Le preghiere per gli altri
e la cattolicità della Chiesa
del padre Dumitru Stăniloae
La cattolicità è l’opposto della solitudine. È l’unione spirituale dei membri della Chiesa in una totalità armoniosa, cosa che ha come conseguenza che in questa realtà totale si concentrano le qualità di tutti e che ciascuno riflette le qualità di questa totalità. La cattolicità trova un’analogia nella relazione dell’organismo e delle cellule che lo compongono. Nell’unità dell’organismo si armonizza la totalità delle cellule ed ogni cellula riflette le qualità specifiche dell’organismo intero; ogni parte componente si spiega ed esiste con la totalità e la totalità sostiene le parti con il collegamento misterioso che le unisce. Questo legame è più di un semplice consenso tra le parti, ma nonostante ciò, la totalità non esiste al di fuori delle parti o senza di esse.
La cattolicità non si manifesta soltanto nel mantenimento comune della fede, del culto e dell’organizzazione della Chiesa; sostiene e rappresenta la vita stessa della Chiesa e quella di ogni membro che vi appartiene. La cattolicità è l’opera e l’espressione dell’amore che regna senza interruzione nella Chiesa, la cui ultima fonte è Gesù Cristo stesso e il Santo Spirito.
Ma l’amore ha la forma del dialogo, o di una comunicazione dialogica tra le persone. La cattolicità, come opera dell’amore, si manifesta dunque anch’essa come una comunicazione dialogica tra le persone. Anche se una persona è apparentemente sola, si trova in comunicazione con gli altri con la responsabilità che sente verso di essi, con la volontà di aiutarli in qualsiasi modo. Gli altri beneficiano della preoccupazione della persona che si sente responsabile a loro riguardo, anche se di ciò non sono a conoscenza.
La preghiera di ogni persona per gli altri svolge un ruolo importante in questa comunicazione. La persona che prega si trova in dialogo, o in comunicazione, con quella per la quale prega; si trova nell’esercizio di una responsabilità a suo riguardo. Quando entrambe pregano l’una per l’altra, si trovano nell’esercizio della loro responsabilità reciproca. E la responsabilità è una forma di amore tra le persone che hanno bisogno l’una dell’altra. Quando solo una di esse prega per l’altra, questa non si trova in tale stato e non coglie coscientemente l’esercizio della responsabilità dell’altra a suo riguardo; ma alla fine sente un progresso a seguito della preghiera della prima.
In ogni caso, non v’è preghiera senza responsabilità. Ed in questa responsabilità una persona sente la relazione nella quale si trova con l’altra persona, relazione che non deriva né dalla sua volontà, né dalla volontà dell’altra. Appartiene alla struttura dialogica stampata su ogni persona umana, e nella Chiesa proviene inoltre dallo Spirito di Cristo, che fortifica questo collegamento dialogico tra le persone.
Ma questo collegamento dialogico tra le persone, o la loro responsabilità reciproca, non si manifesta soltanto nella preghiera, ma anche nelle opere dell’una verso l’altra. Gli uomini sentono anche allo stato naturale che con le loro opere di aiuto reciproco compiono l’obbligo della responsabilità dell’uno verso l’altro, responsabilità che è al di sopra della loro volontà. Ma i membri della Chiesa sanno che questa responsabilità è imposta loro da Dio e che l’adempiono non soltanto con le opere, ma anche con la preghiera; sanno ancora che senza l’esercizio di questa responsabilità, cadono in un tipo d’esistenza vuota di ogni contenuto e di qualsiasi potere, in un’esistenza d’incubo, d’impotenza. Non soltanto chi non è sostenuto da un altro cade in quest’esistenza d’ombra, ma anche colui che non sostiene il suo prossimo. Poiché chi non rimane in collegamento dialogico con l’altro, con la risposta al suo appello, cade anche lui nel vuoto della solitudine, cioè nel vuoto di un’esistenza fantasmagorica, d’incubo. […]
Colui che sostiene gli altri sostiene sé stesso grazie a quest’atto ed a coloro che sostiene; colui che dà forza ne riceve. San Giovanni Damasceno dice a questo riguardo: “Come colui che vuole ungere con il santo crisma o con un altro olio un malato, riceve in primo luogo egli stesso l’unzione e di seguito unge il malato, ugualmente quello che lavora per la salvezza del prossimo ne beneficia il primo”.
Si può dire che l’azione con la quale qualcuno sostiene ed aiuta gli altri è l’occasione ed il mezzo con cui Dio stesso lo sostiene e lo aiuta; quest’azione che mobilita le energie di chi opera è il segno della presenza dell’energia divina, comunicata per il profitto di colui che compie questo sforzo e di colui per il quale è compiuto. Chi vuole fare uno sforzo soltanto a proprio vantaggio personale è vittima di un cortocircuito spirituale; colui che non vuole illuminare gli altri, resta lui stesso nelle tenebre. O più precisamente, chi non vuole ricevere la luce e le energie divine per trasmetterle anche agli altri, non le riceve neppure per sé stesso, poiché quest’uomo, opponendosi allo slancio di propagazione generosa dell’amore di Dio, impedisce a questa propagazione anche di cominciare. Poiché non vuole diventare mezzo di propagazione, rifiutando di fondersi in questo slancio generoso dell’amore divino, non soltanto non lo trasmette più lontano, ma non gli dà neppure la possibilità di produrre il suo effetto in sé stesso. […]
San Giovanni Damasceno dice: “Poiché il Signore filantropo vuole che lo preghiamo di distribuire ciò che è necessario alla salvezza delle sue creature; è allora soprattutto che si inclina; non quando qualcuno lotta soltanto per la sua anima, ma quando lo fa per il prossimo”. Ed altrove: “Colui che distribuisce e dà, si rallegra più di chi riceve; è lui che si procura la salvezza più preziosa”.
La responsabilità verso il prossimo, alimentata dalla responsabilità davanti Dio, è il motore che dà forza alla preghiera e all’azione per gli altri. Poiché tiene l’essere dell’uomo legato dialogicamente e simultaneamente a Dio e al prossimo. L’appello fatto da un credente all’altro: “Fratello mio (o padre mio), prega per me!”, manifesta la sua coscienza di dipendere simultaneamente e da Dio e dal suo prossimo. Ma costituisce anche una chiamata alla responsabilità di quest’ultimo davanti a Dio; responsabilità davanti a Dio nella quale è compresa la responsabilità verso colui che a lui fa appello. Quest’appello desta la doppia responsabilità del prossimo: dinanzi a Dio e verso colui che lancia l’appello; i due sono uniti indissolubilmente. Colui che indirizza un appello al suo prossimo desta in lui la coscienza della relazione dialogica nella quale si trova con Dio e con chi lancia l’appello. Ma facendo ciò, quello stesso che chiama ha l’esperienza della sua doppia relazione dialogica con Dio e con colui al quale indirizza il suo appello. […]
Non v’è credente che faccia soltanto appello alla preghiera dell’altro, senza impegnarsi anche lui a pregare per l’altro. In altre parole, colui al quale si fa appello per pregare, fa a sua volta appello alle preghiere del suo interlocutore.
Così tutti e due si sentono simultaneamente responsabili l’uno per l’altro davanti a Dio. Tutti e due si sentono legati a Dio e l’uno con l’altro, con la risposta che ciascuno deve dare all’altro pregando Dio per lui. L’appello reciproco di due credenti alla preghiera parte dalla coscienza della loro relazione dialogica con Dio e tra loro, essendo degli esseri reciprocamente responsabili dinanzi a Dio. Il collegamento tra i credenti è un collegamento in Dio e inversamente: il collegamento di un credente con Dio è un collegamento con l’altro.
Colui che prega Dio per l’altro lo contiene non soltanto nel suo pensiero, ma è anche in una relazione dialogica con lui, con la risposta che deve dargli, compiendo il desiderio dell’altro. Il suo collegamento con colui per il quale prega ha la stessa realtà del suo collegamento dialogico con Dio nella preghiera. Questo collegamento reale con Dio, nel quale è incluso anche il prossimo per il quale prega, spiega il potere divino che riflette tanto su colui che prega che su colui per il quale prega.
Tuttavia i credenti non sono legati tra loro soltanto come coppie isolate dagli altri credenti. Una coppia isolata è minacciata anch’essa di perdere l’amore e la possibilità di comunicazione. Due persone che si amano esclusivamente tra loro, essendo indifferenti o ostili verso le altre, non riescono a sensibilizzare interamente i loro esseri per farne dei buoni trasmettitori dell’amore divino e simultaneamente dei focolari d’irradiazione del loro amore in tutte le direzioni. Restano in loro delle zone, aspetti e relazioni di durezza, che si ripercuotono necessariamente anche sulle loro relazioni con le persone che amano. Vivono in un orizzonte stretto, chiuso. È soltanto grazie ad un “terzo” che si apre la catena della comunione con tutti gli uomini. Colui che beneficia della responsabilità dell’altro verso sé, deve considerare in questi momenti la propria responsabilità verso un terzo e colui che considera la sua responsabilità verso qualcuno è destato a questa responsabilità dall’esperienza della responsabilità di un altro sé-stesso.
Inoltre, ciascuno è felice di sentire destata la responsabilità di molti verso lui e deve tendere a sentirsi responsabile verso un numero sempre più grande. Così una grande folla di uomini è presa in un complesso tessuto dialogico stabilito tra loro e tra loro e Dio. Ciascuno include nel suo collegamento dialogico con Dio le sue relazioni dialogiche con tutti quelli per i quali si sente responsabile davanti a Dio, o anche la Chiesa intera che risponde per lui e per la quale deve rispondere. Così si spiega anche la preghiera della Chiesa per il mondo intero e la volontà di servire i disegni di Dio nel mondo. In questo consiste l’aspetto etico ed universale della cattolicità della Chiesa.
Da: Contacts, Revue française de l’Orthodoxie, Vol. 24, No 77, 1972.
Traduzione a cura di © Tradizione Cristiana