La Natività della Madre di Dio

 

(8 settembre)

 

Protopresbitero A. Schmemann

 

 

 

 

La venerazione della Chiesa per Maria è stata sempre radicata nell’obbedienza di quest’ultima a Dio, la sua scelta volontaria di accettare un appello umanamente impossibile. La Chiesa Ortodossa ha sempre messo l’accento su questo rapporto di Maria con l’umanità e si è rallegrata in essa come nella migliore, nella più pura, nella più sublime realizzazione della storia umana e della ricerca dell’uomo per Dio, per il senso ultimo, per la profondità ultima della vita umana. Se nel Cristianesimo occidentale, la venerazione di Maria è stata centrata sulla sua verginità perpetua, il cuore della devozione del Cristiano Ortodosso Orientale, la sua contemplazione e la sua gioiosa allegria in Maria sono sempre stati nella sua Maternità, nel suo rapporto di carne e di sangue con Gesù. L’Oriente si rallegra che il ruolo umano nel piano divino sia capitale.

 

Il Figlio di Dio viene sulla terra, Dio appare per riscattare il mondo, diventa umano per incorporare l’uomo nella Sua vocazione Divina, ma l’umanità vi prende parte. Se viene compreso che la “connaturalità” di Cristo con noi è la più grande gioia del Cristianesimo e la sua profondità, che è un vero essere umano e non qualche tipo di fantasma o di apparizione incorporea, che è l’uno tra noi e per sempre unito a noi attraverso la Sua umanità, allora la devozione a Maria diventa egualmente comprensibile, poiché è quella che gli diede la Sua natura umana, la Sua carne ed il Suo sangue. Essa è Colei per la quale il Cristo può sempre essere chiamato “Il Figlio dell’Uomo”. Figlio di Dio, figlio dell’Uomo… Dio che scende e che diventa uomo affinché l’uomo possa diventare divino, possa diventare partecipe della natura divina (2 Pietro 1, 4), o come espresso dai Dottori della Chiesa, “deificato”. Precisamente qui, in questa rivelazione straordinaria della natura autentica e della chiamata dell’uomo, si trova la fonte del riconoscimento e della tenerezza con le quali si prova l’amore a Maria come il nostro legame con Cristo, ed in lui, a Dio. E da nessuna parte ciò è riflesso più chiaramente che nella Natività della Madre di Dio. Nulla di tutto ciò è citato da qualche parte nelle Sacre Scritture. Ma perché ciò dovrebbe trovarsi? C’è qualcosa di notevole, qualcosa di unico nella normale nascita di un bambino, una nascita come qualunque altra? E se la Chiesa ha iniziato a commemorare l’evento con una Festa speciale, ciò non fu perché la nascita era stata in qualche cosa unica o miracolosa o fuori dall’ordinario; ma perché al contrario, il fatto che anche ciò che è abituale rivela qualcosa di refrigerante e luminoso a proposito di tutto ciò che chiamiamo “routine” ed ordinario, ciò dà una nuova profondità ai dettagli “non notevoli” della vita umana. Che cosa vediamo sull’Icona della Festa quando la osserviamo con i nostri occhi spirituali? Là, su un letto, giace una donna, Anna secondo la Tradizione della Chiesa, che ha appena generato una ragazza.

 

Accanto a lei si trova il padre dell’infante, Gioacchino, secondo questa stessa Tradizione. Alcune donne stanno vicino al letto, che lavano per la prima volta la bimba neonata. L’evento più abituale, meno notevole. È veramente così? È perché la Chiesa ci racconta attraverso quest’icona che ogni nascita, ogni ingresso di un nuovo essere umano in questo mondo e la vita, è un miracolo dei miracoli, un miracolo che fa esplodere qualsiasi routine, poiché segna l’inizio di qualcosa che non avrà fine, l’inizio di una vita umana unica, non riproducibile, l’inizio di una nuova persona. E con ogni nascita, il mondo in sé stesso è in un certo qual modo ricreato e dato in dono a questo nuovo essere umano, per essere la sua vita, il suo cammino, la sua creazione.

 

Questa Festa è da allora in poi una prima celebrazione generale per la nascita dell’Uomo, e noi non ricordiamo più l’angoscia, come dice l’evangelo “per la gioia che è nato al mondo un uomo” (Giovanni 16, 21). Poi, sappiamo ora di chi celebriamo la nascita particolare, di chi celebriamo l’arrivo: Maria. Conosciamo l’unicità, la bellezza, la grazia di questa bambina precisamente, il suo destino, il suo significato per noi e per il mondo intero. Ed in terzo luogo, celebriamo tutti coloro che hanno preparato il cammino a Maria, che hanno contribuito alla sua eredità di grazia e di bellezza. Oggi, molta gente parla di eredità, ma soltanto in un senso negativo, che assoggetta, un senso di determinismo. La Chiesa crede anche in un’eredità spirituale positiva. Quanta fede, quanta bontà, quante generazioni di gente che lotta per vivere secondo ciò che è alto e santo, sono state necessarie prima che l’albero della storia umana potesse generare un fiore così squisito e profumato – la Tuttapura Vergine e Tuttasanta Madre! E da allora in poi, la Festa della sua Natività è anche la celebrazione della storia umana, la celebrazione della fede nell’uomo, la celebrazione dell’uomo.

 

Ahimè, l’eredità del male è molto più visibile e meglio conosciuta. C’è tanto male attorno a noi che questa fede nell’uomo, nella sua libertà, nella possibilità di trasmettere un’eredità brillante di bontà è quasi evaporata ed è stata sostituita dal cinismo e dal sospetto… Questo cinismo ostile e questo sospetto scoraggiante sono precisamente ciò che ci persuade ad allontanarsi dalla Chiesa quando celebra con tale gioia e fede questa nascita di una piccola ragazza in cui sono concentrate tutta la bontà, la bellezza spirituale, l’armonia e la perfezione che sono gli elementi della vera natura umana. In ed attraverso questa ragazza nuovamente nata, il Cristo – il nostro dono di Dio, la nostra riunione e il nostro incontro con Lui – viene per stringere il mondo. Dunque, celebrando la nascita di Maria, ci troviamo noi stessi già sulla strada verso Beth-lehem, sulla strada verso il mistero gioioso di Maria come Madre di Dio.

 

 

Da: “Celebration of Faith” Sermons, vol. 3, “The Virgin Mary”, del protopresbitero Alexander Schmemann, 1995.

 

Traduzione a cura di © Tradizione Cristiana

 

 

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