
Pertanto, subito dopo queste cose, la sacra costituzione della santa Chiesa stabilì che avesse luogo la divina lettura del Santo Vangelo: la quale particolarmente spiega i travagli a causa del Verbo a coloro che ne sono zelanti. Dopo la quale il Verbo, quasi Pontefice della sapiente contemplazione, scendendo loro dal cielo, riduce in loro, come un mondo sensibile, il pensiero della carne, allontanando le intenzioni, che ancora inclinano verso terra, e di là riconducendole, con la chiusura delle porte e con l’ingresso dei santi misteri, con le parole ed i fatti, verso la contemplazione delle cose intellegibili, iniziandoli alle sensazioni. E, divenuti estranei alla carne ed al mondo, insegna loro le cose ineffabili, dopo che, raccolti fra di loro e in lui stesso con l’abbraccio, in cambio dei molti beneficii, nobilmente gli offrono la riconoscente confessione per la propria salvezza, cui allude il divino simbolo della fede. Dipoi, avendoli collocati nel novero degli angeli per mezzo del Trisagio, e avendoli gratificati della medesima scienza della santificante teologia, li guida al Dio e Padre, adottati come figli dello Spirito per la preghiera, per mezzo della quale furono degnati di chiamare Iddio loro Padre. E di là ancora, quasi avendo superato con la scienza tutte le ragioni delle cose, li conduce inintellegibilmente alla inintellegibile monade, per mezzo dell’inno «Uno solo (è) santo», e ciò che segue, unificati nella grazia, e, con la partecipazione di essa, identificati, per quanto è possibile, nella indivisibile identità.
capo XIV
Di che cosa sia simbolo, e che cosa generalmente significhi la divina lettura dal santo Vangelo
Generalmente, poi, significa il compimento di questo mondo. Infatti, dopo la divina lettura del santo Vangelo, il sacerdote scende dal trono: e avviene, per mezzo dei ministri, la dimissione e la espulsione, e dei catecumeni, e degli altri indegni della divina contemplazione dei misteri che sono per esser mostrati. La quale per se stessa significa e raffigura la verità, di cui è immagine e tipo, e con queste cose grida che, dopo che sarà bandito, secondo è scritto, il Vangelo del regno per tutta la terra, a testimonianza per tutte le genti, allora verrà la fine: quando cioè verrà pel secondo avvento, dai cieli, con molta gloria del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo: Il Signore in persona scenderà dal cielo, in voce d’Arcangelo e in tromba di Dio, dice il divino Apostolo. E farà vendetta degli avversarii, e per mezzo dei santi angeli separerà i fedeli dagl’infedeli, e i giusti dagl’ingiusti, e gli scellerati dai santi, e infine, per dirla in breve, coloro che si conformarono allo Spirito di Dio da quelli che camminarono dietro la carne; e per le età infinite ed eterne, come dice la verità delle parole divine, secondo il merito renderà a ciascuno il giusto ricambio della vita menata.
capo XV
Di che cosa sia simbolo la chiusura delle porte della santa Chiesa, che avviene dopo la lettura del santo Vangelo
La chiusura delle porte della santa Chiesa di Dio, che avviene dopo la sacra lettura del santo Vangelo e dopo l’espulsione dei catecumeni, dimostra l’uscita delle cose materiali e l’ingresso nel mondo intellegibile, cioè nel talamo di Cristo, dei degni: il quale avviene dopo quella terribile separazione, e quella sentenza ancora più terribile, e la perfetta perdita, nei sensi, dell’attività dell’errore.
capo XVI
Che cosa significhi l’ingresso dei santi misteri
L’ingresso dei santi e venerabili misteri è principio ed esordio — come diceva quel gran veglio — della nuova dottrina che è per venire nei cieli, intorno alla provvidenza di Dio per noi; e rivelazione del mistero della nostra salvezza, che è negli aditi del divino segreto. Dice infatti ai suoi discepoli Iddio e il Verbo: io non berrò più, da questo momento, del frutto della vite, fino a quel giorno, quando berrò con voi quello nuovo nel regno del Padre mio.
capo XVII
Di che cosa sia simbolo il divino abbraccio
Lo spirituale abbraccio da tutti proclamato raffigura e descrive in anticipo la futura concordia e il consenso e l’identità logica di tutti fra di loro, secondo la fede e l’amore, nel tempo della rivelazione dei prossimi ineffabili beni: per mezzo delle quali i degni ricevono l’unione col Verbo e Dio. La bocca infatti è simbolo del Verbo, per cui specialmente tutti coloro che sono partecipi di ragione, in quanto razionali, si fondono col primo e solo Verbo, origine di ogni ragione.
capo XVIII
Che cosa significhi il divino simbolo di fede
La confessione, che tutti fanno, del divino simbolo di fede, preannunzia la mistica gratitudine, nel tempo futuro, per i modi e le ragioni mirabili, con cui fummo salvi, della sapientissima provvidenza di Dio verso di noi: per mezzo della quale i degni si rendono riconoscenti verso il divino beneficio; essi che, tranne questo, non hanno cosa altra qualsiasi da dare in cambio degli infiniti beni divini su di loro.
capo XIX
Che cosa significhi la glorificazione del Trisagio
Il triplice grido di tutto il popolo fedele, che avviene nella santificazione del divino inno, significa l’unione e l’eguaglianza negli onori, che avverrà nel tempo futuro, con le incorporee ed intellettuali potenze: secondo il quale, d’accordo con le potenze celesti, per la identità dell’immobile moto eterno intorno a Dio, la natura degli uomini imparerà a celebrare ed a santificare con tre santificazioni la divinità una e trina.
capo XX
Di che cosa sia simbolo la santa preghiera «Padre nostro, che sei nei cieli»
La santissima e venerabile invocazione del grande e beato Dio Padre è simbolo della reale ed intima adozione, concessa per dono e grazia dello Spirito Santo: per mezzo della quale sopraffatta e nascosta, con l’avvento della grazia, ogni particolarità umana, tutti i santi saranno detti e saranno figli di Dio, quanti già fin d’ora con le virtù splendidamente e gloriosamente illuminarono se stessi della divina bellezza della bontà.
capo XXI
Che cosa significhino gl’inni cantati in fine della mistica cerimonia : «Uno solo è santo, uno solo è Dio», e ciò che segue
La confessione, fatta da tutto il popolo alla fine della mistica cerimonia, con le parole «Uno solo è santo», e ciò che segue, significa il raccoglimento e l’unione, di là dalla ragione e dall’intelletto, di coloro che misticamente e sapientemente sono iniziati, con il mistero uno della divina semplicità nell’incorruttibile evo delle cose intellegibili: nel quale, vedendo la luce della invisibile ed ineffabile gloria, diventano anch’essi, con le Potenze celesti, capaci della beata purità. Dopo la quale, come fine di ogni cosa, avviene la comunicazione del mistero: la quale rinnova in se stessa e con la grazia e la partecipazione rende, coloro che degnamente ne partecipano, simili al bene causale, e per nulla mancanti di lui, per quanto è lecito e possibile agli uomini. Così che anch’essi, per adozione, possono essere ed essere chiamati dèi per grazia, per l’intero Iddio, che interamente li riempie e non lascia nulla di loro vuoto della sua presenza.
capo XXII
Come ed in qual modo si intenda anche la deifica, e perfettrice condizione dell’anima, considerata per se stessa, riguardo a ciascuno propriamente, per mezzo delle cose dette
Ed ora dunque per mezzo delle stesse cose progredendo per ordine, consideriamo ancora le stesse cose anche intorno all’anima conoscitiva. E guidandoci — se gli pare — Iddio per mano, non impediremo alla ragione di sollevarsi un poco, per quanto può, con circospezione, verso l’eccelsa contemplazione, e considerare e comprendere in qual modo i divini precetti della santa Chiesa conducono l’anima alla propria perfezione, per mezzo della vera ed attiva scienza.
capo XXIII
Che il primo ingresso della santa sinassi è simbolo delle virtù dell’anima
Chiunque tu sia, amante della vera sapienza di Cristo considera dunque con gli occhi della mente il primo ingresso della santa sinassi, dall’esterno errore e turbamento delle cose materiali, secondo ciò che è scritto: donne, che venite dalla vista, orsù; dico dall’aberrazione, nella figura e nella forma, per la prospettiva delle cose sensibili. Dico infatti che non si possa veramente chiamare contemplazione — secondo quegli stolti, chiamati saggi dai Greci, che noi non potremmo nemmeno chiamare saggi, come quelli che non poterono o non vollero conoscere Iddio per mezzo delle sue opere — la apparizione delle cose sensibili, per la quale avviene la continua guerra delle cose sensibili fra di loro, che è causa a tutti di reciproca rovina, poiché tutte le cose corrompono a vicenda le altre e si corrompono in altre. Ed hanno questo soltanto di saldo, che non posano e periscono, e non possono mai incontrarsi fra di loro in una tranquilla e sicura permanenza: e l’anima che viene e fugge in rotta, e, come nella Chiesa ed inviolabile tempio di pace, nella naturale contemplazione in ispirito, sicura e libera da ogni turbamento, entrando insieme col Verbo e guidata dal gran Verbo e dal vero Iddio nostro e dal sacerdote, e come attraverso il simbolo delle divine letture, insegua le ragioni delle cose e il mirabile grande mistero della divina provvidenza, rivelata ai profeti nella legge; e in cambio della bella istruzione in queste cose, da parte di Dio e delle sante Potenze, che intellettualmente a lei parlano col pensiero, per ciascuna cosa riceve le significazioni pacificatrici, e la corroborante conservatrice dolcezza del divino ed ardente desiderio di Dio, per mezzo della voluttà dei canti divini, che misticamente canta in lei.
E di nuovo da queste cose muovendo, si raccoglie nella unica vetta, che sola ed unicamente comprende le ragioni: dico il Santo Vangelo, nel quale, secondo l’unica facoltà della comprensione, preesistono tutte le ragioni e della provvidenza e delle cose. Dopo il quale è lecito vedere, per divina percezione, con i pii ed intrepidi occhi della mente, lo stesso Verbo e Dio che viene a lei dal cielo, come significa la discesa del sacerdote dal trono sacerdotale, e che, a guisa di catecumeni, separa la parte perfetta di lei dai pensieri, che ancora si raffigurano la percezione e ciò che secondo questa è divisibile. E di là ancora, divenuta estranea alle cose sensibili, come fa comprendere la chiusura delle porte della santa Chiesa, la conduce alla scienza delle cose intellegibili, significata dall’ingresso degl’ineffabili misteri, immateriale e semplice e immutabile e divina, e libera da ogni forma e figura, per mezzo della quale raccoglie in se stessa le proprie potenze; e giunge al Verbo, col bacio intellettuale unificando i modi e le ragioni ineffabili della propria salvezza, e per mezzo del simbolo di fede insegnando a confessarsi con animo grato.
E dopo queste cose ancora, come quella che già in potenza è semplice ed indivisibile a causa della dottrina, con la scienza avendo compreso le ragioni delle cose sensibili e delle intellegibili, conduce alla stessa scienza della manifesta teologia, dopo aver attraversato tutte le cose, e le offre, per quanto è possibile, intelligenza eguale a quella degli angeli. E così saggiamente la ammaestra da comprendere l’Iddio uno, una sostanza e tre persone, e la trina unità dell’essenza, e la consustanziale trinità delle persone, e la monade nella trinità, e la trinità nella monade. Non una ed altra, né una senz’altra, né una per altra, né una in altra, né una da altra; ma essa stessa in se stessa, e per se stessa presso se stessa, identica a se stessa, e monade e triade inconfusa e inconfusamente contenente l’unità e la divisione indistinguibile ed indivisibile. Monade, secondo la ragione dell’essenza, cioè dell’essere: ma non per composizione ed unione o per qualsiasi confusione; e triade, secondo la ragione del modo di essere e di esistere: ma non per divisione o per diversità o per qualsiasi partizione. La monade infatti non è divisa in persone, né esiste e si può considerare in esse per rapporto; né si compongono le persone in monade, nè la riempiono per contrazione: ma essa stessa è per se stessa la stessa cosa, e tuttavia in maniera diversa ogni volta. La santa triade delle persone è infatti monade inconfusa per l’essenza e per la sua semplice ragione: una e sola, indivisa ed inconfusa, e semplice ed intera ed immutabile divinità. La quale secondo l’essenza è tutta monade, ed essa stessa tutta triade nelle persone, e solo raggio uniformemente fulgido d’una luce dal triplice splendore: nel quale l’anima, con dignità eguale a quella dei santi angeli accogliendo le ragioni intorno alla divinità manifeste ed accessibili alla creatura, ed avendo appreso a celebrare continuamente d’accordo con loro la divinità trinamente una, è condotta alla adozione secondo la grazia per mezzo della simile identità. Per mezzo della quale, comprendendo con le preghiere Iddio Padre, mistico per grazia ed unico, si raccoglierà in ciò che nel mistero di lui è uno, straniata da tutte le cose. E tanto più sentirà o conoscerà Iddio, quanto non vuole essere di se stessa, né per se stessa da se stessa o da alcun altro può esser conosciuta, se non dal solo intero Iddio, che tutta degnamente bene la comprende, e tutto in lei tutta penetra interamente, come a Dio conviene e senza passione, e la fa tutta divina. Così che, come dice il santissimo Dionigi Areopagita, sia immagine e manifestazione della luce invisibile, specchio varissimo, lucidissimo, indenne, immacolato, incontaminato, che tutta comprende, se è lecito, la bellezza del divino modello, deiformemente ed imminutamente illuminando in se stesso, quanto è possibile, la bontà del silenzio degli aditi.
capo XXIV
Di che cosa sia operatrice e perfettrice la persistente grazia dello Spirito Santo, per mezzo delle cerimonie compiute durante la santa sinassi, tra i fedeli e coloro che si raccolgono nella fede
Stimava dunque quel beato veglio, e non cessava mai di esortare ogni cristiano, che si debba frequentare la santa Chiesa di Dio, e non allontanarsi mai dalla santa sinassi che in lei si celebra, per il fatto che in essa permangono i santi angeli, e prendono nota ogni volta di coloro che entrano, e li mostrano a Dio e fanno voti per loro; e per la grazia dello Spirito Santo sempre invisibilmente presente, e particolarmente poi nel tempo della santa sinassi, la quale trasforma e trasmuta ciascuno che vi si trovi, e veramente lo modella, in proporzione, su ciò che in lui è di più divino, e lo conduce verso ciò che per mezzo dei celebrati misteri è rivelato; anche se egli non se ne accorga, se pure è di coloro che ancora sono infanti in Cristo, e non può vedere nell’abisso delle cose che accadono, e la grazia che in lui agisce, rivelata per mezzo di ciascuno dei divini compiuti simboli della salvezza, la quale procede in ordine e per serie, dalle cose vicine fino al termine di ogni cosa.
E nel primo ingresso (vede) la cacciata della miscredenza, l’aumento della fede, la diminuzione della malvagità, il progresso della virtù, la scomparsa dell’ignoranza, lo sviluppo della scienza. E per mezzo dell’audizione delle parole divine, gli abiti e le disposizioni ferme ed immutabili delle cose già dette, cioè della fede e della virtù e della scienza. E per mezzo dei successivi canti divini, il volontario accordo verso le virtù dell’anima, e la voluttà e la giocondità spirituale, che in essa da queste nasce. E con la sacra lettura del santo Vangelo, il compimento del pensiero terreno, come del mondo sensibile. E poi, con la chiusura delle porte, il transito e il mutamento dell’anima, per (naturale) disposizione, da questo mondo corruttibile al mondo intellegibile: per mezzo del quale, a guisa di porte, chiudendo le sensazioni, le rende pure dalle immagini del peccato. E con l’ingresso dei santi misteri, la più perfetta e più mistica e nuova dottrina e scienza sul governo di Dio verso di noi. E per mezzo del divino bacio, la identità di concordia e di consenso e di amore, di tutti con tutti e di ciascuno con se stesso e con Dio. E con la confessione del simbolo di fede, la dovuta gratitudine per i mirabili modi della nostra salvezza. E per mezzo del Trisagio, l’unione e l’eguaglianza con i santi angeli, e l’inesauribile concorde vigore della santificatrice glorificazione di Dio. E con la preghiera, per mezzo della quale diveniamo degni di chiamar Padre Iddio, la verissima adozione nella grazia dello Spirito Santo. E con le parole Uno solo è santo e ciò che segue, la grazia e l’affinità che ci unifica con lo stesso Iddio. E con la santa comunione degli incontaminati e vivifici misteri, la comunità e l’identità, per somiglianza, con lui, ricevuta per partecipazione: per mezzo della quale, da uomo, l’uomo è fatto degno di diventare dio. Di quei doni infatti dello Spirito Santo, che qui, nella presente vita, per grazia della fede confidiamo di ricevere, di questi, nel tempo futuro, veramente in realtà sostanzialmente, secondo l’infallibile speranza della nostra fede, e la salda ed inviolabile promessa dell’annunzio, confidiamo che parteciperemo, osservando come possiamo i comandamenti, e passando dalla grazia della fede a quella secondo la specie: cioè per opera del Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, che ci trasforma in lui, e che, togliendoci i segni della corruzione, ci gratifica dei primitivi misteri, qui da noi dimostrati per via di simboli sensibili.
Affinché, chi voglia, possa facilmente ricordare, così ricapitoleremo, percorrendo in compendio il concetto di ciò che dicemmo. La santa Chiesa, dunque, è figura, come si è detto, ed immagine di Dio: per mezzo della quale, secondo la sua infinita potenza e saggezza, delle differenti essenze delle cose fa una inconfusa unione, come artefice riconnettendola a se stesso in ciò che ha di più eccelso; e, per mezzo della sola grazia e vocazione della fede, uniformemente essa congiunge a sé i fedeli; gli attivi e i virtuosi, per l’identità della volontà; i contemplativi e sapienti inoltre, per l’infrangibile ed indivisibile concordia.
Ed è anche figura del mondo, e dell’intellegibile e del sensibile: e come simbolo del mondo intellegibile ha il clero, del sensibile il tempio. Ed ancora è immagine dell’uomo: in quanto raffigura l’anima per mezzo del clero, ed il corpo per mezzo del tempio. Ed è anche figura ed immagine dell’anima stessa considerata per se stessa; in quanto che della parte contemplativa porta lo splendore per mezzo del clero, e dell’attiva consegue la bellezza per mezzo del tempio.
E della santa sinassi, che in essa si celebra, il primo ingresso generalmente significa il primo avvento di Dio nostro: e particolarmente, poi, la conversione di coloro, che per lui e con lui stesso sono condotti dalla miscredenza alla fede, e dalla malvagità alla virtù, e dalla ignoranza alla conoscenza.
Le letture poi, che hanno luogo dopo di essa, generalmente indicano le divine volontà e decisioni, secondo le quali bisogna che tutti siano educati ed informino la propria vita; particolarmente, la dottrina e il progresso dei fedeli secondo la fede; e la ferma disposizione virtuosa degli attivi, secondo la quale conformandosi alla divina legge dei comandamenti, virilmente e saldamente si oppongono alle frodi del diavolo e fuggono le avverse potenze; e dei sapienti l’abito contemplativo, secondo il quale giungono senz’errore alla verità, raccogliendo come possono le spirituali ragioni delle cose sensibili e della provvidenza verso di loro.
E le divine melodie dei canti (significano) la divina voluttà e giocondità, che nasce nelle anime di tutti: dalla quale misticamente corroborati si dimenticano dei passati travagli per la virtù, e si rinnovano nel vigoroso desiderio degli altri divini ed incorruttibili beni.
E il santo Vangelo generalmente è simbolo della compiutezza di questa età; particolarmente poi, manifesta la completa scomparsa, in coloro che ebbero fede, dell’antico errore; e, negli attivi, la mortificazione ed il compimento della legge e del pensiero carnale; e, nei sapienti, il raccoglimento e l’elevazione delle molte e diverse ragioni verso la ragione più comprensiva, quando sia compiuta e raggiunta da loro la più estesa e varia contemplazione naturale.
E la discesa del sacerdote dal trono e la cacciata dei catecumeni, generalmente significa il secondo avvento dal cielo del gran Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, e la separazione dei peccatori dai santi, e la giusta retribuzione secondo la degnità di ciascuno; particolarmente, poi, la perfetta certezza dei credenti nella fede, che il Dio e Verbo produce invisibilmente: per mezzo della quale, ogni pensiero, che ancora per qualche cosa zoppichi nella fede, a guisa di catecumeno è scacciato da essi; e, negli attivi, la perfetta tranquillità, per mezzo della quale ogni oscuro pensiero di passione esce dall’anima; e, nei sapienti, la scienza comprensiva delle cose conosciute, per mezzo della quale tutte le immagini delle cose materiali sono fugate dall’anima.
E la chiusura delle porte, e l’ingresso dei santi misteri e il divino bacio e la professione del simbolo di fede, generalmente significano il passaggio delle cose sensibili e l’apparizione delle intellegibili, e la nuova dottrina del divino mistero su di noi, e la futura identità di concordia di consenso e d’amore di tutti con se stessi e con Dio, e la gratitudine per i modi della nostra salvezza; particolarmente poi, il progresso dei fedeli dalla semplice fede alla dottrina ed iniziazione e concordia e pietà secondo i dogmi.
E la chiusura delle porte significa la prima cosa; l’ingresso dei santi misteri, la seconda; il bacio, la terza; la professione del simbolo, la quarta. E negli attivi, che hanno precluso i sensi e son fuori della carne e del mondo, con l’allontanamento delle azioni relative, il passaggio dall’azione alla contemplazione; e l’ascesa dal modo dei comandamenti alla ragione di essi; e la connata affinità ed unificazione dei comandamenti stessi, secondo le proprie ragioni, con le potenze dell’anima; e l’abito adatto alla teologica gratitudine. E nei sapienti, dalla contemplazione naturale alla semplice comprensione delle cose intellegibili: secondo la quale, non più per mezzo dei sensi o di alcuna delle cose apparenti, conseguono il divino ed ineffabile Verbo, e l’unificazione con l’anima delle potenze di lei, e la semplicità che uniformemente secondo l’intelletto comprende la ragione della provvidenza.
E l’inesauribile glorificazione santificatrice dei santi angeli per mezzo del Trisagio, generalmente significa il modo di vita e l’educazione e la concordia, nella divina glorificazione, delle potenze celesti e terrestri egualmente, la quale avverrà nel tempo futuro insieme ed allo stesso modo, quando il corpo degli uomini sia fatto immortale nella resurrezione, e non più opprima l’anima con la corruzione, e sia oppresso; ma, ricevuta in cambio l’incorruttibilità, accolga potenza ed attitudine a ricevere l’avvento di Dio: e particolarmente poi, la teologica gara dei fedeli con gli angeli nella fede. E negli attivi, lo splendore di vita pari, come è lecito, agli angeli, e l’ardore dell’inno teologico; e nei sapienti, i pensieri e i canti e gli stessi moti, pari, secondo è possibile, agli angeli, intorno alla divinità.
E la beata invocazione del gran Dio e Padre, e il pronunciare le parole Uno solo è santo e ciò che segue, e la partecipazione dei santi e vivifici misteri, mostrano l’adozione, l’unificazione e l’affinità e la divina identità e la deificazione, le quali avverranno in fine, per coloro tutti che ne son degni, per bontà del Dio nostro: per via delle quali, lo stesso Iddio sarà egualmente intero in tutti i salvandi, come bellezza originaria e causale splendendo in coloro che con lui egualmente si accordano, secondo grazia, per mezzo di virtù e conoscenza.
E chiamava poi fedeli e virtuosi e sapienti, gli iniziati e i progredienti e i perfetti, cioè servi mercenarii e figli, i tre ordini dei salvandi. Servi infatti sono i fedeli che eseguono gli ordini del padrone per paura di minacce, e benevolmente lavorano per ciò in cui credono. Mercenarii, coloro che pel desiderio dei beni promessi portano con passione il peso e l’ardore del giorno, cioè l’oppressione della condanna ancestrale connaturata e congiunta con la presente vita, le tentazioni a causa della virtù; i quali sapientemente, per libera elezione dell’animo, ricevono vita in cambio di vita, la futura in cambio della presente. Figli, poi, coloro che, non per tema di minacce, né per desiderio di promesse, ma per propensione ed abito della inclinazione e disposizione volontaria dell’anima verso il bello, giammai da Dio si separano; come quel figlio, del quale è detto: Figlio, tu sempre sei meco, e le mie cose tutte son tue, essendo diventati, quanto è possibile, per adozione nella grazia, ciò, che Iddio, per natura e per causa, è ed è creduto.
Non allontaniamoci dunque dalla santa Chiesa di Dio, la quale comprende, secondo il santo ordine dei divini simboli celebrati, tanti misteri della nostra salvezza: per mezzo dei quali facendo che ciascuno di noi, come può, conformi la sua vita a Cristo secondo virtù, conduce a manifestazione la grazia dell’adozione, concessa col santo battesimo nello Spirito Santo. Ma con ogni forza e diligenza rendiamoci degni dei divini doni, piacendo a Dio con le buone opere: non frequentando, come i Gentili, che non conoscono Iddio, in passione di desiderio, ma, come dice il santo Apostolo, mortificando le membra che sono sulla terra, la fornicazione, l’impurità, la passione, il tristo desiderio e l’avarizia, la quale è idolatria, per le quali cose viene l’ira (di Dio) sopra i figli della incredulità ed ogni ira e passione e turpiloquio e menzogna; e, per dirla in breve, tutto l’antico uomo, corrotto dai desiderii dell’errore, scacciando con le sue azioni e i suoi desiderii, camminiamo in maniera degna del Dio, che ci chiamò al regno ed alla gloria sua, vestendo viscere di misericordia, bontà, umiltà, mansuetudine, magnanimità; sopportandoci a vicenda in amore; perdonandoci a vicenda se alcuno contro altri porti rimprovero, come anche il Signore perdonò a noi, e sopratutto il vincolo di perfezione, l’amore e la pace, alla quale anche fummo chiamati in un sol corpo; e in somma, il nuovo uomo, rinnovato nel riconoscimento ad immagine di colui che lo creò. Se così dunque vivessimo, potremmo venire alla fine delle divine promesse, con buona speranza, e riempire la conoscenza della volontà di lui, in ogni sapienza e comprensione spirituale, fruttificando e crescendo nella conoscenza del Signore; corroborati in ogni facoltà secondo la potenza della gloria di lui, in ogni pazienza e costanza con gioia, compiacendo al Padre, che ci fece adatti a partecipare della sorte dei santi ne la luce. E di questa grazia è manifesta dimostrazione la spontanea benevola disposizione verso il prossimo: della quale è opera che, come possiamo, ogni uomo, che per qualche cosa abbia bisogno del nostro aiuto, ci divenga, come Iddio, familiare, e non lo lasciamo abbandonato e negletto, ma con opportuna cura mostriamo viva ed operante in noi la disposizione verso Iddio ed il prossimo. La dimostrazione invero è opera della disposizione. Poiché nulla dispone così alla giustizia, e, per così dire, alla deificazione ed alla vicinanza a Dio, come la misericordia, che, con pietà e con gioia, l’anima porta a coloro che ne hanno bisogno. Poiché la Scrittura insegna, che chi ha bisogno d’esser beneficato è (come) Dio. Quanto, infatti, dice, avete fatto per uno di questi miseri, lo avete fatto per me. È Dio che parla: ed a maggior ragione dimostrerà che, colui che può far bene e l’ha fatto, veramente per grazia e per partecipazione è Dio, in quanto, con felice imitazione, ha preso su di sé la forza e la proprietà del suo beneficio. E se il povero è Dio, per la condiscendenza di Dio, che mendica in noi, ed in se stesso accoglie e soffre la passione di ciascuno, e fino al compimento del tempo, in proporzione della passione di ciascuno, sempre con benignità misticamente soffre; tanto più invero sarà meritamente Iddio colui che, ad imitazione di Dio, con l’amore, da se stesso divinamente medica le passioni dei sofferenti, e, in proporzione della provvidenza salvatrice, secondo la (propria) disposizione mostra di avere potenza eguale a Dio.
Chi dunque è così lento e pigro verso la virtù, da non desiderare la divinità, pur essendone l’acquisto così a buon prezzo ed agevole e facile? Sicura infatti ed inviolata è la custodia di queste cose, e facile la via alla salvezza, fuori della quale, io credo, nessun bene in verità sarà salvo ed illeso per chi lo possegga; l’indipendenza, cioè, e la cura di sé, per cui imparando a vedere e a considerare le cose soltanto nostre, ci liberiamo dal ricevere vanamente danno dagli altri. Se infatti impariamo a vedere ed esaminare noi soltanto, giammai ci occuperemo di quelle degli altri, quali che siano; sapendo che vi è un sol giudice sapiente e giusto, Iddio, che sapientemente e giustamente giudica tutte le cose, secondo quale ragione sono nate, ma non in qual modo siano apparse; ciò che forse anche gli uomini potrebbero giudicare, oscuramente guardando a ciò che è chiaro, in cui non è tutta la verità, né la ragione delle cose. Ma Iddio, guardando l’oscuro moto dell’anima e l’invisibile impulso, e la stessa ragione, secondo cui l’anima è spinta, e lo scopo della ragione, cioè il preveduto fine di ogni cosa, giustamente, come dissi, giudica tutte le azioni degli uomini. E se questo vorremo condurre a bene, limiteremo noi a noi stessi, senza attaccarci alle cose esterne, e non permetteremo affatto, se è possibile, che l’occhio, o l’orecchio o la lingua, vegga, o oda o dica, le cose altrui. Se poi non è possibile, agire almeno su queste cose con simpatia, ma non con passione, permettendoci di vedere e di ascoltare e di parlare a nostro giovamento; e solo tanto, quanto sembra alla divina ragione moderatrice. Poiché nulla, più di questi organi, è facile a scivolare verso il peccato, quando non siano educati dalla ragione; ma nulla ancora è più di essi pronto alla salvezza, quando la ragione li ordini o li misuri e li conduca dove bisogna e vuole.
Non trascuriamo dunque, secondo le nostre forze, di obbedire a Dio, che ci chiama alla vita eterna ed al boato fine, con l’adempimento dei suoi divini e salvatori precetti, per ottenere misericordia e trovar grazia nell’opportuno aiuto: la grazia infatti, dice il divino Apostolo, è con tutti coloro, che amano Nostro Signore Gesù Cristo in incorruttibilità; ovvero, con coloro, che amano il Signore in incorruttibilità di virtù ed in pura e sincera onestà di vita, compiendo la volontà di lui, e non corrompendo alcuno dei suoi divini ordini.
Queste cose intorno a questo argomento, secondo le mie forze, come le appresi, io esposi per la ricompensa dell’obbedienza, non osando toccare argomenti più mistici e sublimi. Ma se qualcuno desideroso di apprendere vuole averne conoscenza, legga ciò che dal santo Dionigi l’Areopagita divinamente fu elaborato intorno ad essi, e troverà la verace rivelazione degli ineffabili misteri, data in dono al genere umano per mezzo del divino intelletto ed eloquio di lui, per coloro che desiderano eredità di salvezza. E se queste cose non caddero molto lontano dal vostro desiderio, sia grazia a Cristo dispensatore di beni, ed a voi, che voleste io le dicessi. Ma se di molto hanno ingannato la vostra speranza, che cosa soffrirò o che farò, io che non ebbi forza di dire? Poiché la debolezza è da perdonarsi, non da punirsi; ed è piuttosto da lodarsi, ma non da biasimarsi, l’essersi accinto e l’aver accettato: e particolarmente da voi, cui è prescritto di amare a causa di Dio. E a Dio è grato tutto ciò che secondo le proprie forze sinceramente è offerto dall’anima, anche se appaia esser piccola cosa in proporzione delle grandi: egli, che nemmeno allontanò la vedova, che offriva due oboli, qualunque mai essa fosse e i suoi due oboli. Sia pure anima vedova di vizio, che ha perduto, come il marito, l’antica legge, e non ancora è degna dell’eccelsa congiunzione con il Verbo e Dio: ma pure offre, in luogo di pegno, come gli oboli, la vita e la ragione fin’allora contemperata, o fede e buona coscienza, o debito e attività di cose oneste, o contemplazione ed azione utile a queste, o proporzionata scienza e virtù, o le ragioni un po’ di sopra da queste, dico quelle secondo la legge naturale e scritta; le quali quando l’anima abbia conseguito, con l’allontanamento da queste e l’abbandono come dell’intera vita e sostanza, desiderosa di congiungersi col solo Verbo e Dio, offre in dono. E volentieri accetta di esser vedova, come di uomini, di violenti modi ed usi e costumi secondo natura e legge: se pur la parabola non allude, per mezzo della lettera in cui la storia è espressa, a qualche altra cosa ancora più spirituale di queste, comprensibile ai soli puri di spirito. Poi che tutte le cose, che fra gli uomini sembrano esser grandi per virtù, si trovano piccole, quando siano paragonate alla ragione iniziata secondo la teologia. Ma se anche piccole e di materia vile e di non molto valore, pure come le monete d’oro, preziosissima fra le materie, che i ricchi offrono, allo stesso modo portano impressa l’immagine regale.
Ed anche io, imitando questa vedova, a Dio ed a voi, diletti, offersi come oboli questi piccoli e vili pensieri, nati da vile e povera mente e lingua, intorno a ciò che voleste, pregando la benedetta e santa anima vostra, anzitutto, di non chiedere una manifestazione scritta di alcuna delle cose da me dette, per due ragioni. L’una, perché non ancora ho conseguito il casto e costante timore di Dio, ne saldo abito di virtù, e fermezza incrollabile di verace giustizia, le quali massimamente conferiscono autorità alle parole; l’altra, perché, essendo ancora agitato da molto flutto di passioni come da selvaggio mare, ed essendo ancora molto lontano dal divino porto della tranquillità, ed avendo oscuro il termine della vita, non voglio avere, come accusatore delle azioni, anche la dottrina dei miei scritti. Ed infine accogliendomi, se occorre, in grazia della mia obbedienza, raccomandatemi con preghiere a Dio, al grande e solo Dio e Salvatore delle nostre anime. A cui gloria e potenza, con il Padre e lo Spirito Santo, nei secoli. Amen.
Da: MASSIMO il Confessore, La Mistagogia ed altri scritti, (edd. R. CANTARELLA), Firenze 1931, 122-215.